26 Febbraio 2010   •  News

"Est modus in merito". Prospettive e criteri di valutazione per i ricercatori universitari

Redazione

Credo che alcuni temi siano ampiamente condivisi. Se si dovesse chiedere se la solidarietà, l’eguaglianza, la libertà siano dei valori positivi, probabilmente, non sarebbero più delle dita di due mani gli Italiani che risponderebbero in senso negativo. Così anche per il merito. Il fatto che chi “merita” faccia strada non è mai in discussione, ma come accade per qualsiasi principio, specialmente quali quelli altisonanti sopra elencati, il “cosa si intende per” e il ”come fare a” discrimina la chiacchiera dalla reale fede nel principio.

Faccio un esempio per capirci. La carriera di un Ricercatore – di questi soggetti parlo e sono parte – secondo il sentire comune, dovrebbe essere scandita dal “merito”. Un merito misurato su quale metro? Un metro nuovo sul quale conformare la precedente attività o un metro che riconosca la precedente attività che era basata su un metro diverso da quello che oggi si vorrebbe privilegiare.

Il nuovo metro passa attraverso graduatorie basate sostanzialmente su un algoritmo che assegna la massima importanza, valore e priorità, cioè il “merito”, al lavoro di ricerca approdato a pubblicazioni su riviste con “impact factor”. La precedente attività è stata basata, per molti ricercatori, sullo svolgimento di impegni didattici onerosi, necessariamente richiesti dagli atenei, per mantenere l’offerta formativa e lo svolgimento della routine di insegnamento e di assistenza. Inoltre, si pensi a quanto lavoro di corsia, di pronto soccorso, di assistenza o altra attività clinica hanno affrontato molti “ricercatori” dell’area medica in cliniche universitarie o convenzionate. Questa “precedente attività”, spesso, è in conflitto con il merito seguito dal nuovo metro, perché per fare tutta la didattica necessaria, e farla bene, il tempo per la ricerca e per l’impact factor viene a ridursi; perché per “curare” bene le persone un medico, a cui viene espressamente richiesto di fare il medico che cura, deve occuparsi per molto tempo di quel lavoro appena, appena importante per chi è curato. Anche in questo caso rimane poco tempo e possibilità per il ricercatore medico di occuparsi e “curare” il proprio impact factor.

Ogni “metro” è convenzionale, non è una verità assoluta, quindi attenzione a non eleggere a santità ciò che è solo convenzione, magari convinzione, ma solo opportuna convenzione. È “merito” aver lavorato per anni assicurando l’offerta formativa degli atenei? È merito aver accettato carichi didattici non contrattuali, anche a discapito della propria produzione scientifica per supplire alle difficoltà “didattiche”? È merito aver supportato per decenni l’attività clinica di un reparto universitario? È merito essersi sempre impegnati in silenzio in mezzo alle mille difficoltà economiche che l’attuale status di ricercatore impone a chi tale ruolo ha, magari riuscendo anche a produrre ricerca e cultura? Se questo è un merito, perché tale merito non verrà mai “pagato” da coloro i quali appongono il sigillo del merito sulla “novità” delle proprie proposte? Perché i Ricercatori dovrebbero continuare a meritare se il loro “merito” non viene e non verrà mai pagato?

La mancanza di fondi, reale o relativa alle scelte di priorità politica, non è nelle mie possibilità conoscere, contestare o appoggiare, ma è nelle mie possibilità discutere che nulla di meritorio vedo nel cancellare le aspettative, l’impegno e il valore professionale di una categoria di persone (26.000 Ricercatori) che col “merito”, acquisito o da acquisire, non avranno più nulla a che fare: “categoria ad esaurimento”, nel senso che, senza concorsi (mancanza di fondi) e surclassati da eventuali nuove figure professionali, dovranno attendere il “pensionamento” per dedicarsi con merito alla coltivazione delle brassicacee . 

