21 Aprile 2015   •  I testi / Punti di vista

Arte e terrorismo islamico

Luca Nannipieri

Il saccheggio del patrimonio storico-artistico in almeno 18-20 paesi del mondo, ad opera di diversi gruppi integralisti islamici, sono la più sistematica distruzione delle testimonianze antiche su scala planetaria forse mai avvenuta nella storia. I filmati delle razzie che il Califfato di Al Baghdadi diffonde riguardano una porzione geografica estremamente esigua, circoscritta, rispetto alle devastazioni, sempre di matrice islamica, che avvengono in molti altri luoghi: se infatti ciò che mediaticamente colpisce di più sono le esplosioni, le deturpazioni, i ladrocini che l’Isis compie tra Iraq, Siria e Libia, non possiamo tacere che molte altre efferatezze avvengono in luoghi che faticano ad arrivare all’attenzione dei media, pur essendo di eguale gravità: oltre infatti ai paesi mediorientali e nordafricani citati, la dinamite, le mazze, i bulldozer, i picconi dei fondamentalisti sono al lavoro, in vari altri Stati, come il Mali, l’Egitto, la Nigeria, il Niger, il Libano, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, l’Indonesia, l’Afghanistan, il Pakistan, l’India. Non è un’organizzazione militare organizzata e diffusa, ma sono diversificati gruppi estremisti di varia natura, dal Califfato di Al Baghdadi a Boko Haram, dai miliziani di Hamas ai Fratelli musulmani d’Alba libica, dagli integralisti di Ansar Dine ai salafiti egiziani, fino ai talebani pakistani e afghani. Tutte queste adunanze hanno una caratteristica comune: tutto ciò che è pre-islamico, avvolto nella jahiliyya, ovvero nell’ignoranza della verità svelata da Maometto, oppure tutto ciò che è idolatrico e allontana dalla shari’a, dalla strada da seguire, deve essere demolito. Così straordinarie testimonianze di origine assira, babilonese, accada, ebrea, romana, cristiana, induista, buddista e musulmana sono già state vandalizzate.

Da quando Maometto nel 610, in una grotta vicino La Mecca, riceve l’Arcangelo Gabriele che lo sprona a diventare il Messaggero di Allah, predicando la Rivelazione ricevuta, il rapporto tra i “sottomessi ad Allah”, ovvero i musulmani, e gli “infedeli”, ovvero coloro che non si dimostravano devoti alla Parola rivelata e trascritta nel Corano, è sempre stato un rapporto estremamente problematico. Per cui le distruzioni, le razzie, nei confronti dei luoghi e delle comunità che non si riconoscevano nel messaggio che Dio, tramite l’Arcangelo Gabriele, aveva consegnato a Maometto, sono sempre stati, a vario grado e a varia intensità, una costante della storia islamica. Molti teologi musulmani, come Ibn Taymiyya del XIII secolo o il novecentesco Abd Allah al-Azzam o il settecentesco Ibn Abd al-Wahhab, hanno improntato la loro riflessione sulla necessità di queste “distruzioni”, che erano salvifiche proprio perché alimentavano lo spirito della jihad, la guerra santa contro gli infedeli. Anzi tanto più distruggi le idolatrie degli infedeli, dunque chiese, templi, statue, bassorilievi, immagini, testi che stimolano la peccaminosa idolatria verso divinità differenti da Allah, quanto più spingi gli infedeli a ravvedersi o ad aver timore della forza della Rivelazione.

Ovviamente se oggi un miliardo e mezzo di musulmani vivono nel pianeta, è poco credibile pensare che un miliardo e mezzo di persone sia in guerra santa contro gli infedeli. Ma la radicalizzazione di molti gruppi estremistici è un fatto, così come è un fatto la loro intrattabile ostilità nei confronti di ciò che è diverso da loro, da loro ritenuto offensivo verso il profeta.

