07 maggio 2018   •  I ritratti / I testi / Lecture

200 anni di Marx: dibattito tra un liberale, un comunista e un cattolico

Redazione

A 200 anni dalla nascita di Karl Marx, proponiamo di seguito gli interventi di un liberale (Gaetano Quagliariello), di un comunista (Fausto Bertinotti) e di un sindacalista cattolico (Savino Pezzotta) sulla sua figura del pensatore politico “che ha sconvolto il Novecento”.

Gli articoli sono stati raccolti e pubblicati su IL DUBBIO

 

Il pensiero di Marx è tramontato, la vulgata, purtroppo, no

Marx e i marxisti visti da un liberale…

Il marxismo è stato la religione secolare di una delle parti che nel corso del Secolo breve – dalla rivoluzione di ottobre del 1917 fino all’implosione dell’impero sovietico – hanno animato quella che è stata efficacemente definita “la guerra civile europea”. E a Karl Marx, suo principale ideatore, poco prima che la storia s’incaricasse di notificarne la sconfitta, l’onore delle armi fu reso proprio dal filosofo che più di ogni altro nel XX secolo si era impegnato nell’opera di falsificazione e confutazione del pensiero marxista.

Karl Raimund Popper, infatti, nella sua fondamentale opera La società aperta e i suoi nemici II. Hegel e Marx falsi profeti, mentre liquida Hegel come «un clown divenuto creatore di storia», contestando sia i suoi fondamentali dottrinali sia la miseria umana dalla quale essi sarebbero scaturiti, esprime una sincera ammirazione per Marx: per il suo umanesimo innanzi tutto, ma anche per l’onestà dei suoi intenti e per la profondità del suo pensiero. «Ci ha aperto gli occhi e ce li ha resi più acuti – scrive Popper -. Un ritorno alla scienza pre- marxiana è inconcepibile. Tutti gli autori contemporanei hanno un debito nei confronti di Marx, anche se non lo sanno».

Eppure non si può certo negare la derivazione hegeliana del pensiero marxista. Quest’ultimo adotta infatti appieno il modello della dialettica di Hegel, ovvero l’assunto che postula lo sviluppo triadico dei processi storici secondo lo schema tesiantitesi e sintesi. Lo storicismo marxista tuttavia, a differenza di quello hegeliano, è di natura economica e non ideale, giacché individua nell’organizzazione dei processi di produzione e scambio economico i fattori fondamentali dello sviluppo storico. Questa differenza finisce col complicare ulteriormente le cose: se infatti lo schema triadico appare già di per sé problematico e improbabile in ambito ideale, applicato a un approccio materialistico ed economico assume caratteri quasi fideistici.

In tal senso, l’assunto secondo il quale alla tesi “sistema feudale” si contrapporrebbe l’antitesi “capitalismo” per giungere in fine alla sintesi “socialismo” caposaldo del materialismo dialettico di Marx – appare più come un dogma da accettare che come una spiegazione razionale del processo storico.

Non è comunque qui che risiede la parte meno caduca del pensiero di Marx: quella, per intenderci, che ha spinto Popper a dichiarare il debito imperituro della scienza sociale nei confronti del padre del comunismo. Il nocciolo duro della sua elaborazione, piuttosto, è il tentativo ( riuscito) di liberare il pensiero socialista da un impianto moralistico e sentimentale, per ancorarlo a una solida base scientifica.

Quello delineato da Marx, dunque, non è innanzitutto un programma e nemmeno una dottrina politica. E’ in primis un metodo di analisi della società, che gli fa ritenere che il moto verso l’approdo socialista non sia rimesso a un’opzione dipendente dalla volontà degli uomini quanto, piuttosto, alla ‘ inevitabile’ deriva dell’evoluzione del sistema sociale. In altri termini, per Marx l’affermazione di una società socialista è inscritta nell’evoluzione della storia e gli uomini non possono certo saltare questa fase o impedire che si realizzi. Essi, al più, potrebbero «abbreviare e attenuare le doglie del parto».

