14 Aprile 2020   •  I testi / In Evidenza

Al di là della società post-industriale

Giuseppe De Lucia Lumeno

Per gentile concessione dell’autore, Giuseppe De Lucia Lumeno, pubblichiamo stralci del volume “In virus veritas”. Una riflessione economico finanziaria della crisi, delle storture del sistema europeo e delle possibili conseguenze.

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Nella crisi pandemica partita dalla Cina dalla fine 2019 e diffusasi a livello globale dal febbraio 2020, quello che più preoccupa è il suo carattere internazionale come la definisce l’OMS, che spiega di riflesso la crisi di tutte le istituzioni coinvolte […].

Si è passati così da un pessimismo totale ad una speranza cieca, quando anche gli Stati maggiormente colpiti non hanno smesso di essere considerati come onnipotenti, soprattutto dopo che anche la politica si è globalizzata.

Un cauto ottimismo senza fondamento emerge qui e là. Si annuncia così la speranza di una possibile fine della pandemia e l’inizio di una ripresa, anche se la maggioranza degli osservatori pensa che il rilancio dell’occupazione arriverà molto più tardi. Altri analisti sono più pessimisti, e si preoccupano nel vedere lo stato della crisi diventare permanente e trascinare i vecchi Paesi industriali in una caduta senza fine.

Ma tutte queste previsioni contribuiscono a chiudere l’opinione pubblica in una visione di quarantena di medio periodo.[…]

Si comprende facilmente perché l’opinione pubblica chieda, ancor più che spiegazioni, previsioni, e anche profezie. Come se le analisi più approfondite non avessero il diritto di farsi ascoltare fin quando gli Stati, le banche e le imprese non abbiano dimostrato fino a che punto possono controllare una situazione che dal febbraio 2020 sembrava divenuta incontrollabile. Queste osservazioni spiegano l’assenza d’interesse per le analisi più generali, che sembra- no apportare solo nuove ragioni per sfociare nel pessimismo.

Non è più importante sapere se moriremo o no, piuttosto che riuscire a denominare la catastrofe che provoca il crollo del sistema economico

Dagli anni Settanta, il sistema chiamato “neoliberale” sembra d’altronde identificarsi con la società contemporanea considerata sotto tutti i suoi aspetti. È così che la catastrofe della pandemia è risentita più intensamente non nei Paesi più poveri e più fragili, ma al contrario nei più grandi centri dell’economia globa- le che sono New York, Londra. Perché dunque cercare altrove?

Una delle ipotesi possibili è che le crisi finanziarie e monetarie derivate da eventi catastrofici come una pandemia non sono in sé stesse insormontabili, poiché altre sono state già superate, a condizione che gli Stati credano alla necessità di intervenire in tempi rapidi. Ma un’altra ipotesi è che non si tratta solamente di una crisi, dunque di un evento congiunturale, ma di cambiamenti che vanno al di là dei fatti economici visibili. Eventi così gravi non mettono in discussione solo la gestione dell’economia, ma raggiungono tutta l’organizzazione della nostra società. In breve, abbiamo urgente bisogno di analisi generali […]

Il trionfo dell’economia liberale mondiale è stato tanto completo e tanto solido dagli anni Settanta che per molti si tratta solamente di ricostruire l’economia, considerata sotto tutti i suoi aspetti e tutte le sue determinanti. Ma oggi, dopo diversi anni di crisi generale, e di interventi statali sull’economia, sappiamo che è impossibile parlare di un sistema economico in termini solamente economici, dato che l’intervento dello Stato, che ha già giocato un ruolo centrale, ha dimostrato che il sistema economico non domina tutta la società.

Noi abbiamo dunque non solo il diritto ma anche l’obbligo di collocare la nostra analisi allo stesso livello della situazione economica, che è divenuta più politica che esclusivamente finanziaria. E poiché si tratta innanzitutto della situazione economica degli Stati Uniti e dell’Ue, come non ammettere l’idea che la politica di questi paesi non dipenda da coloro che sono chiamati a gestire la crisi?

