13 gennaio 2016   •  Politica Estera / Punti di Vista

Il fallimento del multiculturalismo e la questione islamica in Europa

La Svezia ripristina i controlli alle frontiere per paura dell’invasione di immigrati e profughi mediorientali, vanificando sempre più il trattato di Schengen, già ampiamente messo in crisi dalle barriere erette da Francia, Gran Bretagna e molti paesi dell’Europa orientale. Intanto a Colonia – nel cuore della Germania leader e baricentro del vecchio continente, dove la cancelliera Merkel aveva annunciato pochi mesi fa l’intenzione di accogliere tutti i profughi siriani in fuga dalla guerra – nella notte di Capodanno centinaia di donne vengono aggredite sessualmente da bande fuori controllo di uomini in gran parte arabi. Infine, in conseguenza di questo ultimo caso ma a quanto pare di una tendenza più generalmente diffusa, la Slovacchia decide di chiudere le frontiere agli immigrati provenienti da paesi musulmani.

Questi sono solo alcuni tra gli episodi più recenti che si vanno ad aggiungere ad una lunga serie di casi analoghi sedimentatisi negli anni (se non ormai nei decenni), e sembrano condurre ad un’univoca conclusione: l’idea che le democrazie liberali europee avrebbero pacificamente inglobato gli immigrati provenienti da altre parti del mondo all’interno di società multiculturali fondate sulla tolleranza e l’integrazione, affermatasi dalla fine del secolo scorso, è clamorosamente fallita.

Una conclusione il cui tragico sigillo è stata l’aperta deflagrazione nel 2015 (dopo gli attentati degli anni Duemila) della guerra terroristica lanciata dagli integralisti islamici dell’Isis nel cuore delle capitali europee attraverso militanti in gran parte reclutati proprio tra gli immigrati mediorientali, anche di seconda e terza generazione, quindi apparentemente “integrati” nei paesi d’accoglienza.

La cultura politica che ha largamente egemonizzato il continente dalla fine della guerra fredda in poi ha veicolato una concezione relativistica e irenista della democrazia, che individua in essa la convivenza su un piano di parità di qualsiasi tradizione, opinione e visione del mondo. Quella cultura non attribuisce un peso determinante al fatto che la democrazia liberale occidentale e la concezione dei diritti umani in essa affermatasi sono il risultato di una tradizione culturale e spirituale ben precisa, quella greco-romano-cristiana, e che esse non sono mai comparse in civiltà diverse se non – in misura minima – per importazione coloniale europea. E, in particolare, che nei popoli islamizzati del Medio Oriente ex ottomano, da cui proviene gran parte degli immigrati nei paesi del nostro continente, quei princìpi sono stati contraddetti radicalmente sia dal nazionalismo arabo che dal crescente integralismo religioso affermatosi dagli anni Setanta/Ottanta in poi.

La verità, divenuta sempre più evidente man mano che globalizzazione e grandi migrazioni si imponevano, è che non esistono società multiculturali. In tutte le società e le epoche, certo, convivono diverse etnie, lingue, religioni e tradizioni, ma sempre sotto l’egemonia di una cultura decisamente dominante e attrattiva, che impone i suoi princìpi di morale sociale e la sua concezione del diritto e della politica. Se in un paese quella cultura si indebolisce, e specularmente si rafforzano attraverso l’immigrazione culture portatrici di visioni del mondo e concezioni giuridico-politiche con essa incompatibili, prima o poi saranno queste ultime a diventare egemoni, sovvertendo gli ordinamenti in base ai quali sono state accolte.

E’ esattamente quanto rischia di accadere, e in parte sta accadendo, nei paesi occidentali, ed in particolare in quelli dell’Ue, a causa dell’incrocio tra la progressiva dispersione degli elementi identitari comunitari della civiltà occidentale, determinata dalla secolarizzazione e dall’esplosione di un individualismo pan-edonistico sempre più relativista sul piano etico, e l’inquieta crescita di molti popoli asiatici e africani – in primo luogo quelli di religione e civiltà islamica – i quali esercitano una crescente pressione su quelli occidentali attraverso il fattore demografico e quello della conflittualità religiosa/ideologica.

L’edonismo assoluto egemone nelle opulente società europee ha poi determinato, oltre alla relativizzazione etica, un vero e proprio crollo della natalità, che sta avendo come effetto già una riduzione consistente della popolazione, e in prospettiva in pochi decenni può verosimilmente portare ad uno spopolamento del vecchio continente. Questo progressivo svuotamento, con l’invecchiamento della popolazione e il crescente abbandono di lavori poco gratificanti da parte degli autoctoni, ha favorito l’ondata di immigrazione che si riversa in Europa da comunità demograficamente sovrabbondanti, rispetto alla quale tutti i tentativi di disciplinamento e di regolamentazione si stanno mostrando inefficaci, e che già ora fa sì che in molti tra i paesi e le regioni più ricche del continente gli immigrati extracomunitari – legali, semi-legali o clandestini – costituiscano una minoranza anche socialmente e politicamente significativa della popolazione.