Sotto tale profilo il pensiero marxiano è rigidamente determinista, ma proprio questo suo carattere appare ai nostri occhi come uno dei suoi punti di maggior debolezza: all’applicazione di un metodo deterministico Marx aveva affidato la pretesa scientificità delle sue tesi, ma la moderna filosofia della scienza ha ormai inequivocabilmente sancito che l’equivalenza fra metodo scientifico e determinismo è priva di fondamento.

Eppure, se chiudessimo qui la partita – se ci limitassimo, cioè, a constatare con gli occhi dei contemporanei quanto infondata sia la pretesa scientificità del pensiero marxista -, rischieremmo di compiere due errori: innanzi tutto ci sfuggirebbe la cognizione dell’evoluzione impressa da Marx allo sviluppo delle scienze sociali; in secondo luogo perderemmo di vista la distanza che lo separa dalla maggior parte dei presunti emuli che, nel corso del XX secolo, hanno cercato di tradurre in pratica il suo insegnamento ( per tacere di quanti, nel tentativo, si attardano ancora oggi).

Il fatto è che, all’atto della sua elaborazione, il socialismo “presunto” scientifico di Marx non si è presentato come una tecnologia sociale che indicasse modi e mezzi per costruire una società socialista quanto, piuttosto, come una teoria “presunta” scientifica che individuasse i meccanismi evolutivi del sistema sociale e ne prevedesse gli esiti. Marx, infatti, rigetta ogni forma di ingegneria sociale: la declassa al rango di “sovrastruttura” che, a suo avviso, risulterebbe del tutto impotente in assenza di un’evoluzione profonda dei rapporti economici sottostanti.

Sotto questo aspetto – e solo sotto questo aspetto – si potrebbe persino notare una paradossale assonanza fra Marx e uno dei padri del pensiero liberale contemporaneo, Hayek, che ha fatto del rifiuto del costruttivismo istituzionale uno dei suoi cavalli di battaglia.

Marx dunque, adottando un approccio puramente storicista, contesta radicalmente lo psicologismo che aveva dominato nelle scienze sociali fino al XVIII secolo e, foss’anche solo per questo, rappresenta una pietra miliare della moderna sociologia. Nel suo pensiero il ruolo fondamentale è occupato dalle classi sociali: «La storia di ogni società sinora esistita – scrive – è storia di lotte di classi». Egli individua nella lotta fra la classe capitalistica e la classe proletaria il motore fondamentale dell’evoluzione storica del XIX secolo. E in particolare scorge una tendenza verso la contrazione della classe borghese e la corrispondente espansione del proletariato, destinata a determinare le condizioni per il crollo del capitalismo e l’avvento del socialismo. Già Von Mises, nella sua magistrale opera Socialismo, si era incaricato di dimostrare, dal punto di vista del calcolo economico, quanto infondata fosse questa previsione. I successivi sviluppi storici sono stati ancora più persuasivi, al punto che già nel XX e ancor più nel XXI secolo, nelle società occidentali, abbiamo assistito al processo diametralmente opposto: la progressiva borghesizzazione di sempre più ampi settori del proletariato.

Lo storicismo economico marxiano si articola essenzialmente in tre fasi. La prima, il processo di espansione e crollo del capitalismo; la seconda, la rivoluzione sociale che ne consegue; la terza, la costruzione di una società socialista senza classi. Mentre nelle sue opere principali si concentra molto sulla prima fase, Marx lascia del tutto indeterminate le altre due. In particolare il terzo stadio appare completamente nebuloso: non vengono in alcun modo approfondite le ragioni del presunto nesso causale tra la rivoluzione socialista e una società senza classi.

Questo aiuta a comprendere le difficoltà storiche alle quali andarono incontro quanti provarono a mettere in pratica i suoi insegnamenti. In particolare, la totale indeterminatezza delle modalità di costruzione della società socialista fu evidente già quando, dopo la rivoluzione di Ottobre, Lenin si misurò con l’arduo compito di edificare un nuovo modello sociale sulle ceneri del comunismo di guerra: in assenza di qualunque strategia preordinata, nel 1921 si risolse ad adottare la Nuova Politica Economica, che riprendeva alcune opzioni tipiche del capitalismo. Ancor più emblematico, a tale riguardo, appare lo scontro finale che dopo il tramonto di Lenin andò in scena tra Trotsky, Stalin e Bukharin su come sviluppare la rivoluzione socialista su scala mondiale.

