28 Maggio 2005  

Guida alla lettura del rapporto bipartisan sull'Iraq

Redazione

 

Un gruppo di studi bipartisan sull’Iraq, voluto dal Congresso, ha presentato un rapporto sull’andamento del conflitto iracheno che afferma la necessità di cambiare l’atteggiamento finora tenuto dal governo Usa in modo da coinvolgere diplomaticamente l’intera regione mediorientale e riorganizzare le forze di sicurezza irachene affinché queste possano garantire al paese la stabilità sociale e politica.

Il democratico Lee Hamilton (vice capo della commissione di studi sull’Undici Settembre) e il repubblicano James Baker (segretario di stato di Bush senior) hanno coordinato l’Iraq Study Group, composto da dieci membri equamente divisi fra il Partito democratico e quello Repubblicano che ha lavorato in loco per nove mesiinterrogando una commissione composta da 171 esperti in materia nonché politici internazionali.

Il risultato di tale ricerca è un tomo di 142 pagine contenente una descrizione dell’attuale situazione irachena ed una corrispettiva strategia politico-militare da adottare tout-court che contiene ben 79 raccomandazioni dettagliate ad uso e consumo dell’attuale governo statunitense. Come sottolineato dagli stessi autori, il documento non rappresenta in nessun modo una panacea di tutti i mali né tanto meno una “formula magica” con la quale si possano risolvere gli innumerevoli problemi che il conflitto presenta. Si tratta piuttosto di un voluminoso “manuale d’uso” che è stato redatto da un think-tank di esperti a seguito di una ricerca empirica operata sul posto.

Il rapporto si compone di due parti principali: nella prima, denominata “valutazioni” si passa in rassegna la realtà attuale del paese considerando gli aspetti della sicurezza, della politica, dell’economia e del supporto internazionale. La seconda parte consta di una serie di raccomandazioni che il Presidente Bush può, a sua discrezione, tenere o no in considerazione.

Per quanto riguarda la parte relativa alle “valutazioni”, la commissione di esperti, pur avendo lavorato a lungo, non ha scoperto certo nulla di nuovo: vengono infatti descritte le varie fonti di violenza che operano nel paese dall’inizio del conflitto. Gli insorti arabo-sunniti, i gruppi jihadisti, le milizie sciite e gli “squadroni della morte”, la criminalità organizzata, l’esercito del Mhadi, guidato da al-Sadr e le Brigate Badr legate al Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI).

Il documento analizza poi la situazione politica non senza qualche errore: si afferma infatti che “un governo di unità nazionale largamente rappresentativo del popolo iracheno, è stato formato nel Maggio del 2006” tralasciando il fatto che queste elezioni si tennero tra le bombe, non si può non considerare che i sunniti le boicottarono nella quasi totale maggioranza. Si prendono in considerazione i punti di vista delle varie fazioni e si considera anche la forza di certe personalità politiche come l’Ayatollah al-Sistani, Moqtada al-Sadr, Barzani e Talabani.

Il rapporto Baker-Hamilton continua descrivendo quelle che si ritengono le questioni chiave: la riconciliazione nazionale,la sicurezza interna, la governance del paese e l’economia, in merito a quest’ultima si afferma che, nonostante il notevole potenziale dell’Iraq, l’attuale situazione è negativa in quanto minata dalla presenza della corruzione, dell’insicurezza e della instabilità politica, osservazioni quanto meno banali. Un altro aspetto negativo dal punto di vista economico è dato, secondo gli esperti che hanno lavorato al documento, dall’arretratezza delle infrastrutture per l’estrazione e la distribuzione del petrolio.

Si fanno poi i conti di quanto il governo Usa abbia speso nella ricostruzione del paese fino ad oggi (34 miliardi di dollari) e di quanto invece sia pervenuto dagli altri stati coinvolti nel conflitto (13,5 miliardi di dollari). Il documento continua considerando come gli stati limitrofi, ad eccezione forse della Giordania e dell’Egitto, abbiano fatto ben poco per aiutare a migliorare la situazione e in certi casi abbiano addirittura giocato un ruolo “controproducente”, come nel caso della Siria e dell’Iran.

Le conclusioni di questa parte del rapporto sono scontate: ” a dispetto di un massiccio sforzo la stabilità rimane inafferrabile e la situazione va deteriorandosi. Il governo iracheno non è in grado di governare, sostenersi e difendersi senza il supporto degli Stati Uniti…E non c’è più tempo”.

