03 Giugno 2019   •  I testi / I ritratti / News / In Evidenza

Giuseppe Moscati e Gaetano Quagliariello:
 storia di un’amicizia (1905-1927)

Gaetano Quagliariello

Conferenza pronunziata nella Cattedrale di Bari il 13 aprile 2019

 

 

Prologo. 

Vi sono molte buone ragioni per essere emozionato stasera. La più immediata l’ha bene identificata mia sorella Rosanna, in un bell’articolo di presentazione di quest’evento, apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno: «Da sempre l’immagine di Giuseppe Moscati, il suo sorriso accennato, gli occhi profondi, hanno fatto parte della mia vita e di quella dei miei fratelli. Le storie che narravano la leggendaria grandezza del suo animo e la sua straordinaria generosità, ci hanno da sempre accompagnato e il suo nome, spesso evocato, è stato per noi come quello di un parente buono, andato via troppo presto e che ha lasciato nella famiglia ricordi indelebili e tracce incancellabili del suo personaggio».

Ci sono, però, altre motivazioni più intime e tra queste una essenziale. La nostra vicinanza familiare a Giuseppe Moscati la si deve all’amicizia con Gaetano Quagliariello, zio e padre putativo di mio padre Ernesto che, perso il padre naturale troppo presto, andò a vivere nella sua casa di Napoli a Salvator Rosa, assieme alle tre sorelle nubili di Gaetano: zia Rosa, zia Maria e zia Bebè. Di questa amicizia proverò ora a ripercorrere brevemente le tappe essenziali, con lo scopo di ricostruire un aspetto non secondario della vita di San Giuseppe Moscati. Ma questa ricostruzione getterà un fascio di luce almeno su altri due aspetti: la storia della scienza medica che per un certo periodo ebbe Napoli come indiscussa capitale e la nascita della chimica biologica in Italia. Come si vedrà, l’amicizia tra Moscati e Quagliariello ha molto a che fare con questa epifania. Essa sviluppò una scuola che ebbe sede nell’istituto e nei laboratori di Mezzocannone. È lì che s’incontrarono mio padre Ernesto e mia madre Cecilia Saccone. Si può perciò dire, senza enfasi, che l’amicizia tra Moscati e Quagliariello è tra le ragioni che hanno favorito le circostanze per le quali mia sorella Rosanna, mio fratello Matteo ed io siamo venuti alla luce.  

Vite parallele.

La biografia dei due amici, sin dagli albori, potrebbe essere descritta utilizzando il modulo narrativo delle “vite parallele” di Plutarco.

La tradizione familiare è il primo aspetto che li accomuna. Giuseppe Moscati nacque a Benevento il 25 luglio 1880 e fu il primo della sua famiglia a “derazzare” dalla tradizione forense: sia il padre che i fratelli erano, infatti, dediti al Diritto.

Gaetano Quagliariello nacque a Salerno tre anni dopo: il 19 dicembre 1883, da una famiglia di tradizione liberale e cattolica e, dal punto di vista professionale, di ascendenza forense. Il padre, Francesco, fu avvocato preclaro al pari dell’altro figlio Matteo e, come sindaco di Salerno, testimone dell’inserimento dei cattolici nella vita pubblica meridionale in vigenza di non expedit.

Moscati si iscrisse alla facoltà di Medicina nel 1887; Quagliariello, proveniente dal liceo Tasso di Salerno, lo raggiunse cinque anni più tardi, come egli stesso ricorda: «Quando io mi iscrissi alla stessa facoltà nel 1902, egli era già all’ultimo anno e quindi non ebbi occasione di avvicinarmi a lui, ma lo conobbi attraverso la fama che godeva tra i suoi colleghi come studente d’eccezione per valore e bontà».

Peppino, appena laureato il 4 agosto 1903, vincitore di concorso, ebbe immediatamente modo d’iniziare la vita da medico presso l’Ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili a Napoli, senza però abbandonare l’Università. Gaetano si laurea nel 1908 ma già dal 1905, ancora studente, è interno nell’Istituto di Fisiologia, diretto da Filippo Bottazzi. Dello stesso istituto, proprio nell’anno di laurea di Gaetano, dopo aver superato l’ennesimo concorso, entra a far parte Giuseppe Moscati col ruolo di assistente ordinario alla cattedra di Chimica Fisiologica. È in questo torno di tempo che nacquero e si consolidarono i rapporti tra i due giovani. Sono gli incunaboli di un’amicizia prolungatasi per una vita che, come si vedrà, ebbe un’influenza decisiva sulla vita privata e professionale di Gaetano Quagliariello. Egli, rievocando l’amico a vent’anni dalla scomparsa nell’Aula Magna dell’Ateneo napoletano, avrebbe detto:

Il compito di questa rievocazione è toccato a me, non perché il più degno e il più capace, ma perché ho l’altissimo onore di reggere in questo momento le sorti dell’Università, e perché nell’ultimo decennio della sua vita ebbi la grande ventura di essergli accanto giorno per giorno, di dividere le sue ansie, di godere dei suoi trionfi, di specchiarmi nella sua virtù.