Se tuttavia alcune delle difficoltà storiche dei seguaci trovano spiegazione nelle carenze e nei limiti del pensiero marxiano, altre si devono invece a un deficit di comprensione e alla conseguente riduzione a “vulgata” ideologica. In particolare – lo si è già accennato – nell’analisi di Marx non trovano alcuno spazio elementi riconducibili alla volontà degli attori sociali, quali il desiderio di profitto, la cupidigia, la brama di potere.

Per Marx non è la volontà dei capitalisti ad aver creato il sistema capitalistico, ma la logica stessa del sistema sviluppatosi quando i progressi e l’evoluzione tecnologica hanno determinato il tramonto del feudalesimo. In tal senso, in conclusione, non si può fare a meno di notare la distanza siderale che corre tra il rigore del pensiero marxiano e la vulgata dei movimenti ‘ volgarmarxisti’ ( la definizione è di Popper) che vedono in fenomeni come le guerre, la fame, la disoccupazione una sorta di cospirazione delle classi capitalistiche contro il proletariato oppresso. Viviamo in un’epoca nella quale il pensiero marxista è tramontato, la vulgata no. Purtroppo.

 

 

 

Non ero marxista ma grazie a Marx ho capito il lavoro

Un sindacalista cattolico racconta la sua vita nel movimento operaio

Non sono mai stato marxista ma certamente attento al suo pensiero. Nella mia gioventù lessi diversi suoi testi: Il manifesto, Critica dell’economia politica e Il Capitale. Nonostante tutte le difficoltà di comprensione, rimasi sorpreso di come Marx fosse attento alla “vita reale” dei lavoratori, ma questo non bastò a convincermi che quella, parzialmente delineata, fosse la prospettiva. Nonostante i dubbi sono stato molto attento al pensiero di Carlo Marx e ne sono stato indirettamente influenzato come del resto, per adesione o contrasto, tutti coloro che hanno militato nel movimento operaio e sindacale. Ho dovuto fare i conti con lui. Da questo punto di vista il suo pensiero continua a aggirarsi tra noi. Sebbene il comunismo bolscevico sia fallito, Marx rimane presente nel nostro linguaggio e nel nostro modo di pensare. Anzi penso che il fallimento disastroso del bolscevismo sovietico ci consenta oggi di discuterne con maggiore libertà e fuori da ogni dogmatismo e di poter assumere il marxismo alla stregua di altre ipotesi politiche e sociali, così come il movimento operaio non può essere pensato solo come marxista.

Il movimento operaio è stato un fenomeno sociale molto importante e certamente con la sua esistenza ha segnato in profondità l’evolversi delle società industriali e della democrazia. Va però tenuto presente che è stato un movimento plurale in cui hanno convissuto, scontrate e organizzate diverse componenti culturali ed ideali dando vita a forme organizzative estremamente diversificate con mezzi e finalità con sempre conciliabili. Personalmente anche se non ero marxista mi sono sempre sentito parte di questo movimento. Lo sono stato principalmente ed esclusivamente da sindacalista.

Parlare oggi di soldi, lavoro, classe o di governo molte volte significa ricorrere, utilizzare, dialogare o entrare in dialettica con il linguaggio di Marx.

Le nostre menti sono state disciplinate e addestrate dal sistema in cui viviamo, e sicuramente Marx e stato uno, anche se non l’unico, che ha contribuito a darci i mezzi per pensare, valutare e analizzare il sistema economico nato con la rivoluzione industriale. Ci aiutato a definire il capitalismo come modello e sistema economico e sociale, e ha ricercare gli strumenti per esaminarlo. Sono anche convinto che Marx, senza volerlo, abbia contribuito a renderci compatibili con il capitalismo.

