28 Maggio 2005  

Dalla manovra economica alle controriforme. Quale opposizione?

Redazione

 

1. Al cospetto di una legge finanziaria che supera le più fosche previsioni è necessario domandarsi: quale opposizione gli italiani si aspettano da noi?
Forza Italia è il partito di maggioranza relativa e non un piccolo partito massimalista. Non compete a noi un’opposizione pretestuosa e inconcludente anche se questa assecondasse le spinte più radicali del nostro elettorato. Ma, d’altro canto, non possiamo neppure accreditare l’idea che l’etica della responsabilità comporti sempre e comunque moderazione; tanto meno pavidità. Abbiamo governato per cinque anni, in mezzo a tante difficoltà e facendo fronte a tante insufficienze. Oggi, senz’altro, è più facile di ieri autoassolverci. Tanti di quelli che, in campagna elettorale, hanno indossato la maglietta con la scritta “sono un coglione”, per confessare il loro voto a sinistra, oggi sono pronti a metterne una con una scritta emendata: “sono un coglione pentito”. Non dobbiamo cedere a questa sindrome autoassolutoria. Non dobbiamo scordare i nostri errori. Non dobbiamo, per sufficienza o superiorità, evitare d’analizzare le cause profonde che hanno spinto la sinistra a confezionare il disastro che abbiamo di fronte agli occhi. Per una forza politica con esperienza di governo come la nostra, il momento dell’opposizione è quello della rigenerazione. Quello nel quale si rinserrano le fila per comprendere dove si è sbagliato (perché nei cinque anni di governo tanto ha funzionato, ma tanto altro va rivisto, corretto e migliorato) e, soprattutto, per contribuire a disegnare una nuova e più coesa proposta politica, in grado d’incalzare le scelte degli avversari proponendo alternative puntuali e concrete alle loro politiche e ai loro progetti. Solo così sarà possibile assumere in maniera compiuta la guida di una opposizione seria: intransigente e strategica al tempo stesso che, per questo, sappia sfuggire alla falsa alternativa tra radicalità e moderazione, come se queste fossero categorie immutabili dello spirito in grado di eludere le circostanze storiche e politiche.