Si continua prendendo poi in considerazione alcuni scenari ipotetici basati su teorie precedentemente circolate all’interno della coalizione neo con: il ritornello presidenziale dello “staying the course” (proseguire per l’attuale strada) viene bollato come impossibile da attuare politicamente a causa della crescente impopolarità del governo, la possibilità di inviare più soldati considerata inutile dal momento che un generale americano avrebbe asserito “tutte le truppe del mondo non garantirebbero la sicurezza”. Infine, la divisione del paese in tre diverse regioni autonome sul modello dei cantoni svizzeri, porterebbe alla pulizia etnica, all’inasprimento della guerra civile, al collasso delle forze di sicurezza irachene e allo spostamento in massa della popolazione.

Nell’ultimo paragrafo della prima parte riguardante le valutazioni, gli autori si dichiarano d’accordo con gli scopi della guerra sottolineati dallo stesso Bush: un Iraq che possa “autogovernarsi, sostenersi e difendersi da solo”.

La seconda parte del documento esorta il governo statunitense a lanciare una nuova “offensiva diplomatica” che sia in grado di ottenere il consenso internazionale sulla conduzione della guerra, cosa di per sé impossibile anche se i G.I. americani combattessero con dei cuscini. “Per dirla con parole semplici, tutte le questioni chiave del Medio Oriente- Il conflitto arabo-israeliano, l’Iraq, l’Iran, il bisogno di riforme politiche ed economiche, l’estremismo ed il terrorismo- sono inestricabilmente connesse “.

Inizia poi una sequela di raccomandazioni: la prima costituisce un po’ l’esempio di come queste ultime siano state costruite: “Gli Stati Uniti, lavorando con il governo iracheno, dovrebbero lanciare la esauriente Nuova Offensiva Diplomatica tesa alla gestione dei problemi dell’Iraq e della regione tutta. Questa nuova offensiva diplomatica dovrebbe essere avviata prima del 31 Dicembre 2006”. Tra gli altri obbiettivi di questa iniziativa si parla anche di riportare le ambasciate internazionali a Baghdad.

Dopo aver passato in rassegna le implicazioni politiche dei paesi mediorientali nel conflitto iracheno ed aver constatato come tutti siano interessati ad una rapida risoluzione delle ostilità, gli esperti del rapporto Baker, consigliano al presidente di istituire un Gruppo Internazionale di Supporto all’Iraq (Raccomandazione n.4). Segue quella che molti media hanno definito come la vera e propria “Mission Impossible”: stabilire contatti diplomatici con la Siria e con L’Iran, che considerano gli Stati Uniti come “L’impero del male”.

Una delle affermazioni successive sottolinea come gli Stati Uniti non otterranno niente dal conflitto iracheno a meno di risolvere prima quello israelo-palestinese, la raccomandazione ( n.13) derivante da tale ragionamento, prevede una cooperazione con il Libano e con la Siria mirata a risolvere finalmente la situazione dopo una quarantina d’anni di stallo.

Secondo la raccomandazione n.15 la Siria dovrebbe poi lasciare al Libano il controllo del suo territorio, collaborare alle investigazioni sugli omicidi di Hariri e Gemayel e già che si siamo cessare ogni tipo di collaborazione con Hezbollah.

Con la diciottesima raccomandazione si stabilisce come basilare un ulteriore aiuto politico, economico e militare a supporto dell’Afghanistan, ma non si doveva ridurre la spesa e l’impiego di soldati?

La recommendation n.19, invece, chiede al presidente di mantenersi a stretto contatto con i leader iracheni, nell’ambito di una richiesta semplice: essi devono conseguire importanti successi nell’avanzamento della situazione economica, politica e militare del paese. Nel caso in cui i politici iracheni mostrassero la voglia di andare avanti per tale strada, allora gli aiuti Usa dovrebbe proseguire, in caso contrario, no! Il presidente Bush dovrebbe poi far sapere a tutti che non intende controllare le riserve di petrolio dell’Iraq. ( rac.n.23)

Il documento considera poi alcune leggi come obbiettivi primari da conseguire il prima possibile: la de-baathificazione (il partito baath è quello di Saddam Hussein), l’approvazione della legge sul petrolio, sull’esercito e l’approvazione della legge sulle elezioni provinciali. La raccomandazione ventisette contiene invece un esortazione a richiamare in Iraq tutti gli esperti e i tecnici che hanno lasciato il paese compresi gli ex-Baathisti.