A 15 anni, quando sono stato assunto dalla grande fabbrica tessile, le condizioni di lavoro erano pesanti e non solo sul piano della fatica fisica e psicologica, ma sul terreno della libertà. Dominava un regime autoritario e di completa subordinazione. Ero un ragazzino che era entrato in fabbrica con un certo entusiasmo, ma presto aveva dovuto fare i conti con un sistema organizzativo fortemente gerarchico che non lasciava nessun spazio per la libertà individuale. Il senso di insoddisfazione mi ha facilitato l’incontrarmi con i compagni comunisti, poiché in fabbrica le tensioni della competizione ideologica perdevano di consistenza dovendo tutti fare i conti con la durezza della realtà: obbligati a lavorare in ambienti malsani, a fare turni di 12 ore al giorno, ad essere costantemente sottoposti ai capi e capetti di vario tipo e umore. Oggi si parla molto di Adriano Olivetti, ma non tutti abbiamo lavorato ad Ivrea. Sono state queste condizioni che mi hanno spinto sulla strada dell’impegno sindacale. Non ho incontrato marxisti ma persone che aderivano al Pci o alla Cgil, la cui adesione al partito più che fondarsi sulla teoria marxista era l’espressione di un forte desiderio di giustizia e di libertà. Eravamo poco interessati ad immaginare le alternative possibili al capitalismo, ma volevamo individuare strade e azioni per migliorare i salari, le condizioni di lavoro e riformare in senso solidale e di giustizia sociale la società. Ho sempre avuto l’impressione che più il comunismo predominasse in tutti noi una forma di laburismo. Ed era questo clima che consentiva al sottoscritto di essere democristiano e nello stesso di avere profondi rapporti di amicizia, di collaborazione, di lotta e negoziazione con i “compagni”.

Certamente sulla formazione del mio pensiero sociale e sindacale ha fortemente influito il dibattito interno alla Cisl che vede, negli anni 60 del secolo scorso, il passaggio, non senza duri contrasti interni, da un sostanziale moderatismo anticomunista a una visione aperta e progressista con tratti di critica al capitalismo o, come si diceva allora, al neo- capitalismo. Ciò che più convinceva era l’idea dell’autonomia sindacale e delle incompatibilità tra incarichi politici e sindacali. Militare nel sindacato non ci richiedeva di passare attraverso un processo rigido di acquisizioni ideologiche e di conseguenti declinazioni organizzative ( cinghia di trasmissione) che legavano il sindacato al partito. La nostra non era una via al socialismo, ma il ricercare una democrazia radicale che dalla politica potesse estendersi anche verso l’economia, il lavoro, l’autogestione e la partecipazione.

Questa libertà culturale e la lezione della dottrina sociale cristiana, mi hanno spinto alla scoperta di uno spazio libero da ogni integralismo e competitivo e messo nella condizione di poter avere una particolare attenzione verso il marxismo che non consideravo, pur avendo delle profonde riserve sul comunismo e in particolar modo verso la versione sovietica, un idea nemica ma come una diversità con la quale, chi militava dentro il movimento operaio anche di ispirazione cristiana, dovesse necessariamente fare i conti. Così divenni lettore di Franco Rodano e poi di Giulio Ghirardi e molte delle loro analisi e riflessioni mi chiarirono molte cose sul marxismo.

Ho sempre avuto l’impressione che Marx non fosse un visionario, ma piuttosto un analista, un critico, un classificatore delle contraddizioni che vedeva e studiava nella vita reale dello svolgersi della società industriale. Non sono mai riuscito a capire ciò che secondo lui dovesse essere il comunismo, mentre invece lo vedevo concentrato sull’analisi e la critica del sistema capitalista che sentiva avanzare ovunque e che stava penetrando nella vita e nei pensieri delle persone, oltre che nel mondo reale. Nel marxismo si è posta molta enfasi sulle “forze produttive”, ma resto convinto che se la storia camminasse solo in virtù di queste forze potrebbe a una totalizzazione della tecnica, che finirebbe per sottomettere tutti gli ambiti della società, svalorizzare il lavoro e le relazioni umane.