2. Oggi c’è un intero Paese che ci mette alla prova. Chi finora ci ha sostenuto si aspetta, prima ancora di vederci nuovamente alla guida del paese, una prova di maturità nel tutelare interessi prioritari e principi inderogabili per un paese libero.
Con questa legge finanziaria, infatti, siamo divenuti oggetto di un pericoloso tentativo di omologazione sociale che contraddice radicalmente l’idea della modernità che abbiamo cercato di offrire negli anni del nostro governo, senza essere riusciti a centrare del tutto gli obiettivi. Governare – lo abbiamo già detto – non è stato facile. Ammodernare un paese come l’Italia è tentativo non impossibile ma certamente arduo. Richiede tempo e pazienza perché le vecchie rendite sono radicate nel profondo del tessuto sociale di questo Paese e trovano difensori anche in quanti militano dalla nostra parte. Noi, quanto meno, abbiamo iniziato, attraverso un ambizioso piano di grandi opere, ad ammodernare le infrastrutture del Paese. Ci siamo impegnati a riformare il sistema della formazione e della ricerca. Abbiamo reso il lavoro più libero e più flessibile. Abbiamo tagliato leggi inutili e iniziato a riformare l’amministrazione della giustizia. Abbiamo posto le premesse per un fisco che possa essere più efficace perché impostato sulla convenienza e sulla fiducia dei contribuenti, anziché risultare punitivo, sospettoso, nemico.
Oggi tutto quello che abbiamo fatto, faticosamente, è disfatto dalla sinistra. Si bloccano le grandi opere sottraendo un possibile volano allo sviluppo della nostra economia. In maniera semi-clandestina, in accordo con i sindacati della scuola, si demolisce la riforma Moratti. Afflitti da miopia incalzante si decide di sospendere le riforme di pensioni e giustizia ignorando quanto questo sia necessario per il Paese. Si minaccia la legge Biagi, calunniandone il significato e gli effetti.
Io penso che abbiano ragione gli organizzatori di questo convegno quando parlano di controriforme. Perché quello che stiamo sperimentando in questi primi mesi di legislatura è un tentativo arrogante di innescare un processo di contro-modernizzazione della nostra società: la riesumazione dell’IRI sotto mentite spoglie, in tal senso, non è altro che una cartina al tornasole.
In questa dinamica si annida una contraddizione che dobbiamo svelare. Nonostante l’incredibile sforzo di Silvio Berlusconi che – contro avversari e alleati – è riuscito a far rimontare il centro-destra fino al punto di fargli ottenere più voti dell’altra coalizione (nel computo complessivo, tra Camera e Senato), le elezioni sono state perse perché tanti elettori appartenenti al ceto medio, moderati ma consapevoli degli obblighi imposti dalla modernità, hanno ritenuto di punire la nostra pavidità in quell’opera di cambiamento della quale il Paese necessita. Volevano più coraggio e iniziativa e hanno ritenuto, per questo, di doverci negare il voto o, addirittura, di fidarsi dei propositi riformisti dei nostri avversari. Attraverso una campagna mediatica di odio e pessimismo la sinistra ha carpito la fiducia di alcuni nostri potenziali elettori e vinto le elezioni sulle paure del ceto medio: quello stesso ceto medio che oggi viene brutalmente scaricato.
La finanziaria elaborata dal governo Prodi svela il loro errore. Essa è la prova tangibile della enorme distanza che separa il ceto medio e il mondo delle piccole imprese dalla sinistra. Si tratta di una finanziaria ideologicamente caratterizzata e totalmente appiattita sulla CGIL, con lo scopo di provvedere a una redistribuzione coatta di ricchezza, che non si pone neppure il problema che il suo effetto potrebbe essere quello di impoverire gli italiani: la stragrande maggioranza degli italiani. È una finanziaria punitiva che ricatta chi non ha votato per la sinistra, e anche molti altri. Essa denunzia il ritardo di cultura politica dei cosiddetti moderati della sinistra. Il fatto che quelle misure siano un tributo pagato al sindacato e alla parte più radicale della maggioranza è, infatti, solo parte della verità. L’altra, più importante, è che i cosiddetti moderati della coalizione mancano di una idea di modernità alternativa a quella dei loro compagni di strada. Sono moderati in senso sociale, perché vestono meglio e non dicono le parolacce. Apparentemente hanno anche costumi sessuali più morigerati. Ma non per questo posseggono un’idea alternativa a come si possa assicurare lo sviluppo di un Paese moderno, in un’epoca nella quale, per giunta, le sfide geo-politiche impongono decisioni coraggiose in luogo di genuflessioni accondiscendenti. Per tutto ciò, la riconquista della fiducia dei moderati che hanno votato per il centrosinistra – e sono tanti quelli che già si sono pentiti di averlo fatto – dovrà essere il nostro obiettivo. Il centrodestra ha ricevuto il consenso della metà degli italiani, e a quasi sei mesi dalle elezioni tanti altri sono disposti a riconoscerci la loro fiducia. Siamo maggioranza di fatto nel paese e in nome di questa responsabilità dobbiamo dimostrarci in grado di offrire una sponda agli elettori moderati del centrosinistra affinché il paese reale, che ci sostiene, sappia che siamo sempre pronti a tutelare il benessere degli italiani.

