01 Novembre 2004  

Così il Polo perde la sfida delle riforme

Redazione

 

Apriamo una parentesi sull’Europa, che a parentesi è stata ridotta dalla defenestrazione di Monti a vantaggio di una corrente di minoranza di un partito minore. Avessimo mandato Buttiglione a Bruxelles, ancora ancora: pare che parli fluentemente cinque lingue, anche se non si capisce bene quello che dice neanche in italiano. Il problema è che ci abbiamo mandato Catone. Voi direte: Catone, chi era costui? Catone è il Machiavelli e lo Sparafucile di Buttiglione, l’ispiratore e lo spalatore, il gestore dei flussi (non solo elettorali), insomma l’uomo forte del pensatore debole. Aspettate che a Bruxelles si insedi la nuova coppia italiana B&C (che non sono Bonnie&Clyde ma Buttiglione&Catone) e Barroso ne vedrà delle belle. Berlusconi spesso accusa Follini di essere un vecchio democristiano. Ma Follini sta a Moro come Catone sta a Ciancimino. Ma chiudiamo pure la parentesi e domandiamoci a che gioco – davvero – sta giocando Berlusconi. Quello che si vede in superficie è chiaro: isolare Follini nel suo partito o scippargli il partito. Affari politici. Abbiamo simpatia per l’Udc, ma non fino al punto di identificarne le sorti con quelle del paese. C’è qualcosa di molto peggio, sotto la superficie; e, ahinoi, ci riguarda tutti. Il premier sta barattando i prossimi vent’anni di vita dello stato unitario con i prossimi due anni di vita del suo governo. Ha dato via libera a una trattativa segreta tra la Lega e i quisling dell’Udc, al termine della quale potremmo avere la peggiore forma di governo immaginabile: più federalismo e meno premierato, più poteri di veto e meno poteri di decisione. Un’Italia alla jugoslava; anzi, una ex Italia. (Dicono che Calderoli sia il garante del patto, che resterà nel governo per garantirne la riuscita alla Camera, per poi tornare al Senato a controllarne l’esito finale: la carica di vicepresidente a Palazzo Madama sarebbe stata lasciata libera allo scopo). Un certo grado di federalismo, un paese moderno può e forse deve anche permetterselo. In fin dei conti il centrosinistra fece cose turche, alla fine della sua legislatura. Basti pensare che declassò lo Stato a mera parte della Repubblica, alla pari con regioni, province, comuni e aree metropolitane. Ma un’ulteriore botta di federalismo non accompagnato da robusti (e democratici) poteri centrali ammazzerebbe gli Stati Uniti, figurarsi un paese debole, diviso, prono al campanilismo, al corporativismo e alla spesa facile come l’Italia. L’obbrobrio comprenderebbe un finto Senato federale che non vota la fiducia al premier, dunque non legato ad alcun vincolo di maggioranza politica, ma in grado di bloccare il 90% delle leggi: camera alta del trasformismo, calcio-mercato dei parlamentari. In compenso, il premier sarebbe privo della facoltà di imporre alcuna disciplina di coalizione alla sua maggioranza, rivolgendosi agli elettori se del caso. Senato onnipotente, premier impotente. Dov’è la ratio di questo pasticcio, che eliminerebbe dal dizionario italiano la parola «governare»? La ratio non c’è. È solo che il compromesso è necessario per tenere in piedi il governo. Se ne sono accorti anche da quella parte. Gaetano Quagliariello, studioso vicino al presidente del Senato Pera, ha scritto sabato sul Messaggero che «il progetto della grande riforma si sta trasformando, di giorno in giorno, nel terreno di contrattazione per particolarismi e interessi in fondo corporativi: alla Lega la devoluzione; ad Alleanza nazionale la forma di governo; all’Udc la proporzionale». L’unico attore assente dalla scena è Forza Italia, che ormai funziona solo come la tenda a ossigeno del capo, ed è pronta a immolare la sua giovane vita per tenerlo in vita. Il problema, avvertono i più sensati, è che per vivacchiare oggi si prepara la Caporetto di domani. La minestra che si sta cucinando è infatti palesemente immangiabile, e gli elettori la respingeranno nel referendum confermativo, che dovrebbe svolgersi subito dopo le regionali del 2005 o agli inizi del 2006. Pensate che unodue: una sconfitta alle regionali seguita da una sconfitta della nuova Costituzione. Sarebbe la tomba non solo del governo Berlusconi, ma del centrodestra per gli anni a venire. In un referendum senza obbligo di quorum, con il Sud contro, con la Confindustria contro, con la maggioranza divisa, il patto costituzionale Buttiglione-Calderoli non avrebbe scampo. O meglio, ci sarebbe solo una possibilità di harakiri del centrosinistra: se l’opposizione va al referendum urlando contro il premier forte, che non c’è e che la gente gradirebbe, invece che contro lo Stato debole, che c’è e che la gente non vuole; se si lascia prendere dalla sindrome della dittatura laddove c’è l’anarchia. E, a giudicare da come sta impostando la questione, non è detto che non ci riesca.

Il Riformista, 26 luglio 2004