È evidente che il problema dei Ricercatori è un problema chiave, sebbene poco dibattuto e scarsamente preso in considerazione, ma non eludibile nella sua vastità. Senza entrare nel merito della legge 133, è innegabile che le regole che vincolano il turn over e che stabiliscono la “virtuosità” degli atenei gravano soprattutto sulla possibilità di premiare il “merito” degli appartenenti alla “categoria” più debole, a quella di coloro che hanno davanti a sé tutta la piramide professionale: i “Ricercatori”. Si badi bene: il”merito” da premiare in base alla situazione attuale è indipendente dal metro da utilizzare. Qualsivoglia “metro” si utilizzi nessuno ne potrà usufruire, quindi, in realtà, ogni discussione imbastita sul metro del ”merito” è simile a quelle tenute tanti anni fa sul sesso degli angeli o a quelle più moderne sul fatto se sia meglio bere birra o vino bianco con la pizza. Non hanno alcun senso per i Ricercatori attuali, per i 26.000 ad esaurimento. Cioè per coloro che faticosamente e pesantemente collaborano, hic et nunc, all’oggi dell’università; gli stessi che saranno fondamentali per il domani degli atenei, perché l’esaurimento non è immediato solo perché decretato e legiferato.

Il dato di realtà è proprio questo. i Ricercatori, se non per numeri marginali, non usufruiranno del principio sul quale si vorrebbe basare la nuova società e la nuova università; per loro non vi sarà premio per merito. Per loro non vi sarà punto premio. Non è una questione di essere di destra o di sinistra, di appoggiare questo quel movimento; è una questione di bilancio economico non di filosofia. Ai Ricercatori sotto attuale contratto con l’Università un “metro” si è voluto applicare, ed è quello macro-economico. Un aspetto interessante ed un poco inquietante è legato al “patto”, “contratto”, “vincolo” che dovrebbe sancire i rapporti tra due entità che vorrebbero legarsi professionalmente o economicamente. Un patto-contratto-vincolo legherebbe i contraenti a diritti e doveri stipulati all’atto della firma e mantenuti in via bilaterale fino al termine stabilito dal contratto stesso. Ogni variazione deve essere condivisa, accettata e sottoscritta da tutte le parti sottoscrittrici del patto. Nessuno si sognerebbe di pretendere di giudicare il dovere, il merito di una delle parti in funzione di regole non appartenenti al contratto d’origine. Nessuno si sognerebbe di imporre nuove regole ad una delle parti, senza una preventiva condivisione e sottoscrizione della novità. Perché una delle parti dovrebbe condividere o sottoscrivere un nuovo contratto che di fatto annulla il merito del lavoro precedente e la possibilità di far valere per la propria carriera tale tipo di “merito”? Strano modo di interpretare il liberismo meritocratico. Sembra più una logica del tipo “mangia questa minestra o salta dalla finestra”; qualcuno più vecchierello ricorderà il nonno che raccontava l’uscita dalla trincea col fucile di un compagno alle spalle per impedire di tornare a nascondersi dalla falcidia sicura della mitragliatrice austriaca.

Un corollario che discenderebbe da quanto finora sostenuto è quello facilmente intuibile meditando sui criteri valutativi per gli atenei recentemente proposti dal MIUR. Molto del punteggio assegnato agli atenei proviene dal lavoro di ricerca e di pubblicazione. Chi fa il grosso di tale lavoro che apporterebbe punteggio e, di conseguenza, fondi agli atenei? I Ricercatori. Ma perché dovrebbero continuare a farlo se il “merito” non viene premiato? O si è così ingenui da pensare che coloro i quali firmano i lavori di ricerca siano solo quelli che si dedicano alla ricerca, nessun “amico dell’amico” ha mai calcato le bibliografie internazionali? e quanti “ricercatori” puri lo sono grazie al lavoro di altri meno puri. Nulla è bianco o nero in questo mondo, e, forse, bisognerebbe cominciare a pensare che c’è il bianco e il nero assieme.

Ci sono vari motivi per i quali i Ricercatori potrebbero continuare a “meritare”: per esempio per conquistarsi un posto in paradiso, perché il lavoro nobilita l’uomo, per un principio morale superiore, per far contenta la propria mamma, perché le brassicacee crescono troppo in basso, perché il cappuccino del bar antistante l’ingresso dell’istituto è fantastico, perché è meglio meritarsi la stima dei capi, perché è meglio mangiare questa minestra che saltare dalla finestra … o perché il merito del proprio lavoro è riconosciuto. Chissà?

Qual è il motivo che “politicamente” si predilige? E chi andrà a dirlo ai 26.000 Ricercatori?

 

 (Il testo dell’intervento su “Ricercatori e merito”, tenuto dal Professoressa Annalisa Monaco – del Direttivo nazionale Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari (CNRU), durante il convegno della Fondazione Magna Carta sulla riforma dell’università).