  E ancor più significativamente avrebbe aggiunto:

Il suo, perciò oltre e più che un magistero di scienza, fu un magistero di vita, se questa va intesa, come va intesa, quale un continuo perfezionamento delle nostre attività spirituali.

1911: l’anno mirabile.

La conoscenza si trasformò in amicizia nel corso del 1911, quello che a tutti gli effetti per Peppino può considerarsi “l’anno mirabile”. Quell’anno, infatti, egli prese parte al concorso a coadiutore degli Ospedali Riuniti. Così rievoca Quagliariello: 

I posti messi a concorso erano soltanto sei ed il vincere costituiva, secondo l’efficace espressione del compianto prof. Castronuovo, come il possesso del bastone di maresciallo, giacché i primari degli ospedali e coloro che hanno facoltà di dettar lezioni nelle infermerie provengono esclusivamente dai coadiutori. Della commissione giudicatrice facevano parte uomini come Antonio Cardarelli, Enrico de Renzi, Beniamino de Ritis. Il Moscati si presentò al concorso, e questo atto fu giudicato non solo audace, ma addirittura temerario. Il risultato fu un trionfo, e questo fu proclamato dalla opinione pubblica prima che dalla stessa Commissione. 

In effetti, Peppino era il più giovane dei concorrenti, ma dopo le prove Cardarelli avrebbe affermato che in 60 anni d’insegnamento non s’era mai imbattuto in un ingegno simile. E il Professor Capasso, dal suo canto, scrisse a caldo nel “Pensiero Sanitario”:

Plaudiamo […] al trionfo del giovanissimo compagno e alla sorprendente rivelazione, che ha scosso l’ambiente che guarda alle cose ospedaliere. Noi nutriamo ancora viva fede che debba essere concesso il premio agognato e sudato nelle lunghe notti di tenebrante lavoro a chi, malgrado la scarsezza di conforti protettivi, mostra di fronte alla classe e all’opinione pubblica i segni vividi e autentici del suo valore e l’impronta schiacciante d’un alto intelletto e d’una meravigliosa cultura. 

A suggello di tale giudizio diffuso subito dopo il concorso, la Reale Accademia Medico-chirurgica, su proposta del suo presidente Antonio Cardarelli, lo nominò socio aggregato e un’altra Commissione, il 15 luglio, gli conferì la libera docenza per titoli in chimica fisiologica.

Da quel momento in poi, la sua vita si legò indissolubilmente all’Ospedale degli Incurabili, dove già operava. In una lettera del 1917 inviata al presidente degli Ospedali Riuniti, d’altro canto, Peppino ci si presenta nei panni del predestinato: 

[…] da ragazzo guardavo con interesse l’Ospedale degli Incurabili che mio padre mi additava da lontano, dalla terrazza di casa, ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome lenito in quelle mura. Un salutare smarrimento mi prendeva, e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose e le illusioni passavano come cadevano i fiori degli aranceti che mi circondavano.

Al 1911 risale anche la data del primo viaggio condiviso dai due amici. Il comune Maestro Filippo Bottazzi procurò loro dal Ministero della Pubblica Istruzione una borsa di studio di 500 Lire (allora si chiamava sussidio) per recarsi a Vienna al Congresso Internazionale di Fisiologia. Il viaggio ebbe come prima tappa Venezia e si prolungò poi fino a Budapest, dove Quagliariello aveva da coltivare rapporti legati alla sua attività di ricercatore. Rievocando quell’occasione Quagliariello scrive: «È un episodio di scarsa importanza per la vita del Nostro, ma ne ha una grandissima per la mia».

In realtà, l’aspetto più delicato della deposizione che Quagliariello rese nel processo ordinatorio che avrebbe inaugurato il percorso sfociato nella santificazione di Moscati, si riferisce proprio a un episodio controverso accaduto a Budapest, sul quale le sue parole fugano ogni dubbio. Al di là degli episodi, però, l’occasione fissa due aspetti che diverranno consustanziali al loro rapporto. Fa emergere una non comune capacità di Moscati di cogliere ed essere attratto dalla bellezza; propensione che, alla luce dei documenti a nostra disposizione, ci appare un non secondario nutrimento della sua fede. Riferendosi ai giorni condivisi, Quagliariello afferma: «Conoscevo la sua eccezionale preparazione scientifica, ma fu per me una vera sorpresa la sua profonda cultura in storia dell’arte, e il suo senso artistico, per cui nulla sfuggiva al suo sguardo di sagace osservatore». Emerge inoltre in quest’occasione un differente interesse di fondo dei due giovani che, come vedremo, riceverà in seguito altre conferme e fissa una complementarietà che avrebbe permeato non poco il loro rapporto. Il fatto è che Moscati si sentiva essenzialmente un medico, Quagliariello un ricercatore, e non certo casualmente egli rievoca: «A Vienna, sebbene alloggiati nello stesso albergo, ci vedemmo poco, perché mentre io seguivo i lavori del congresso, egli visitava cliniche ed ospedali».