La raccomandazione 29 auspica che le elezioni provinciali vengano tenute il più presto possibile perché sarebbero necessarie a restaurare il governo rappresentativo, in realtà non servono a mio avviso altre elezioni di alcun tipo a meno che non si siano prima costituite le necessarie infrastrutture istituzionali necessarie al normale svolgimento della vita sociale, non ha senso parlare di democrazia in un paese in cui non c’è acqua potabile e corrente elettrica.

La numero 35 esorta il governo Usa a prendere contatti con al-Sistani, al-Sadr, i membri della milizia e i leader degli insorti, cosa che equivarrebbe, però, ad una dichiarazione di sconfitta. La numero 38 richiede la presenza di esperti neutrali internazionali che affianchino il governo iracheno durante il processo di disarmo.

Per quanto riguarda la strategia militare, pur ammettendo la non esistenza di una tattica vincente, il documento consiglia al governo di combattere al-Quaeda per mezzo di unità speciali e di allenare, equipaggiare e supportare le forze di sicurezza irachene usando al contempo l’accortezza di evitare ulteriori influenze negative da parte della Siria e dell’Iran in tal senso. Più avanti, nell’ambito delle azioni da intraprendere per ricostruire l’efficienza dell’esercito iracheno, si consiglia di trasferire al Ministero della Difesa le competenze riguardanti la Polizia di Confine ( rac.n.51).

Dopo aver esaurito i vari “suggerimenti” riguardanti le forze di polizia e l’esercito iracheno, il rapporto si concentra sul problema del petrolio e afferma che gli Usa dovrebbero incoraggiare gli investitori stranieri della comunità internazionale e delle compagnie energetiche internazionali. Il presidente Bush, seguendo la raccomandazione n.67, dovrebbe poi prendersi cura di costituire un Organo di Consultazione per la Ricostruzione Economica dell’Iraq. Nella settantadue si richiede che il costo della guerra rientri nella richiesta di budget annuale del Presidente, a partire dall’anno fiscale 2008, perchè dal momento che la guerra si trova al suo quarto anno, il normale processo di finanziamento non dovrebbe essere scavalcato.

Le ultime raccomandazioni riguardano questioni di intelligence: la 77 e la 79 richiedono rispettivamente una maggiore attenzione nel tentare di comprendere la provenienza delle varie minacce e fonti di violenza e un incremento del personale della CIA in Iraq per costruire un centro di intelligence antiterroristico.

Per quanto riguarda le reazioni del mondo politico al rapporto Baker, si sono registrate varie voci contrarie alla sua applicazione o ai suoi principi: al Premier israeliano Ehud Olmert non piacciono le allusioni che collegano la guerra in Iraq con il conflitto arabo-palestinese. La Siria ha invece considerato positivamente la parte del documento che consiglia la consulta diplomatica con gli Usa, mentre a Teheran si attende di vedere quale sarà la reazione effettiva del presidente Bush prima di sbilanciarsi in valutazioni.

Dal punto di vista mediatico, il Los Angeles Times e il Washington Post sembrano non considerare probabile una applicazione dei suggerimenti del rapporto da parte del governo americano, il New York Times, dal canto suo, sottolinea come il documento potrebbe essere utilizzato come uno scudo politico che consentirebbe a Bush di usufruire di un escamotage per cambiare rotta. Lo stesso Presidente ed il Premier britannico Blair, hanno dichiarato durante una conferenza stampa che il rapporto verrà preso in considerazione seriamente, ma non ritengono l’apertura diplomatica verso l’Iran e la Siria una strada percorribile a meno che questi paesi non “rinuncino a sostenere movimenti terroristici”. Il vice presidente siriano, Farouq al-Sharaa ha dichiarato la sua disponibilità al dialogo con gli Usa e, per Sadiq al-Rikabi, un consigliere politico di al-Maliki, il rapporto Baker costituisce un documento complessivamente positivo. In un intervista con Aljazeera, lo Sceicco Mohammed Bashar al-Fayadh, ha fatto notare come uno dei punti focali del testo in questione, ovvero l’addestramento delle truppe irachene da parte di quelle Usa, non possa portare a risultati positivi visto che le prime non potranno comunque raggiungere il livello delle seconde che stanno già fallendo nel loro intento.