21 Luglio 2020   •  Punti di vista

Dimenticate il nostro debito e liberateci dall’Unione Europea

Redazione

L’articolo fa parte del dibattito “A conversation between citizens and cultures in the EU over the EU Budget” promosso da Sallux Foundation (www.sallux.eu)

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di Tapio Luoma-aho, Direttore del think tank Kompassi (Helsinki, Finlandia)

Non avevo compreso il significato di questa invocazione finché non l’ho ascoltata per la prima volta. É possibile la salvaguardia della libertà personale se siamo vincolati dal senso di colpa o dal debito? É compatibile la libertà nazionale con gli attuali e crescenti livelli di debito e divisione interna? Le questioni riguardanti la liquidità e il debito stanno minacciando di gettare la nazioni europee ancora una volta nell’angolo. Ma, alla fine, nei confronti di chi ci stiamo indebitando? E cosa dovremmo fare in merito a tutto ciò? C’è una via d’uscita, una remissione dai debiti, un “giubileo europeo”?

Il percorso della Finlandia verso l’Unione Europea (UE) e l’Unione Economica e Monetaria (EMU).

Ciascuno degli Stati parte dell’UE ha avuto un passato e delle aspettative molto differenti riguardo il processo comunitario. Quando la Finlandia è entrata nell’UE, eravamo appena usciti dal “dominio” del grande vicino dell’est. L’Unione Sovietica collassò e per la prima volta da decenni ci siamo sentiti di nuovo liberi di dire la nostra e scegliere il nostro percorso.

Agli inizi del 1990 la Finlandia ha sofferto della peggiore crisi economica della sua storia recente. La crisi iniziò a causa delle cattive politiche finanziarie promosse nel corso del decennio precedente, così come del collasso improvviso del mercato verso cui erano destinate gran parte delle esportazioni, l’Unione Sovietica. Da qui venivamo, da qui la volontà di sentirci di nuovo europei. O meglio, questo volevano i nostri leader. I leader e la stampa maggioritaria costruirono solide argomentazioni per entrare in Europa. Nel referendum del 1994 il risultato fu raggiunto per un soffio. Poteva essere andare anche diversamente.

Lo stesso fu per l’ingresso nell’area Euro. Il dibattito pubblico in merito fu scarso. Il governo filo-europeista dell’epoca – guidato dal Primo Ministro Paavo Lipponen (SD) – assunse la decisione di confluire nell’Eurozona. Gli economisti, le associazioni imprenditoriali e i sindacati erano fortemente divisi al loro interno sulla questione e il leader pro-euro riuscì a giocare bene le sue carte. Fu quanto mai facile far ricadere la colpa della severa recessione dell’inizi degli anni ’90 sulla debolezza della moneta nazionale (il marco finlandese), anche perché questo fornì un alibi ai decisori che riuscirono così a salvarsi la faccia.

Mentre il referendum del 1994 poteva essere visto come un momento di democrazia, il processo di ingresso nell’Eurozona non lo fu. Quando siamo entrati nell’Unione Europea, ne avevamo desunto che questa decisione non avrebbe automaticamente significato anche l’ingresso nell’area Euro e l’adozione della moneta comune. In ogni caso, nel 1998 i nostri leader conclusero che la questione era già stata definita e che – in ogni caso – ciò fosse previsto dal Trattato di Maastricht. La storia europea su come si sia arrivati all’Euro è perfettamente descritta, ad esempio,\ nel libro Euro Tragedy di Ashoka Mody (2018).

L’Europa andava integrandosi e pare che il cosiddetto “Metodo Monnet” descriva il processo. I principali drivers di questa integrazione sono stati i leader europeisti. Certamente, c’erano molti punti secondo i quali la cooperazione europea e, in particolare il mercato comune, avrebbero fatto bene all’economia. Libero scambio ed economia di mercato sono vie per garantire la pace tra persone. Popoli molto diversi, come osservava già Voltaire. Pochi di questi benefici, invece, richiedono anche una moneta comune.

Come ci fa sentire l’Europa?

Molto è successo in termini di integrazione europea, ma cosa abbiamo percepito di tutto ciò noi, cosa hanno percepito le persone? Ci sentiamo più europeisti oggi che nel 1995? Avevamo bisogno dell’UE, dell’Eurozona, della politica di coesione, del mercato comune, delle “quattro libertà”, della PAC, dell’Unione Energetica, della politica del riuso del suolo o del Green New Deal per sentirci più uniti? Non ne sono così convinto. C’è una visione europea che sentiamo nostra? Pensiamo all’Europa davvero così tanto? Probabilmente siamo pressoché indifferenti alle riflessioni dei lontani eurovisionari, che sembravano vivere in un altro pianeta, ma certamente non una delle nostre nazione. L’Europa è lontana di Parigi, da Roma, da Helsinki, non è vero? Noi cittadini non abbiamo le risorse per “rimanere sul pezzo” su che cosa stia accadendo – e su come questo impatterà sulle nostre vite, sulle tasse che dovremo pagare, sui nostri salari e così via – se siamo lasciati da soli nel comprendere il vero significato dei trattati dell’UE.

Forse l’unica cosa che ha davvero salvato l’Unione Europea e l’Eurozona fino ad ora è davvero la distanza dalle notre vite reali. I cambiamenti sono stati graduali, oppure sono stati fatti in tempi di crisi ed emergenza, come sta avvenendo ora. C’è qualcuno in grado di controllare? Può l’Ue diventare una federazione, seguendo le orme degli Stati Uniti? Tecnicamente è possibile, ma politicamente ci sarebbe un lungo percorso da fare. E siccome non è semplice, deve essere fatto nel corso di una crisi.

Il nazionalismo è il nuovo progressismo?