Dunque che cosa fare se Boko Haram incendia le chiese cristiane delle città di Niamey, Zinder, Maradi, Gourè, e la chiesa battista di Suleja, tra Niger e Nigeria? Che cosa fare se nel Mali i fondamentalisti di Ansar Dine legati ad Al Qaeda, hanno cancellato o pesantemente colpito, tra le altre cose, le moschee di Timbuctù, la porta della moschea di Sidi Yahya (XV secolo) e 7 dei 16 mausolei dei santi musulmani? Che cosa fare se, ormai quotidianamente sappiamo che l’Isis in Iraq, Siria e Libia, sistematicamente abbatte ogni testimonianza di qualunque civiltà presente? Ripetute distruzioni nelle città assire di Ninive, Khorsabad e Assur, nelle centinaia di siti mesopotamici. Il Palazzo del re assiro Assurnasirpàl II (IX sec a.C), nella città antica di Nimrud, è stato razziato. A Mosul, oltre alla razzia del museo di Mosul (il fatto che abbiano distrutte in gran parte delle copie non toglie nulla al gesto compiuto) è stata demolita la moschea del profeta Giona, pesantemente profanati i santuari sunniti di Sheikh Fathi e di Sultan Abdullah Bin Asim, il santuario iconico a cupola di Yahya Ibin al-Qasim, i santuari dei profeti Daniele, Shayth e Zarzis. A Tikrit distrutte la Chiesa Verde, simbolo del cristianesimo assiro del VIII secolo d.C., e la moschea di Arbaeen Wali, colpito l’antico castello, in cui nacque il Saladino. E che cosa fare se le distruzioni hanno imperversato anche la Siria? Sciacallati quasi 300 siti archeologici tra Aleppo e Palmira. L’Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione e per la Ricerca parla di 24 siti cancellati e 188 gravemente o parzialmente danneggiati. Raso al suolo il minareto della Moschea degli Omayyadi ad Aleppo. Incendiata la chiesa armena a Deir el Zor, che raccoglieva un memoriale dell’eccidio armeno.

E che cosa fare se questi abbattimenti proseguono e si accrescono in altri paesi, come l’Indonesia, il Pakistan, l’Afghanistan?

La risposta si articola a più livelli, visto che stiamo affrontando un problema epocale, su scala planetaria, che non cesserà il giorno in cui i media smetteranno di occuparsene. In modo carsico e violento proseguirà, a prescindere dalla nostra consapevolezza di esso.

Dunque due proposte concrete e fattibili per l’UE e l’ONU: i contingenti militari impegnati in operazioni di guerra o di pace, sotto il ventaglio dell’Onu, si dotino al loro interno di nuclei operativi che abbiano lo specifico compito di documentare le distruzioni o i saccheggiamenti, attraverso satelliti o droni o presa diretta, spedire il materiale riservato ad un’istituzione competente che vagli il materiale informativo e lo rielabori per capire che cosa è stato distrutto, che cosa ha necessità di essere preservato, che cosa deve essere messo in salvo in caso di una recrudescenza delle attività militari; a questo nucleo operativo, se ne aggiunga un altro più sul campo del conflitto affinché cinga i luoghi monumentali o a rischio e li preservi con la stessa attenzione “militare” che viene riservata alle ambasciate.

Il leader dei salafiti egiziani, Murgan Salem al Gohary, dopo la bomba che ha ridotto in briciole il Museo d’arte islamica del Cairo e la Biblioteca Nazionale, e le fiamme che hanno incenerito l’Istituto Egizio voluto da Napoleone, incita a distruggere le piramidi e la Sfinge. Bisogna aspettare che la Sfinge faccia la fine dei Buddha di Bamiyan, perché si capisca che è necessario supportare l’esercito egiziano del presidente Al Sisi nella protezione militare e documentale dei maggiori siti archeologici e monumentali egiziani?

Le autorità irachene chiedono aiuto contro l’Isis per difendere le antichità: chi può fornire questo supporto se non nuclei estremamente operativi sul territorio, competenti nella specifica realtà storico-artistica che vanno a vagliare o difendere, da inserire subito nei contingenti militari in appoggio ai Governi locali a noi vicini?

Il lavoro culturale per spingere gli islamici più moderati a spegnere queste rabbiose radicalizzazioni nate in loro seno è un impegno decennale, forse secolare, così come il processo per attenuare le violenze del cattolicesimo quando imponevano il rogo alle donne epilettiche, scambiate per possedute dal demonio, o ai liberi pensatori, scambiati come oltraggiosi eretici. Nell’attesa che gli islamici, nel loro insieme, elaborino il rispetto della contemperanza delle diversità (affinché le uccisioni dei redattori di Charlie Hebdo o del regista Theo Van Gogh non facciano parte di una lunga serie nelle nostre terre), occorre coinvolgere i nostri più audaci specialisti nella conservazione del patrimonio culturale e metterli al seguito dei contingenti militari a noi vicini. Solo così supereremo il fisiologico sentimento di condanna e di indignazione che ci prende di fronte alle vandalizzazioni islamiche, e daremo concretezza al nostro desiderio che quei templi, quelle chiese, quelle moschee, quei musei, continuino ad esistere anche per i nostri e per i loro figli.