Da Marx ho imparato a comprendere che il sistema capitalista industriale sarebbe stato onnipresente e per molti versi la sua affermazione come modello sociale oltre che economico, ineluttabile. Da qui la convinzione che bisogna cercare di contenere la sua onnipotenza attraverso un sindacato capace di lotta e di contrattazione e far vivere ed estendere al suo interno spazi di libertà sociale in grado di condizionarne l’estensione di potere.

La lettura delle opere di Marx mi ha insegnato che il primo passo per cambiare le cose è quello di comprendere il mondo in cui viviamo, coglierne le contraddizioni e le evoluzioni e impegnarsi a trasformarle. Oggi ci rendiamo conto di come il capitalismo ha forgiato il mondo che ci circonda, ma anche il mondo dentro di noi. Molti dei nostri pensieri, delle azioni e iniziative che interferiscono quotidianamente nella vita sono condizionati dal capitalismo e come, a loro volta, vengono capitalizzati dal capitalismo. Oggi, è l’intelligenza artificiale e l’automazione che incombono e ci pongono molte domande e che si propongono di rendere tutto flessibile e di mutare tutte le relazioni stabili e consolidate. Non si deve avere paura dell’innovazione poiché essa può contribuire a migliorare la vita delle persone. Mentre celebriamo i successi della tecnica non possiamo ignorare gli elementi di dominio e di subordinazione che possono introdurre ecco perché non è inutile tenere sempre presente la differenza tra coloro che possiedono e impiegano le nuove tecnologie, quelli che le progettano e le sviluppano e coloro che devono operare e lavorare con loro.

Il cambiamento tecnologico costringe a pensare in modo critico proprio perché incide sui rapporti sociali, sull’organizzazione del lavoro, sulla distribuzione della ricchezza e del potere e tende a far emergere un nuovo modello sociale. Economisti, sociologi, giornalisti e politici ci spiegano, non senza ragioni, che la globalizzazione ha spostato milioni di persone dalla povertà estrema alla povertà relativa, ma poco ci dicono del crescere delle disuguaglianze, dell’avidità degli azionisti e dei finanzieri, del cambiamento climatico e dell’avanzare nelle nostre democrazie di forme autoritarie Liberato dalle catene del sovietismo, dal dogmatismo e secolarizzato come tutti i grandi pensatori, Marx può dire ancora molte cose, anche a chi come il sottoscritto non è mai stato marxista. Soprattutto può essere un invito a non abbandonare mai l’esercizio critico del pensiero.

PIÙ CHE IL COMUNISMO PREDOMINAVA IN NOI UNA FORMA DI LABURISMO. QUESTO CLIMA MI CONSENTIVA DI ESSERE DEMOCRISTIANO E AL CONTEMPO DI AVERE PROFONDI RAPPORTI DI AMICIZIA CON I “COMPAGNI”

Senza Marx siamo come gattini ciechi. Ma per farlo vivere va superato

200 anni fa nasceva il pensatore politico che avrebbe sconvolto il 900. Oggi è ancora attuale?

Uno spettro si aggira per l’Europa. Se non è lo spettro del comunismo, come suggeriva Il Manifesto del Partito comunista, lo è però il suo autore. Marx dopo Marx.Non è questa l’occasione per una riflessione su Marx e i marxismi tra teoria e storia. Ma qualsiasi pensiero sul grande vecchio non può che partire da una constatazione gigantesca. Un intero secolo, il 900, è stato caratterizzato da ciò che Louis Althusser ha chiamato “l’unione del movimento operaio e della teoria marxista”, “la fusione” secondo Lenin.