La guerra come cesura, il dopoguerra come ripresa.

Per tutti gli uomini della generazione di Moscati e Quagliariello, la Grande Guerra si presenta come una cesura tra un presente precario e ignoto e un “mondo di ieri” irrimediabilmente perduto. La diversa vocazione dei due amici aiuta a spiegare il loro differente destino negli anni del conflitto. E, da un punto di vista storicamente significativo, consente di comprendere perché la Prima Guerra Mondiale fu una guerra totale, per cui ai “fronti esterni” fino ad allora protagonisti dei conflitti armati, si aggiungevano “fronti interni” non meno rilevanti per le sorti finali della guerra.

Gaetano partì come volontario nel maggio del 1915 e prestò ininterrottamente servizio, prima come Sottotenente e poi come Capitano Medico, fino all’aprile del 1919. Fu internato come prigioniero, in Austria, il 25 ottobre 1917. Peppino presentò anch’egli domanda al tempo della mobilitazione, ma non fu esaudito perché destinato all’assistenza civile. È lo stesso Moscati a rammentarlo in una pagina del suo diario coeva ai giorni della disfatta di Caporetto: «Il giorno 30 ottobre 1917 devo trovarmi a Firenze col collega Raffaele Paladino, perché entrambi dobbiamo comparire innanzi alla Commissione di Mobilitazione dei Medici. Credo per altro che io seguiti a godere della dispensa dal servizio militare, perché ceduto all’Assistenza Ospedaliera Civile. La Sanità Militare non mi accolse all’epoca della mobilitazione come volontario; ora i miei malati d’ospedale forse mi impediscono di cingere gli speroni ai calcagni». E più avanti: «Mi presento alle armi. Dio mi assista!».

In realtà, Peppino le armi non le avrebbe mai imbracciate. Le esigenze del fronte interno non glielo avrebbero consentito. Dai registri dell’Ospedale degli Incurabili emerge che nel periodo del conflitto egli visitò e curò 2.524 soldati. E di questo lavoro indefesso, matto e disperatissimo, resta traccia in una lettera del 21 novembre 1917 all’amico Michele Landoli, che evidentemente si era lagnato per una mancata risposta: «Cattivo Michele, (…) Tu dici che pure Diaz e Clemenceau hanno 5 minuti disponibili: errore! Ma per lo meno quelli lì hanno segretari, aiutanti, e ore fisse di lavoro. Io ho un lavoro febbrile, e l’emozione e l’incubo di qualche cosa che inesorabile si addensa sul mio capo». A partire dal 1916, inoltre, egli supplì il prof. Malerba, ammalatosi, nell’insegnamento di chimica fisiologica, e questo spiega perché alla morte di Malerba, naturalmente, la Facoltà di Medicina della Federico II di Napoli gli offrì la cattedra di quella materia. E qui si situa l’episodio che cementò l’amicizia tra Peppino e Gaetano e che portò quest’ultimo a maturare sentimenti di indissolubile gratitudine. 

Diamo la parola direttamente a Gaetano: 

Al ritorno dalla prigionia nel 1919 lo ritrovai sereno e tranquillo al suo posto di lavoro. Egli era lieto della fine del massacro e di aver potuto riabbracciare i suoi fratelli e tanti dei suoi amici e dei suoi allievi, lieto della vittoria che aveva ridato alla patria i suoi confini naturali, ma pensoso della pace, in cui già scorgeva i sintomi di nuove ingiustizie, e i germi di nuovi conflitti. Mi accolse con grande effusione di affetto e, notando il mio disorientamento e la mia tristezza – tanto comuni tra i reduci dalla guerra e particolarmente dalla prigionia – preoccupato del mio isolamento, mi fu accanto come un fratello. Quasi ogni sera o Egli stesso o la sua indimenticabile sorella, interprete fedele dei suoi desideri anche non espressi, mi invitavano, ora con un pretesto ora con un altro, a cenare a casa loro, e nella frequenza di quell’oasi di spiritualità, di tranquillità, di pace, anche io ritrovai la mia pace, la fiducia nelle mie forze, la gioia del lavoro. Ma, come seppi più tardi, Egli fece per me molto di più. Dovendosi provvedere a coprire la cattedra di chimica fisiologica rimasta vacante in seguito alla morte del prof. Malerba, avvenuta verso la fine del 1917, ed essendo la facoltà orientata verso di lui che aveva già impartito l’insegnamento con piena soddisfazione di maestri e di allievi durante il lungo periodo della malattia del Malerba e dopo la sua morte, fece sapere che non avrebbe accettato l’incarico, e suggerì e raccomandò il mio nome, col risultato che l’incarico venne a me conferito. Quanti di questi gesti di generosità Egli abbia compiuto è noto soltanto a Dio, ché qualche volta sono rimasti ignoti anche a coloro che ne trassero beneficio.