Al contrario, come potremmo intraprendere un’analisi senza riconoscere che non esiste, ora in Europa, pensiero o partito politico che proponga una visione convincente, a parte il recente intervento di Mario Draghi che si pone più come una esortazione che come una prescrizione? Possiamo parlare in Europa di una politica europea, nel momento in cui l’Unione Europea si è essa stessa ridotta al ruolo di un attore minore, e che nei principali Paesi europei, la confusione politica è al suo culmine

I messaggi di tipo ideologico sono oggi indeboliti al punto stesso di scomparire, il che deve indurci a vedere in questo rapido dissolvimento delle interpretazioni della società attuale una delle principali cause della crisi. Di fronte a queste due osservazioni, complementari e opposte, la dipendenza della gestione economica rispetto allo Stato e la debolezza – se non degli Stati, certamente dei sistemi politici, sembra ragionevole tentare di comprendere le interazioni tra economia politica, analisi sociologica e anche storia delle idee.[…

Ad imporre una forma particolare alla nostra storia, e ai nostri problemi economici, sociali e politici, è il fatto che, a differenza di altre regioni del mondo, l’Occidente europeo, poi Nordamericano, ha rifiutato di darsi come obiettivo principale il mantenimento dell’ordine stabilito, la resistenza ai fattori di disgregazione e il rinforzo di tutti i sistemi di controllo e di imposizione di un modo di pensare esso stesso globale e sostenuto da un potere centrale

[…] siamo abituati, a ragione, a definire la società europea occidentale della seconda parte del XX secolo come uno Stato del benessere (Welfare State) generato da una politica socialdemocratica o nazionalista e dalla ricerca di una nuova integrazione. Il conflitto non è però mai scomparso dalle nostre società

[…] Questo tipo di società può funzionare “normalmente” solo se i due campi sono nettamente costituiti, e se lo stato delle loro relazioni è chiaramente riconosciuto affinché le politiche possano cercare modalità di coesistenza (o anche accordo) tra loro.[…]

Osserviamo, però, nella nostra società che uno di questi elementi non soltanto è mal definito, ma appare in via di decomposizione […]. Il mondo dei dominati è diventato così diverso e così frammentato che non saprebbe far nascere un attore storico, cioè una volontà d’azione collettiva capace di produrre effetti sugli orientamenti della società. La stessa osservazione può essere fatta dal lato dei dominanti. Infine, è difficile sapere se esistono sistemi istituzionali capaci di controllare e di guidare sia i conflitti sociali sia la capacità di investimento della società. In molti casi, la coscienza della contraddizione tra attore e sistema è così grande che si cerca piuttosto di evitare le mediazioni possibili pensando di lasciare libero corso tanto agli attori dominanti che a quelli dominati. Alcuni chiamano liberale la società che pretende di esserlo economicamente e politicamente, definendo la sua dimensione politica come la capacità di stabilire delle mediazioni, cioè accordi limitati. Ma non siamo così ben lontani da questa definizione del liberalismo, nella misura in cui nelle crisi che viviamo, non siamo più capaci di definire l’equivalente dei fondamenti della società industriale? La nostra società non è chiaramente più dominata dalla produzione, dall’accumulazione e dai conflitti che girano intorno all’appropriazione degli incrementi della produttività. Ma per cosa lo è?

Tutte queste domande di fronte a una drammaticità come quella di una pandemia devastante fanno fatica a trovare risposte […]

Nella società industriale, il principio della vita sociale consisteva nella trasformazione delle risorse materiali, ed erano i conflitti sulla distribuzione di queste risorse a generare gli scontri principali. Tutti gli aspetti della vita sociale erano definiti e situati rispetto a questa creazione di risorse materiali e, di conseguenza, alla definizione degli attori stessi e dei loro conflitti in termini di produzioni di beni e di ripartizione delle risorse disponibili.