Se ci sono tanti Marx in uno, quell’uno, allora, può essere definito il teorico della Rivoluzione. Credo si possa dire che il suo stesso lavoro teorico di critica della società fondata sulla generalizzazione della produzione per il mercato è preparatoria alla messa in evidenza, in essa, del suo becchino ed erede, il proletariato. La critica di Marx al modo di produzione capitalistico, al cui centro c’è lo sfruttamento e l’alienazione del lavoro salariato, non avrebbe segnato la storia della lotta di classe senza l’individuazione, in esso e contro di esso, del soggetto della trasformazione e senza la messa in luce della leva che fa la storia. L’apertura del Manifesto è rivelatrice: «La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classi… Una lotta che finì sempre con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società con la rovina comune delle classi in lotta». Altro che determinismo! Nella lotta per la liberazione dell’uomo si vince e si perde, drammaticamente. Nella storia reale, nel conflitto questo è ciò che accade.

Dopo il crollo dei regimi post- rivoluzionari dell’Est e la sconfitta del movimento operaio a Ovest, dopo l’avvento del vincitore della contesa, il nuovo capitalismo, Marx è stato dato per morto e sepolto. Ma proprio la nuova realtà capitalistica (la globalizzazione capitalistica e la sua crisi) ha falsificato la tesi. Il pensiero economico egemone non riesce a padroneggiare la crisi. Ritorna perciò sulla scena il capitalismo come problema e questo non si può affrontare senza Marx. Il campo delle idee ne vede una conferma clamorosa.In Germania in un anno si è venduta l’opera di Marx quanto la Bibbia. In questi ultimi mesi si è accorsi nelle sale cinematografiche a vedere un film sulla sua vita.

Ma più significativamente, in questi ultimi anni, è nato e si è affermato un fenomeno culturale che ha invaso il mondo degli studi, si è chiamato “Marx renaissance”. Esso vede la produzione, la pubblicazione e la diffusione di un amplissimo materiale di ricerca e di pensiero critico tra teoria e storia, indagando Marx e i marxismi. L’onda partita nelle università ha investito persino un luogo come la Biennale di Venezia e l’arte del nostro tempo. C’è chi limita il senso politico della “Marx renaissance” sostenendo che si tratta di un’operazione essenzialmente filologica.

Non credo che il fenomeno possa essere rinchiuso solo in questa dimensione. Ma questo ci dice anche altro. È stato detto autorevolmente che il marxismo, se ha un valore conoscitivo, è perché si situa su un complesso di forme concrete ( da quelle storico politiche a quelle più legate alla critica dell’economia politica). È la grande questione del rapporto tra teoria e prassi nella trasformazione. Marx aveva provato a indicare la via per rovesciare un mondo, che sembra camminare sulla testa, e rimetterlo sui piedi. Anche il compito della filosofia veniva così ridefinito al fine di trasformare la società. Basti una celebre frase dell’Ideologia tedesca per darci conto della radicalità della rottura marxiana e della natura della fondazione in essa della rivoluzione. «L’esistenza di un’idea rivoluzionaria in una determinata epoca presuppone già l’esistenza di una classe rivoluzionaria». È il Marx che entra direttamente nella lotta di classe e i termini che vi introduce diventeranno la lingua stessa di quest’ultima: modo di produzione, rapporti di produzione, forze produttive, classi sociali, ideologia dominante, lotta di classe.

E ora? Il fantasma è qui tra noi e ci obbliga a considerare quel gigantesco problema per l’umanità che ancora si chiama capitalismo. Ci dice che non si può farlo senza di lui, ma ci dice, contemporaneamente, che egli va oltrepassato perché il teorico della rivoluzione possa vivere in un altro corpo. Es- so può vivere davvero, infatti, solo nell’attualità del comunismo, del movimento che abbatte l’ordine delle cose esistenti quale che sia l’interpretazione che si voglia dare alla teoria del valore. Non è un caso che da noi la grande faccia di Marx sia apparsa così per l’ultima volta, in una gigantografia sulla porta della Fiat di Mirafiori durante i 35 giorni della dura lotta operaia. È la chiusura di un ciclo che, aperto dal ’ 68-’ 69 dall’irruzione sulla scena di un nuovo soggetto sociale, aveva riproposto l’attualità dell’una, la trasformazione, attraverso il livello del conflitto, e dell’altro, il pensiero rivoluzionario. Quel ciclo concludeva a sua volta il secolo che, avviato dalla vittoriosa rivoluzione bolscevica del ’ 17 in Russia, aveva vissuto guerre e rivoluzioni sotto il segno del movimento operaio e della sua alleanza con la teoria marxista. Era, quella avviata dal biennio rosso, una fine e avrebbe potuto essere un nuovo inizio. Nella lotta di classe si può vincere e perdere. Credo sia utile per l’oggi e per il domani ricordare che lo straordinario ritorno di un nuovo Marx connotò di sé, in quel biennio, l’avvio di un nuovo e diverso conflitto sociale. Ancora una volta si era affacciato, nella storia, l’imprevisto.