Gratitudine, dunque, non solo per la rinunzia. Ancor più perché quell’atto di generosità aveva aiutato Gaetano a superare un sentimento di disorientamento comune ai tanti reduci della guerra.  Ma, con ogni evidenza, anche la serenità di Peppino doveva essere un atteggiamento superficiale che copriva un turbamento più profondo. E quel turbamento torna a manifestarsi in tante occasioni. Ancora nel 1923, passando in treno nei pressi di un camposanto proprio sulla spiaggia vicino Civitavecchia, la mente rivà a quegli anni terribili e testimonia quale profonda cesura esistenziale essi avrebbero provocato: «Chi sa quanti di quei giovani erano stati stroncati dalla guerra europea! Io invecchiato, cambiato, raggiunto dalla grazia di Dio! Che profonda angoscia umana e che profondo abbandono nell’infinità ed eternità di Dio…». 

Un altro viaggio. 

Nel 1923 sono passati solo 12 anni dal viaggio a Venezia, Vienna e Budapest. Peppino e Gaetano, però, sono delle altre persone. Hanno attraversato la guerra. Hanno assistito al crollo dell’Italia liberale. Soprattutto, non sono più giovani di belle speranze ma uomini maturi che hanno trovato le rispettive strade e stanno affrontando con pieno vigore le missioni di vita alle quali si sono consacrati. E’ questa condizione umana che fa da sfondo al secondo “grande viaggio” che i due amici affrontano assieme. Ancora una volta l’occasione è data da un congresso internazionale di fisiologia e ancora una volta all’origine della decisione si trova il professor Bottazzi, che in questo caso organizza e partecipa con la figlia.

Per apprezzare l’importanza biografica di quest’accadimento può essere utile una considerazione preliminare. Cent’anni fa non si viaggiava con la facilità di oggi. Non c’erano i voli low-cost, non c’era “Trivago” che ti consente di trovare un alloggio a buon prezzo all’ultimo minuto. Il viaggio presupponeva un distacco più profondo e rappresentava una scelta da meditare. Questo spiega il lungo travaglio di Peppino nel momento di scegliere se associarsi o no alla comitiva: 

[…] le insistenze di mia sorella mi hanno parlato come una voce angelica. Avrei potuto rimandare il viaggio, e indirizzarlo a Lourdes e a Paray-le-Monial; ma questa ispirazione non mi venne subito, quando acconsentii che i miei buoni amici e futuri compagni di viaggio, i proff. Bottazzi e Quagliariello, si mettessero attorno per farmi ottenere il passaporto e per acquistare i biglietti ferroviari. Ai piedi della Madonna del Carmine, nel suo nome, a Santa Teresa al Museo (chiesa tanto ricca di ricordanze mie infantili) ebbi l’ispirazione di partire. E la sera del giorno innanzi a quello destinato alla partenza, mi gettai ai piedi del confessore, il p. Perillo barnabita (essendo assente il p. Pio mio abituale confessore), e, avendo solo fatto cenno al Padre che mi accingevo a partire per la Scozia, egli mi disse: «e questo viaggio lo compirete come un dovere, e vi sarà fecondo di meriti». Non avevo ancora esposto a lui i miei dubbi, che mi veniva la sua approvazione.

Nonostante la comitiva più ampia, Peppino e Gaetano in questo viaggio ci appaiono inseparabili, sin dalla prima tappa a Roma. Riferisce Peppino nella corrispondenza alla famiglia: «Vado con Gaetano Quagliariello a S. Pietro, per visitare il monumento a Pio X. Bellissimo: il papa, raffigurato in un enorme candidassimo blocco di marmo, alza lo sguardo e le braccia al cielo, come per implorare protezione al suo gregge!».

Insieme, ancora, a Londra: «Trovai una chiesa italiana (alla Clerkenwell), ove condussi Gaetano Quagliariello. Quando mi accostai ad uno che chiedeva l’obolo in giro per domandargli a ch’ora ci fosse la messa (era domenica) in inglese, mi sentii rispondere: “Signurì, a l’otto!”. Era un vecchietto napoletano. […] Uscendo dalla chiesa, trovai una vecchia per la strada, con Rilette, molto goffa; le domandai: “Voi siete italiana?” – «Gnorsì, so’ di Ravello” – “Che fate qui” – “cca’aggia morì ormai: vendo frutti».

