01 Novembre 2004  

Così il Polo perde la sfida delle riforme

Redazione

 

Nonostante il tema delle riforme istituzionali sia logoro e l’interesse dei cittadini per esso sia declinato, non va sottovalutata l’importanza che può avere per la tenuta e il futuro della Casa delle Libertà.
Le forze della coalizione che ha vinto le ultime elezioni sono espressione della parte del Paese che, per ragioni differenti, si sente meno coinvolta dal patriottismo costituzionale che è stato costruito a partire dalla Carta del 1948, e ciò vale persino per il partito cattolico del centro-destra che è l’erede di quella parte del mondo democristiano più insofferente rispetto alla vulgata partitica e progressista che il senso comune ha riconnesso all’attuale Costituzione. I partiti del centro-destra, anche per questo, hanno la necessità di integrare le loro diversità costitutive nella proposta di uno Stato più funzionante. Hanno fatto della modernizzazione del Paese la loro principale missione; devono per questo dimostrare di saper ripulire dalla ruggine le nostre istituzioni, perché quella ruggine rappresenta il motivo di maggiore e più grave ritardo del nostro sistema politico rispetto alle nazioni più sviluppate.
Queste ragioni pongono la Casa delle Libertà al cospetto di una sfida: fondare una nuova legittimità costituzionale, in grado di dare coerenza alla coalizione e di proporre al Paese un nuovo inizio. Alla scadenza può riconnettersi anche un significato simbolico perché è indubbio che, a differenza di forze con radici più consistenti nel passato repubblicano, il centro-destra abbia il bisogno di alzare la bandiera della propria legittimità.
Le cose stanno andando, però, in tutt’altro modo. Sulla riforma delle istituzioni la maggioranza di governo, anziché ricercare i fondamenti di un accordo non effimero, sta scaricando tensioni interne, insoddisfazioni, velleità, frustrazioni di parte e spesso anche personali. Il progetto della grande riforma si sta così trasformando, giorno dopo giorno, nel terreno di contrattazione per particolarismi e interessi in fondo corporativi: alla Lega la devoluzione; ad Alleanza Nazionale la forma di governo; all’Udc una proporzionale immaginata come via di fuga. E Forza Italia, partito di maggioranza relativa, cosa reclama al tavolo al quale ci si spartisce la legittimità? Per incredibile che possa apparire, essa è priva di una proposta. Per un malinteso senso di responsabilità, appare interessata soltanto a trovare una linea di galleggiamento tra gli opposti egoismi, quasi che in discussione non fosse il futuro del nuovo Stato ma un problema come un altro: una delle tante nottate da far passare per consentire al governo di durare.
Questi comportamenti autolesionisti finiscono per agevolare il compito di chi, per ignoranza o mala fede, ha interesse a veicolare il messaggio che al tavolo delle riforme sia in gioco l’unità d’Italia. Nella realtà dei fatti non è così: il grosso della “devoluzione” è stato già concesso nella scorsa legislatura dal centro-sinistra allora maggioritario, attraverso il titolo V. Il federalismo rissoso e costoso che è scaturito da questa modifica costituzionale va corretto prevedendo un Senato federale che sia sede di raccordo tra Stato e Regioni e che non sia un Senato onnipotente che impedisca di governare. Il testo della riforma all’esame della Camera dei deputati non garantisce queste esigenze imprescindibili. Dalla loro approvazione dipende la possibilità di realizzare un sistema istituzionale ben funzionante ovvero di aggravare la situazione consolidando un sistema nel quale il ricatto politico di minoranze corporative e poteri forti sia facile da perseguire; la decisione divenga sempre più lenta e compromissoria; la spesa pubblica torni ad essere fuori controllo e le certezze del cittadino annichilite da un sistema bizantino di ricorsi e rinvii.
Al cospetto di questo spettacolo, il Paese è attonito e lo è ancor più l’elettorato del centro-destra. La Casa delle libertà sta trasformando una sfida in una sconfitta. Se si andrà avanti di questo passo, se chi ha la responsabilità primaria della coalizione non avrà uno scatto d’orgoglio, essa si troverà ad alzare un brandello anziché una bandiera. E non è difficile pronosticare che la sua riforma, ammesso che mai giunga in porto, non supererà il giudizio degli elettori nel referendum confermativo.
Si profila all’orizzonte una sorta di nemesi storica. Nel 1994 Berlusconi seppe inventare una coalizione che, dal niente, riuscì a sbarrare la strada ad uno schieramento di sinistra che si presentava allora pressoché privo d’avversari. Poco più di dieci anni dopo le stesse forze politiche, fallendo l’appuntamento con la legittimità, rischiano di spalancare la strada del governo agli avversari i quali, a loro volta, per le tensioni ed i problemi interni, non sembrano aver fatto molta strada dai tempi della gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria.

da Il Messaggero, 24 luglio 2004