3. Altri s’impegneranno in un’analisi degli aspetti più strutturali della manovra. In quest’intervento, da parte mia, vorrei soffermarmi su due aspetti che denunziano il deficit di modernità non soltanto dei Giordano, Diliberto, Pecoraro Scanio et similia, ma anche dei Prodi, dei Padoa Schioppa, dei Bersani, dei Fioroni, delle Bonino e di tutti quelli che per anni ci hanno dato lezione di coerenza, moralità e coraggio. Il primo concerne il bisogno di controllo sociale che esprimono per la loro atavica paura nei confronti dell’iniziativa individuale.
A inizio di legislatura abbiamo assistito ad altisonanti proclami sull’esigenza di ridurre gli sprechi nella burocrazia con collegati annunci di soppressione degli organismi creati dal governo precedente. E’ stata invece taciuta l’intenzione di riproporre, contestualmente, le stesse strutture altrove: ovviamente con i dovuti interessi. E non si tratta soltanto di una differenza quantitativa. La qualità di questi organismi è ancora più importante. Perché laddove essi – spesso non sempre – erano stati pensati in vista di semplificazioni da conseguire, l’odierna finanziaria li immagina per rafforzare il controllo sociale presente. Un esempio, in tal senso, apparirà emblematico: quello della commissione per la semplificazione creata dal ministro Baccini presso il Dipartimento della funzione Pubblica. Il Governo Prodi la ha immediatamente soppressa e contestualmente ricostituita a Palazzo Chigi, evidentemente al fine di distribuire un po’ di poltrone a una così variegata schiera di partiti e partitini che compongono la sua maggioranza. Ma esiste un’altra differenza tangibile: all’epoca del governo Berlusconi quella commissione lavorava perché l’obiettivo, evidentemente, era auspicabile. Oggi, invece, sappiamo solo che oltre venti componenti sono lautamente pagati ma non sappiamo niente sui loro lavori.
Questo è stato l’inizio, si annuncia molto di peggio se il disegno di legge finanziaria dovesse essere così approvato. Si dà vita, tra le altre cose, a “commissioni consultive per lo spettacolo dal vivo”, a una cabina di regia per lo sviluppo dell’occupazione dalla quale – è facile intuirlo – si dovrà guidare l’opera di smantellamento della legge Biagi. Nel campo degli “osservatori” se ne crea uno nazionale sulla famiglia che in realtà, se dovessero passare pacs e matrimoni omosessuali potrebbe divenire poco più di un oggetto di contemplazione. E un altro, dall’intitolazione un po’ equivoca, è consacrato al “contrasto della violenza nei confronti delle donne e per ragioni di orientamento sessuale”. Ci permettiamo di obiettare che, per quanto concerne la violenza nei confronti delle donne bisognerebbe smettere di osservare e fare qualcosa di concreto. Per esempio, a favore delle donne mussulmane che in Italia vivono segregate subendo violenze d’ogni tipo. Per quanto, invece, riguarda l’orientamento sessuale comprendiamo: se dovessero essere certificati i cinque generi, così come si vuole in Europa, in realtà orientarsi non sarà più scontato così come in passato. E ancora, si istituisce la Commissione tecnica per il coordinamento dei rapporti finanziari tra lo Stato e il sistema delle Autonomie locali (mia figlia, cultrice di Robin Hood, mi chiederebbe se c’è veramente bisogno di una commissione per coordinare le malefatte nei confronti dei sudditi comminate da Giovanni Senza Terra e dallo Sceriffo di Nottingham); una Commissione per la garanzia dell’informazione statistica che, si presume, avrà il compito di attestare la veridicità di sondaggi che danno Berlusconi sconfitto, sempre e comunque; un’agenzia nazionale “per lo sviluppo dell’autonomia scolastica”, che entrerà in funzione quando quel poco o quel tanto d’autonomia conquistato con la riforma Moratti è stato abrogato addirittura con atto amministrativo. Per ridurre la spesa pubblica, si giunge a ipotizzare la limitazione dei finanziamenti alla ricerca – è stato soppresso, tra l’altro, il finanziamento per la Fondazione per la promozione dello sviluppo della ricerca avanzata nel campo delle biotecnologie – per erogarli in favore di una Fondazione “Istituto per il lavoro” istituita con una legge della Regione Emilia Romagna. Lo confessiamo: ignoriamo le competenze di questa fondazione, ma non ci meraviglia sapere che sia sita in Emilia laddove il lavoro è soggetto ai maggiori vincoli pubblici concepiti nel nostro Paese. E poi, quando la fantasia scarseggia, il governo Prodi provvede a commissariare o dichiarare decaduti i vertici di vari enti pubblici con l’escamotage di un provvedimento di riorganizzazione, solo per disporre di ulteriori poltrone da distribuire.
Si potrebbe continuare a ironizzare. Così come non sarebbe difficile far emergere ancor meglio gli intenti vendicativi soddisfacendo i quali si cerca di placare, contemporaneamente, la propria sete di posti e di potere. Ma non ci si può fermare lì. Al fondo di questa “comitardite” vi è l’istinto di controllare ogni emergenza sociale; di resuscitare, al di fuori dei partiti ormai non più di integrazione sociale, quel ceto di “partitocrati” che gestiscono risorse pubbliche alle spalle di un’opinione pubblica che si vorrebbe consenziente e che, invece, è distante perché quelle emergenze, anziché osservarle, le vive quotidianamente sulla propria pelle.