Giunti a Edimburgo prendono alloggio nella villa del dottor Nasmith, alla periferia della città, distanti dal resto della comitiva: «[…] qui a Edimburgo viviamo separati: Quagliariello e io in una casa, Bottazzi e Cecilia in un’altra, e i Foà in un’altra».

Dalle lettere di Peppino alla famiglia si evince chiaramente che quell’attitudine manifestatasi per la prima volta a Vienna e Budapest – sfruttare gli incontri scientifici dei suoi colleghi come occasione per visitare ospedali, mettere a confronto pratiche, terapie, approcci al malato e alla malattia – si è ancor più rafforzata col passare del tempo. Anche a Edimburgo, infatti, si reca in ospedale per osservare, assieme ai primari locali, alcuni ammalati. Poi nota: «Vi scrivo in poche ore di libertà, dopo il lunch. Sono solo; non è in casa nemmeno Quagliariello, che è andato al congresso. (Inutile dire che del congresso mi sono infischiato)». E ancora, pochi giorni dopo: «Il mio desiderio è di visitare e studiare gli ospedali e l’ordinamento degli studi in questi paesi inglesi: tutta roba che non interessava ai miei compagni». D’altra parte questa “scelta di viaggio” di Moscati è confermata dai ricordi di Quagliariello: «Anche a Edimburgo – annota Gaetano – Egli non si occupa molto delle cose del Congresso: partecipa, a quanto ricordo, soltanto a un ricevimento in onore del prof. Schafer, del quale ammira i contributi fondamentali alla conoscenza delle ghiandole endocrine, e alla solenne cerimonia del conferimento della laurea ad honorem al prof. Bottazzi, cerimonia che lo riempie di gioia per l’altissimo onore conferito a un suo maestro ed amico, e per il decoro che ne deriva a tutta la scienza italiana».

Il fatto è che il pensiero di Peppino è sempre occupato dagli ammalati lasciati a Napoli e dalle incombenze dell’Ospedale. In una lettera alla sorella, così scrive: «Io desidero ogni ora, ogni minuto tornare, ma soprattutto Quagliariello, e poi Bottazzi e la coppia Foà mi hanno incatenato». Riesce a “evadere” il 2 agosto, quando la comitiva lascia Edimburgo e si scinde: i Bottazzi e Quagliariello partono per Ostenda, Bruxelles, Anversa, Parigi. Per rientrare prima, Moscati prende un’altra strada: Parigi, Lourdes, Napoli.

Di fronte al regime.

Grazie alla grande mole di lettere e impressioni, il viaggio a Edimburgo ci aiuta a mettere a fuoco aspetti significativi della figura di Moscati. Ci concede, innanzi tutto, alcuni indizi sui rapporti col regime nascente che trovano conferme in elementi successivi. Ad un esame d’insieme della documentazione lasciataci da Moscati, egli non appare particolarmente interessato alla politica. Il suo sembra essere un atteggiamento d’astensione e d’attesa che, condiviso da settori importanti del mondo cattolico, si potrebbe definire “afascismo”: lontano dall’adesione così come dall’attiva opposizione. Tuttavia, già nel 1923 emergono qui e lì nella corrispondenza segni d’insofferenza e perplessità. Il professor Visco, che lo accoglie a Roma e gli offre il pranzo, è definito con malcelato distacco, nient’altro che “un pezzo grosso del fascismo”. E la perplessità traspare evidente in un altro momento della visita romana, quando «viene il prof. Lomonaco a salutarci affettuosissimamente. Mi propone così, un po’ velatamente, di farmi entrare nei consigli tecnici del fascismo». Il commento è a dir poco emblematico: «Mah!».

Queste impressioni iniziali appaiono come incunaboli di un fastidio destinato ad amplificarsi. Non solo Peppino tenne rapporti epistolari stabili con uomini che non nutrivano simpatia per il regime come Giustino Fortunato e Benedetto Croce: interessò anche quest’ultimo per provare a bloccare il regio decreto del 10 febbraio 1924 n. 549 con il quale l’allora Ministro della pubblica istruzione Giovanni Gentile si proponeva di “clinicizzare” gli ospedali, impedendovi il libero insegnamento. La disposizione riguardava anche gli Incurabili ma, al di là dei problemi “casalinghi”, Moscati prevedeva esiti nefasti per la medicina italiana e non mancava di avanzare considerazioni più generali sul clima illiberale instaurato dal nuovo regime. Scrive Moscati a Croce: «Ordinando che i professori ufficiali di clinica invadano gli ospedali, scacciandone il personale medico, autonomo, reclutato per concorso, spegne la scuola fiorente, libera (quella che rese possibile la formazione clinica di D. Cotugno, del Calerei, di Antonio Cardarelli e altri più antichi e moderni)». Egli temeva, insomma, la creazione di “un’oligarchia clinica ufficiale, a cui avrebbe dovuto inchinarsi tutto il pensiero medico”. Croce accolse la sollecitazione dell’amico e s’interessò del problema. Sicché, in una successiva lettera di ringraziamento dell’11 giugno 1924, Moscati si spinse oltre e, sapendo d’incontrare la benevolenza dell’interlocutore, scrisse: «È un’opera continua di distruzione nel paese del cosiddetto consenso!».