Un’opera di Marx fino ad allora sconosciuta, i Grundrisse, ne aveva rinnovato dagli inizi degli anni 60 la lettura e l’aveva riconnessa con la concreta lotta di classe. È il 1964 quando Raniero Panzieri pubblica sui Quaderni Rossi “Il frammento sulle macchine”. È forse quella l’ultima stagione in cui Marx riguadagna l’attualità, tanto che con il pensiero entrano in contatto tutti i nuovi marxsismi eretici, tutte le nuove prassi critiche da quella di Francoforte, a Foucault, a Marcuse. Due lezioni di questo passato che ci hanno riportato a Marx ci conducono anche ora a immaginare chissà quanti possibili suoi ritorni. La prima è che con i Grundrisse l’analisi teorica è diventata essa stessa costitutiva delle pratiche rivoluzionarie. La seconda risiede direttamente nel corpo del pensiero di Marx che porta al cuore della rivoluzione capitalistica. Vediamo, solo per fare un esempio, come Marx legge le metamorfosi che la sussunzione del lavoro nel processo di produzione del capitale realizza: «Un SISTEMA AUTOMATICO di macchinari … azionato da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa è costituito da numerosi organi meccanici e intellettuali, cosicchè gli operai stessi sono determinati soltanto come sue braccia coscienti».

Marx continua a parlarci del “lavoro astratto” e del lavoro vivo, dello sfruttamento e dell’alienazione del lavoro proprio dentro la rivoluzione capitalistica in corso. La scienza, la tecnica, l’algoritmo e l’intelligenza artificiale ci stanno conducendo al sistema artificiale, ci stanno conducendo al sistema automatico di macchinari nel governo pieno, per quanto precario e a rischio persino di autodistruzione, del capitale. Cosa resta fuori? Cos’è oggi il “residuo”? Da quali ordini di contraddizioni può rinascere, se può rinascere, la lotta per la liberazione del e dal lavoro salariato? E chi è il soggetto della critica e della nuova e inedita lotta di classe? Da qui la necessità di Marx e, insieme, del suo oltrepassamento. Senza di lui si finirebbe per essere solo dei gattini ciechi. Ma Marx non basta né a formare il pensiero critico del nuovo capitalismo né a scorgere ormai il nuovo ( plurale) soggetto della liberazione. Non è un caso tuttavia che ogni ritualizzazione della grande questione ( critica e soggetto della lotta di classe) ha visto i nuovi protagonisti ricorrere a un’eredità del Marx politico, l’inchiesta operaia.

La ragione c’è. Il fantasma vorrebbe che non ci distraessimo proprio, così da poter ritornare tra noi. La consegna è tanto semplice quanto enorme e l’egualianza è la meta e con essa la liberazione dell’uomo da ogni forma di alienazione. Se dovessi dire perché Marx, direi perché ci ha detto che la liberazione dei lavoratori e delle lavoratrici non può che essere opera dei lavoratori stessi. Ieri, come oggi, come domani, ma mai allo stesso modo e mai con la sicurezza di vincere. Piuttosto andando, quando accade, verso un aut- aut. Ha scritto Franco Rodano che, con la categoria della rivoluzione, la politica ha raggiunto il suo punto più alto. Ma con la lettura proposta da Marx si può dire che la rivoluzione ha proposto, nello stesso tempo, la critica più radicale alla separatezza della politica. Karl Marx, lunga vita, allora.