03 Novembre 2006  

Due linee: il Papa ha scelto

Redazione

 

Il linguaggio e le clausole retoriche della comunicazione ufficiale della Chiesa cattolica sono tali — improntati sempre a una certa circonvoluta cautela e a una genericità di riferimenti — che di solito, se si vuole, non è difficile leggere nei discorsi della gerarchia ciò che si vuole. Ne possono nascere — mi chiedo con quale utilità per l’efficacia della comunicazione stessa — valutazioni che sono spesso l’una l’opposta dell’altra. Prendiamo per l’appunto i commenti al discorso del Papa a Verona di giovedì scorso: «Ratzinger lancia la santa alleanza con gli atei devoti», titolava La Stampa il pezzo di Luigi La Spina con aderenza esatta, anche se magari un po’ enfatica, a un passo effettivamente pronunciato dal Papa e certo di forte significato. Passo che invece curiosamente spariva del tutto nel commento di Pietro Scoppola su la Repubblica, titolato ecumenicamente «La spinta del Concilio». Un titolo anche questo esattissimo ma beninteso se riferito alla lettura data del discorso da Scoppola, personaggio emblematico del cattolicesimo progressista italiano: una lettura tutta disperatamente tesa, anche a costo di omissis, a sostenere che Benedetto XVI si era mantenuto in una «logica religiosa», che tra lui e il cardinale Tettamanzi si sarebbe notata una perfetta concordia di accenti all’insegna di un «ritorno» al Concilio, per finire con la solita deprecazione di maniera per le «strumentalizzazioni politiche» delle parole del Pontefice (che come si sa sono sempre le strumentalizzazioni di chi non la pensa come chi scrive, il quale, beato lui, riesce invece a restarne immune). Dunque tutti insieme appassionatamente e senza problemi. Problemi, invece, nella Chiesa italiana (e non solo) ce ne sono eccome, dal momento che in essa si affrontano da tempo due anime che è, sì, sbagliatissimo qualificare in termini politici ma che, come quasi tutto a questo mondo, finiscono di sicuro per avere risvolti anche politici. La linea di divisione e di confronto tra queste due anime verte su due questioni capitali, che interrogano, peraltro, non solo i fedeli cattolicima qualsiasi persona di questa parte del pianeta che abbia un cuore e una testa. La prima la potremmo chiamare la questione della Tradizione. Per gli uni la tradizione a cui restare fedeli è quella, e di fatto solo quella, che inizia con il Concilio, eletto al rango di un vincolante annuncio epocale (pure a distanza di ormai mezzo secolo), e di cui si auspica di continuo (a seconda dei casi) il «compimento», il «ritorno», il «rilancio », nella convinzione che ciò che è stato pensato e fatto nei due millenni precedenti abbia valore solo storico o al massimo profetico- preparatorio. Per gli altri, invece, ogni possibile innovazione pratica e dottrinale è chiamata a rendere in qualchemodo conto al depositum fidei ricevuto, e non può violare oltre misura la regola aurea della prudenza e della continuità intrecciate tra loro e viste come elementi necessari di ogni enunciazione di «verità». Come non scorgere in questo confronto una trasposizione sul terreno religioso di quel problema del ruolo del passato e del suo valore per l’oggi che impegna anche il mondo laico di fronte all’irruzione sempre più dirompente del futuro? Il secondo problema che divide il cattolicesimo italiano (e non solo) è il problema antropologico della modernità.

C’è nella Chiesa chi pensa che la tendenza all’ibridazione multiculturalista da un lato e dall’altro la trasformazione dei caratteri della soggettività (estensione enorme del suo raggio d’azione, possibilità riconosciuta di adottare stili di vita e sessuali i più diversi, di dominare i processi della vita e della morte), che tutto ciò debba essere il centro di una nuova complessiva, riflessione cristiana sul mondo, e che tale riflessione non possa sottrarsi al dovere di pronunciare tutti i no che la fede e la tradizione consigliano. C’è invece, sul versante opposto, chi è convinto che oggi più che mai il dovere massimo dei cristiani — un dovere che assorbe ogni altro — sia quello dell’«ascolto», dell’«accoglienza», della «pace», della sollecitudine creaturale per «l’altro». Un dovere che, come si capisce, finirebbe, preso fino in fondo sul serio, per sminuire radicalmente qualunque dimensione e pretesa dogmatico-disciplinare, tanto è vero che infatti chi si riconosce in esso preferisce muoversi nell’ ambito delle «comunità», dei «movimenti», del «volontariato» anziché in quello della Chiesa propriamente detta. E di nuovo pure qui è impossibile non cogliere l’eco di tensioni e discorsi analoghi che percorrono anche l’universo laico, riguardanti di volta in volta i limiti da porre o da non porre a certe tecnologie, come stabilire i rapporti con altre culture e civiltà, il modo d’intendere la pace e la guerra, e così via. A me pare che a Verona, come del resto già altre volte, tra queste due linee papa Ratzinger, pur nei limiti comunicativi detti all’inizio, abbia scelto. Con le cose che ha detto come con quelle che non ha detto, riconfermando quella linea che troppo disinvoltamente in passato era stata attribuita alla volontà caparbia del solo cardinale Ruini. Poteva, che so, insistere sul tema della pace, parlare degli immigrati, della condizione degli anziani, del ruolo delle donne o magari diffondersi ancor di più su quello del laicato nella Chiesa. Non lo ha fatto. Ha parlato ovviamente della rivoluzione cristiana e poi dell’esclusione di Dio dalla sfera pubblica, del relativismo e del laicismo, dell’importanza delle scuole cattoliche, delle «forme deboli e deviate di amore», dell’accordo che il Logos creatore sembra aver stabilito tra la ragione soggettiva e quella oggettivata nella natura e dunque propria dell’indagine scientifica; e infine ha invitato la Chiesa italiana ad «aprirsi con fiducia», a «cogliere la grande opportunità», legata all’esistenza di «molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede» ma che condividono con molti credenti «la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà». Potrà piacere o non piacere, ma di chi si tratta se non dei cosiddetti (spregiativamente dai loro avversari) teocon? Potrà piacere o non piacere, ripeto, ma tentare di far dire al Papa ciò che non ha detto non solo sa alquanto di puerile furbizia clericale, ma allontana da quella serietà dell’impegno morale e civile all’insegna della verità che dovrebbe unire tutti, credenti e non credenti.

dal Corriere della Sera