Un cattolico laico. 

Se nelle notazioni di viaggio si ritrovano solo alcune labili tracce delle sue propensioni politiche, ben più consistenti indizi possono rintracciarsi sulla sua religiosità e sulla tipologia della sua fede ardente. Da tali indizi si riceve conferma, innanzi tutto, di un senso estetico innato che Moscati aveva coltivato sin dalla tenera età attraverso la pratica della pittura, della musica e lo studio della storia dell’arte. D’altro canto, la sua attrazione per la bellezza dei luoghi è testimoniata dal documento che avrebbe prodotto sul piano urbanistico di Napoli, preoccupato per gli esiti negativi che quel provvedimento avrebbe determinato per i tesori artistici e ambientali della città. E questa attenzione per il paesaggio naturale si sposa con una naturale curiosità verso il paesaggio umano, intrisa di un profondo senso religioso.

Tale propensione dello spirito – viatico privilegiato verso la fede – emerge già dalle impressioni accumulate nel corso del lungo viaggio in treno per raggiungere la lontana meta nel Regno Unito: «Alle 14.30 partenza per Modane, per la Francia – scrive Moscati –, si parte anche in compagnia del prof. Carlo Foà e della sua signora. Ma Gaetano Quagliariello ed io abbiamo preferito metterci in un altro scompartimento: così i nostri amici stanno più comodamente e noi più liberi. Una donna del popolo con la sua bambina seminuda e sudicia è nella nostra vettura: il marito, un operaio insudiciato di polvere, è nel corridoio. Quella povera donna va a Parigi: non ha nemmeno panni per coprire la sua creatura: la fortuna la guida e l’assiste anche Iddio».

Questa capacità di farsi emozionare dai paesaggi naturali e umani si nutre di un riferimento costante alle radici, che associa i luoghi aviti con gli affetti imperituri: «Attraversiamo delle valli chiuse da monti ricoverati di castagni (Borgogne). Qua e là il nastro argenteo dei fiumi: come è simile questo paesaggio a quello indimenticabile di Serino, l’unico posto al mondo, l’Irpinia, ove volentieri trascorrerei i miei giorni, perché rinserra le più care, le più dolci memorie della mia infanzia e le ossa dei miei cari!».

Serino, paese d’origine della famiglia Moscati: luogo agognato ma mai raggiunto perché ogni anno «il pensiero dell’ospedale e dei suoi ammalati lo induce a rimandare la vacanza all’anno successivo». La nostalgia per Serino e per l’Irpinia è motivo ricorrente nelle lettere dal viaggio e si ripresenta, ad esempio, alla visione di Lourdes. La bellezza, però, suscita in Moscati un moto di meraviglia che sfocia nella gioia dell’animo, soprattutto quando egli percepisce quanto quel sentimento possa essere contagioso e ne coglie le implicazioni positive negli occhi del prossimo. Ed è qui che il viatico della bellezza verso la fede si amplia e si precisa. È esemplare, in tal senso, un commento a consuntivo del viaggio: «La signorina Cecilia (la figlia del professor Bottazzi n.d.e.) – e questa me la legherò al dito! – quasi sempre non accettava ospitalità sotto il mio ombrello a Londra. Chi sa perché! Ma io le sono grato, perché uno dei maggiori godimenti interiori e riposi del viaggio compiuto è stato la tacita ammirazione, che si impadroniva del mio cuore, per la fresca gioia, per l’ingenuo movimento di sorpresa suscitato ad ogni novità, per la sana esuberanza di sentimento, che ella manifestava a tutte le cose belle dei paesaggi e dell’arte. Gaetano Quagliariello mi è stato affettuosissimo compagno, pazientissimo».