4. L’altro inquietante indizio di contro-modernizzazione sul quale vorrei soffermarmi riguarda il modo nel quale questa finanziaria concepisce il suo intervento nei confronti del pubblico impiego. Una manovra che pretende di essere rigorosa e che sottopone le amministrazioni locali a pesanti sacrifici in termini di servizi erogabili, stabilisce infatti che al risanamento non concorre il pubblico impiego: l’unico a far festa per questa finanziaria. Si badi bene: in questo caso non si può criticare il sindacato, che certamente non può giungere a rifiutare ciò che graziosamente gli viene offerto. Si contesta invece la scelta, tutta politica, di un Governo che annuncia rigore ma non ha il coraggio di affrontare uno dei nodi storici della nostra finanza pubblica: la crescita vertiginosa della spesa per il pubblico impiego senza un contestuale aumento del rendimento e del miglioramento dei servizi erogati.
Gli Enti Locali avranno a disposizione risorse molto limitate, ma al netto di quelle stanziate per il rinnovo dei contratti del personale. Ed è questo il filo rosso che unisce i vari punti della finanziaria: in ogni ambito viene fatto salvo il diritto dei pubblici dipendenti al rinnovo dei propri contratti. Nulla di male, si dirà. È un diritto dei lavoratori, si ribadirà. Nessuno di noi lo contesta, ma dati alla mano si realizza una forte sperequazione tra settore pubblico e settore privato. E questo non è socialmente accettabile. Così come non è accettabile, che tranne poche voci dell’opposizione – Brunetta ha pubblicato su Italia Oggi un bel articolo che svela la relazione pericolosa tra i sindacati del pubblico impiego e questo governo- nessuno ha avuto il coraggio di denunciare il significato conservatore di queste disposizioni. E sentire anche i nostri alleati sostenere di essere “a prescindere” dalla parte del pubblico impiego (pensando forse che i dipendenti della P.A votino in blocco per un solo partito) reca enorme danno al Paese. Come si può giustificare che chi lavora per il settore pubblico (e quindi senza un reale rischio di licenziamento) registri aumenti stipendiali complessivi pari al doppio di quelli del settore privato (sempre a rischio di licenziamento) senza che questo susciti alcuna reazione? Una seria forza di governo non può permettere il permanere di una simile sperequazione. In un Paese moderno le sorti della Pubblica Amministrazione devono essere direttamente proporzionate alla capacità di sviluppo economico del Paese, e non rinverdire il mito del “salario variabile indipendente”. Dovrebbe essere ormai senso comune che migliorando l’efficienza della PA si migliora anche il rendimento delle imprese: lo ribadisce l’OCSE da dieci anni ed è uno dei capisaldi della c.d. Strategia di Lisbona in sede europea. Ma questo governo ha scelto come propria base sociale di riferimento il sindacato e i ceti più conservatori. Si è dimenticato le ragioni di chi produce, dei giovani e del loro bisogno di futuro, di quanti vogliono ricacciare indietro l’ineluttabilità del declino. Per tutti questi il centro-destra deve divenire un interlocutore ancora più maturo dimostrando già da oggi di esser pronto a rimettere il Paese sulla via della modernità, avendo ancora più coraggio e consapevolezza che nel recente passato.