Come esseri umani vogliamo sempre ambire a qualcosa di nuovo, avere obiettivi, avere la sensazione che la vita stia andando nel verso giusto e di avere tutto sotto controllo. Lo stesso si applica alla società e alla politica. Fino a un certo punto abbiamo percepito che l’integrazione europea stava progredendo. La cooperazione europea per noi era certamente qualcosa di nuovo agli albori del 1990. Ricordo ancora i volti dei finlandesi della campagna “No all’Unione Europea” nel 1994. I capi erano prevalentemente uomini anziani che fallirono nel comunicare la propria visione. C’era una visione? Preservare uno status quo non può essere esattamente definita una visione. É altrettanto vero che ogni generazione vuole un progresso, provare qualcosa di nuovo, essere saggia o folle!

I tempi sono cambiati negli ultimi 25 anni. Oggi non è più molto chiaro quale messaggio sia “fresco e progressista”: se quello degli “eurofili” o quello dei nazionalisti. Le euro-élites di Bruxelles stanno facendo i capelli grigi e l’unica visione che sembrano offrire è quella di salvare a tutti i costi il progetto europeo, del quale quasi nessuno conosce più lo scopo. Bene, forse combattere il cambiamento climatico e contrattaccare Cina e Usa è una battaglia economico-tecnologica senza fine. Ci si potrebbe chiedere se l’Europa sia davvero di aiuto, anche in queste due circostanze. Parti della Grecia sono già state vendute e alcuni governi flirtano apertamente con la Cina invece che con l’Europa. La politica sul cambiamento climatico dell’UE non è stata un gran successo fino ad ora. E molto importante, il crescente debito nazionale e le tensioni interne stanno rendendo l’Europa sempre più fragile.

I nazionalismi appaiono come qualcosa di nuovo, di “fresco”, almeno per il momento. Io non ho difficoltà a comprendere la frustrazione dei britannici che hanno votato a favore del “leave”. Può non essere stato razionale. Ma ancora, che cosa lo è? Non è razionale interrompere le cose, ma come esseri umani alcune volte dobbiamo farlo. Forse l’UE è percepita come entità che “tiene insieme le persone, senza che ne siano consapevoli, per un proposito sconosciuto, da persone che non ne sanno nulla.”

L’Euro ci sta spingendo nell’angolo

Il fallimento del progetto europeo è realmente iniziato con la crisi europea che portato a battesimo gran parte dei movimenti nazionalisti e populisti in ogni angolo d’Europa. La crisi era inevitabilmente dovuta alla struttura dell’Unione Monetaria. E ancora, si era supposto le cose dovessero andare secondo il metodo “Monnet”. La crisi europea fu seguita dalla crisi dei rifugiati e ora siamo di nuovo a dibattere di sovranità e solidarietà. E ci sentiamo impotenti. La moneta comune è stata particolarmente dannosa per le economie europee più deboli. Assumendo la prospettiva della “frugale” Finlandia, immaginiamo che, in aggiunta al meccanismo urgente di risposta alla crisi, il quadro finanziario pluriennale dell’UE sia permanentemente elevato al 10 per cento del PIL che, come alcuni dicono, questo sia il limit minimo di budget federale necessario per tenere in piedi un’unione monetaria. Come impatterebbe questo sul fardello fiscale? Quali benefici sociali locali dovremmo tagliare al fine di sostenere economicamente l’UE? I sindacati reagirebbero in qualche modo? O pagheremmo il tutto semplicemente con nuovo debito sperando che l’economia ritorni a crescere di nuovo? Oppure, per esempio un 5-10 per cento in più di tasse, non verrebbe notato perché in fondo Bruxelles è lontana? Se le cose andassero davvero male per il meccanismo di crisi, si stima che il debito pubblico finlandese potrebbe raddoppiare rispetto ai livelli del 2019.

Come molti economisti, incluso il Premio Nobel Joseph Stiglitz, hanno fatto notare, è stata l’unione monetaria ciò che ha minacciato le nazioni europee di essere buttate fuori. Così, come nel caso della Finlandia del 1994, abbiamo ancora oggi un sistema, una moneta da rimproverare. Ma, a differenza del caso finlandese, questa volta gli elementi contro la moneta sono davvero forti. Così, al posto di colpevolizzare alcune nazioni definite “pigre” ed altre “avare”, si dovrebbe lavorare per trovare una via d’uscita da tutto questo. Accusarci reciprocamente è completamente inutile.

Sfortunatamente, non abbiamo ancora iniziato la discussione su che tipo di Europa vogliamo. I tempi non sono mai maturi.

Esiste una via oltre al debito?

Se avessi idea di come risolvere i problemi dell’Europa, lo direi senza problemi. La solidarietà non è semplice da costruire a livello europeo e le ragioni sono antiche: non ci conosciamo veramente bene, siamo lontani gli uni dagli altri e non parliamo nemmeno la stessa lingua. Spesso i media nazionali non aiutano, specie quando si concentrano proprio sulle questioni che ci dividono. Le relazioni economiche, o meglio tutte le relazioni intra-europee, sono gestite dal debito. L’unione monetaria ha reso i nodi legati al debito ancor più relazionali. Possiamo dimenticare il debito passando per uno dei tanti meccanismi che sono stati proposti? Chi verrebbe salvato e chi salverebbe? Il mio rispetto a coloro che si siederanno al tavolo cercando di capire. Quindi, qualsiasi cosa venga decisa quando la cala notte (si, probabilmente durante una notte) preannuncia una decisione ardua, della quale probabilmente noi, i cittadini europei, sapremo solo in seguito. Possiamo soltanto sperare per il meglio. Ma, ancor più importante, noi come cittadini europei abbiamo bisogno di continuare a parlarci e a confrontarci a vicenda.