A questa religiosità, che definirei istintiva, fa da pendant una fede ardente che si nutre di una profonda consapevolezza del ruolo che la religione, e in particolare il cattolicesimo, ha svolto nella storia (Moscati non manca di sottolineare, nelle note di viaggio, l’importanza ricoperta dalle abbazie benedettine nella civiltà inglese); e ancora, una forte consapevolezza della propria identità e dei precetti che essa implica; un innato rispetto per le altrui convinzioni in ambito sia civile sia religioso. Per questo egli non mancò di manifestare apprezzamento per la mentalità anglosassone. In una lettera racconta: «La sera sono andato dal dott. Cullen; il pranzo che fu tutto di pesce, niente carne: il P. Agius mi aveva consigliato di dire ai miei ospiti che, se loro non era d’incomodo, ci tenevo a osservare il venerdì; perché qua si tiene a che ognuno pratichi il suo culto, e non fa buona impressione chi se ne infischia». D’altro canto, non mancava di compiacersi della salute della quale godeva, in quei paraggi, la Chiesa cattolica. Tra le cose importanti da comunicare a casa nelle lettere quotidiane, un incontro a Edimburgo con due medici cattolici, i quali gli dissero: «Avete visto quante chiese ha Edimburgo? Tutte chiuse! Solo la domenica aperte… ma abbandonate: perché i protestanti hanno la forma dell’osservanza, ma la profondità del sentimento non mai, perché la loro religione è fredda! Invece le chiese cattoliche sono frequentatissime». Compiacimento scevro da ogni traccia di clericalismo, come si evince da un’altra nota nella quale si sofferma sul ruolo della massoneria nella società anglosassone: «Non vi scrissi che, una sera, noi del congresso fummo ricevuti dalla Massoneria?! Io lessi sull’invito che il ricevimento del Lord Provost sarebbe avvenuto ai Free-Masons; supponevo fosse il nome della via… Ma qua la Massoneria è una istituzione di mutuo soccorso e di beneficenza, non è irreligiosa. E poi mi assicurano i gesuiti e il dott. Cullen che è usanza a Edimburgo di prendere in fitto le sale della Massoneria per concerti, riunioni. Anche i cattolici noleggiano quelle sale per le loro assemblee. Così i gesuiti hanno nella loro casa un salone per concerti, e lo fittano ai presbiteriani, quando ne vengono richiesti».

Questo approccio laico alla fede risulta ancora più importante su un piano più alto e più significativo. Dalla corrispondenza di Moscati, infatti, emerge una concezione della scienza come perenne ricerca e critica delle certezze. Un approccio che sembra anticipare quelle acquisizioni della moderna epistemologia per le quali si può ritenere “scientifico” solo ciò che è falsificabile. Con ogni evidenza, in Moscati questa convinzione è favorita dall’assoluta certezza di un confine tra terra e cielo che rende mai assoluto e definitivo ciò che si compie in questo mondo e che consiglia di non assolutizzare e deizzare nessuna attività umana, tanto meno la ricerca scientifica.

La scuola: Medicina e Chimica biologica in Italia. 

Eppure la sua medicina si nutriva di scientificità, e così fu sin dagli anni della sua formazione. Proprio Quagliariello, nel ricordo pronunziato nel ventennale della scomparsa dell’amico, ricorda come a differenza di tanti giovani che «appena iscritti alla facoltà di medicina vorrebbero, senz’altro, iniziare lo studio delle malattie e degli ammalati e giudicano una perdita di tempo lo studio della chimica, della fisica, della botanica; egli queste discipline studiò con grande amore, e appena gli fu possibile entrò quale interno nell’Istituto di Fisiologia diretto a quell’epoca dal prof. Albini». Qui incontrò il giovane professor Malerba che, fra i primi in Italia, si era dedicato allo studio della chimica fisiologica: «[…] ne fu fedele collaboratore e amico, e riuscì a vincerne l’ostinato materialismo riconducendolo alla fede di Cristo».

Dalla frequentazione del laboratorio di chimica fisiologica scaturirono la tesi di laurea sulla genesi dell’urea e una trentina di lavori pubblicati su diverse riviste italiane e straniere e in parte comunicati alla Accademia di medicina. Questa produzione, secondo Quagliariello, «dà una esatta misura della sua preparazione biologica e consente a noi, cultori di biologia, di rivendicare con orgoglio l’origine strettamente biologica della sua genialità clinica». E, approfondendo questa traccia, non sarebbe difficile evidenziare la provenienza medico-clinica della nostra chimica biologica, della quale proprio Gaetano Quagliariello fu il fondatore.

Il fatto è che nell’Italia d’inizio Novecento le scuole universitarie erano sì luoghi di trasmissione e d’ibridazione del sapere, ma erano anche, e soprattutto, luoghi nei quali si fondavano rapporti umani che resistevano per una vita. Peppino e Gaetano avevano partecipato alla scuola napoletana di Fisiologia fondata da Filippo Bottazzi e declinarono in maniera originale qualcosa di quella esperienza, il primo in ambito clinico, il secondo in ambito biologico. Entrambi, a loro volta, divennero dei capiscuola. Non casualmente, tra i tanti meriti che attribuisce all’amico, Quagliariello ritiene che il principale sia il fatto che agli Incurabili «egli fece rivivere nelle vecchie mura la scuola».