La società postindustriale, che è innanzitutto una società di comunicazione, non ha una natura differente dalle altre tappe della società industriale. Essa non ne è che la forma, attualmente, più avanzata. […]

La globalizzazione del sistema economico ha indebolito soprattutto gli strumenti d’intervento che sono stati formati in un quadro nazionale, in particolare la capacità di regolazione e di controllo dei rapporti tra attori economici da parte di uno Stato capace sia d’intervento sociale che economico. E, i limiti di questa capacità di intervento la stiamo sperimentando tutta in questo momento drammatico con una approssimazione alla risoluzione dei problemi senza prece- denti; frutto di una cessione di sovranità che non ha portato alcun beneficio in termini di effetti di lungo periodo.

Ci sembra di essere giunti alla fine di un lungo processo di deistituzionalizzazione e anche d’indebolimento delle categorie sociali, delle loro gerarchie, dei loro conflitti e dei loro attori

Questa impressione di frammentazione e di decomposizione degli elementi della vita sociale è importante quanto lo è stata, soprattutto agli inizi dell’industrializzazione, la concentrazione dei conflitti particolari in un conflitto generale fondato sulla contrapposizione d’interessi, ma che, tuttavia, non escludeva l’affermazione di forme di regolazione e di controllo dei rapporti e dei conflitti sociali.

[…]Bisogna innanzitutto osservare questo fenomeno di destrutturazione degli attori sociali fondamentali come conseguenza della dissociazione tra un’economia globalizzata e conflitti sociali e azioni politiche che non sono presenti a livello mondiale, ma lo sono a livello locale o nazionale.

[…]Quel che è inquietante è il rifiuto opposto da qualcuno alla comprensione in profondità degli sconvolgimenti delle nostre società che, da oltre un secolo, contribuisce alla loro impotenza, e, soprattutto, alla difficoltà, sempre più grande, che incontrano gli individui e le categorie sociali per costituirsi in attori della propria storia o della trasformazione della propria società. Certo, gli individui hanno sempre avuto spazio sufficiente nell’affermare le loro differenze, la propria personalità e anche certe loro opinioni, ma non è difficile accorgersi che la nostra società non è più quella che descrivevano i manuali marxisti mezzo secolo fa. Il cambiamento si è anche compiuto in un senso opposto rispetto a quanto preve- devano i gruppi radicali.

La complessità delle relazioni sociali non si è trasformata in confronto diretto tra due blocchi. È il contrario che si è prodotto, cioè una differenziazione crescente delle situazioni, delle categorie, dei gruppi e delle opinioni. Non è che l’eguaglianza abbia fatto progressi, è questo, chiaramente, il caso di molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti e l’Ue, ma la maggiore abbondanza di beni e di servizi pro- dotti permette alla diversità di dispiegarsi nel mondo del consumo, come aveva cominciato a fare nel mondo della produzione.

[…] la crisi della recente pandemia accompagnata dalle sue complicazioni nascono generalmente da una separazione crescente tra l’economia finanziaria, spesso contaminata dalla volontà di arricchimento personale dei dirigenti, e l’economia reale che non è definibile al di fuori dei conflitti sociali e degli interventi dello Stato.

Ma, questa rottura interna dell’attività economica ha anche un altro significato. Dato che, al di là della rottura tra il capitalismo finanziario e l’economia “reale”, si osserva un’altra separazione, più larga, tra l’insieme delle attività economiche e la vita sociale, culturale, e anche politica, accentuata dalla globalizzazione.

Così, non solo l’economia finanziaria dall’economia reale, ma la vita economica nel suo insieme si separa dal resto della società, il che minaccia di distruggere le istituzioni dove si costruiscono le norme e i modi di negoziazione sociale. Più importante ancora è la tendenza degli attori a non essere più definiti soltanto da categorie economiche ritenute atte a sovrastare le categorie sociali.

Nuovi attori si formano, attori che non sono più di tipo socioeconomico, giacché oppongono, ad una globalizzazione che sfugge a tutte le forze sociali, il rispetto dei “diritti umani”.

Eccoci giunti al cuore del problema: comprendere come attori e sistema si separano sempre più, e come l’esperienza umana sia sottomessa alla necessità economica e sia capace di infrangerla ponendosi obiettivi e formando movimenti che si oppongano a tutte le logiche economiche, in nome di un appello al “soggetto” umano, ai suoi diritti e alle leggi che li fanno rispettare.