In tal senso, il fatto che Filippo Bottazzi – quello che nel 1911 aveva procurato ai due giovani i mezzi per partecipare al congresso internazionale di fisiologia a Vienna, quello che nel 1923 convinse i due colleghi a prendere parte insieme al congresso di Edimburgo – abbia insistito molto perché Moscati trascorresse qualche giorno con lui a Diso, suo paese natale, più che un cenno biografico ha il significato di una metafora. Vi riuscì nel 1926 e anche questa volta Quagliariello fu compagno di viaggio. Nel Summarium del processo di canonizzazione troviamo una sua testimonianza su questa visita nel Salento. Riferendosi all’amico, Gaetano dichiarò: «Impegnò il resto della giornata a visitare ammalati di quel paese e di paesi circostanti, senza alcun compenso». Siamo a pochi mesi dalla morte improvvisa di Peppino. Nella corrispondenza resta traccia di un invito il 26 novembre a casa Moscati dove si ritrovano il presidente della Corte d’Appello Alberto Sorrentino, il prof. Gaetano Quagliariello, il prof. Filippo Bottazzi rettore dell’università e altri amici. Poi un grande vuoto e un enorme rimpianto. Nel registro delle firme, al momento della morte, una mano anonima vergò: «Non ha voluto fiori e nemmeno lacrime. Ma noi lo piangiamo, ché il mondo ha perduto un santo, Napoli un esemplare di tutte le virtù, i malati poveri hanno perduto tutto».

La santificazione. 

Alla fine di quest’excursus è più facile comprendere perché Peppino Moscati per Gaetano Quagliariello fu non solo un amico. Fu una guida e un esempio. Concediamo a Gaetano per l’ultima volta la parola: «Egli fu la perfetta incarnazione, che io abbia conosciuto, dello spirito di carità, quale ci rimane definito da S. Paolo: fu paziente e benigno, non invidioso, non vantatore dei propri grandissimi meriti, né millantatore del suo vasto e profondo sapere, non spiacente, non chiedente il suo, anzi del suo larghissimo agli indigenti, non irritabile, non imputatore del male, non contento dell’ingiustizia, della verità cercatore ardente, tollerante del tutto, tutto credente e sperante». L’introduzione della causa di beatificazione concessa da Pio XII gli fece sperare di avere la gioia di salutare, da vivo, la sua elevazione alla gloria degli Altari «e così i medici avranno la ventura di avere il Santo della loro generazione e l’Università di Napoli, la nostra università, dopo quella di Pavia, avrà il privilegio di annoverare un santo tra i suoi Maestri».

Gaetano Quagliariello morì nel 1957. Prese parte con la sua deposizione alle prime fasi del processo di canonizzazione, ma non assistette alla santificazione dell’amico. La lettera postulatoria avallata dalle firme dei più illustri tra i docenti dell’Università di Napoli risale al 15 maggio 1965. Tra i sottoscrittori tanti colleghi e allievi di Gaetano, provenienti dalla sua scuola. E anche questa, in fondo, è una metafora.

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Questa discettazione è partita da una notazione intima. Vorrei concludere riferendo una vicenda che si colloca nella stessa sfera. Molti anni fa il fratello di mio padre, mio zio Francesco, affrontò un’operazione d’ernia al secondo Policlinico di Napoli. La notte dopo l’intervento andai a fargli assistenza e rimasi con lui il giorno appresso. Al momento del congedo, mi confidò una preoccupazione: «Gaetano, non mi sento bene. E poi stanotte ho sognato Giuseppe Moscati che mi chiamava». Poco dopo zio Francesco fu colpito da emorragia interna e, improvvisamente, ci lasciò. Circa dieci anni fa mio cugino Matteo, che fa il medico a Salerno, mi chiamò e mi disse che a zia Rosanna, la più piccola delle sorelle di mio padre, era stata trovata una enorme massa, che l’avrebbero operata ma che lui temeva il peggio. Mi recai con lui all’ospedale di Baronisse e, al capezzale della zia, lei ci confidò di aver sognato Moscati che la rassicurava e gli faceva segno con la mano di no. Pochi giorni dopo Matteo mi richiamò e mi disse che l’operazione era andata bene e che l’esame istologico aveva avuto esito negativo.

Evidentemente, per chi ha fede questi sono segni inequivocabili di una protezione celeste; per chi non crede si tratta del consolatorio richiamo di una presenza affettuosa nei momenti di difficoltà della vita. Gli uni e gli altri, però, dovranno convenire che fatti come questi provengono da una copiosa fonte di bontà che dopo tanti anni non si è essiccata. Grazie.