All’interno delle comunità di immigrati, anche residenti da più generazioni e divenuti cittadini degli stati europei, si annida così fatalmente una quota significativa di popolazione che, pur risiedendo in democrazie liberali fondate sull’uguaglianza dei diritti soggettivi, non ne condivide minimamente i fondamenti etico-politici, ma anzi li contesta apertamente e forma delle vere e proprie enclaves culturali non integrate né comunicanti con la cultura dei paesi ospitanti. E va detto che la stragrande maggioranza di questi individui e comunità potenzialmente o attualmente “eversive” dei paesi ospitanti è caratterizzata dall’appartenenza alla religione musulmana, e da una lettura di essa in senso radicale e integralista, che li fa ritenere obbligati alla “guerra santa” nei confronti dei popoli “infedeli” e “idolatri”.

Per decenni le classi politiche e intellettuali dominanti in Europa sono state ideologicamente e psicologicamente incapaci di ricnoscere questi dati di fatto, o hanno rifiutato di ammetterli, perché ammetterli avrebbe significato per loro e per le loro società fare necessariamente i conti con la crisi strutturale della civiltà occidentale, che è il presupposto fondamentale della sua fragilità davanti alla progressiva penetrazione di nuclei di popolazione ostili.

Anche dopo che nel dibattito scientifico e politico occidentale, a partire dalle riflessioni del politologo statunitense Samuel Huntington negli anni Novanta, è entrata a pieno titolo la tesi secondo cui i conflitti infra- e internazionali nell’epoca contemporanea si fondano non più principalmente su elementi ideologici, sociali o economici, ma piuttosto su “scontri tra civiltà”, la costitutiva frizione e difficile coesistenza tra civiltà euro-occidentale di radice ebraico-cristiana e civiltà islamica (peraltro costantemente presente nella storia, in forme e fasi differenti, da più di1.300 anni) ha continuato ad essere ostinatamente rimossa dagli establishments europei, i quali hanno imposto alle loro società l’ortodossia ferrea di una concezione teleologica della storia per cui il multiculturalismo e la convivenza pacifica tra società diverse erano destinati ad affermarsi in tutto il mondo insieme alla democrazia e ai diritti dell’uomo, e le società ancora distanti dagli standard di libertà, uguaglianza e diritti individuali rispetto all’Occidente scontavano forse un ritardo storico (di cui ovviamente l’Occidente “imperialista” era il principale responsabile), che però sarebbe stato facilmente riassorbito nel clima di reciproco rispetto e tolleranza di un nuovo, paritario ordine mondiale.

Un’ortodossia tanto poco aperta alla discussione che quando, sotto i colpi traumatici di eventi difficilmente aggirabili, alcuni intellettuali e politici hanno cominciato a sollevare il problema dello scontro tra civiltà che si stava profilando in Europa essi sono stati regolarmente isolati e additati come razzisti, intolleranti, reazionari.

Solo recentemente nelle classi dirigenti europee alcuni leader (da notare, in particolare, il premier britannico Cameron) hanno cominciato ad ammettere con franchezza che l’assunzione acritica del paradigma multiculturalista ha condotto i governi del continente a errori e sottovalutazioni fatali sui temi dell’immigrazione, dell’integrazione, delle politiche della sicurezza: favorendo da una parte i disegni destabilizzanti delle organizzazioni integraliste islamiche, e dall’altra acuendo il senso di insicurezza delle popolazioni autoctone, che conduce inevitabilmente a risposte emotive, irrazionali e spesso discriminatorie.

Ciò nonostante, il dogma multiculturalista domina ancora la dialettica politica in gran parte del nucleo centrale dell’Unione europea, impedendo che siano messe in atto politiche efficaci per contrastare le minacce islamiste, sia fuori dei confini europei che all’interno tra le comunità degli immigrati. La congiura del silenzio, l’eufemismo sistematico e la negazione della più solare evidenza sono talmente resistenti che anche davanti a eventi come le stragi di Parigi di febbraio e novembre 2015, o la già citata aggressione di massa di Colonia dei giorni scorsi, l’establishment politico, intellettuale e mediatico della “vecchia Europa” continua in blocco a cercare di veicolare la tesi che la violenza perpetrata in quei contesti “non c’entra niente” con la religione e la cultura islamica, che terroristi e aggressori sarebbero soltanto dei “pazzi” isolati, che le responsabilità sono personali, e così via.

Il risultato di questa irresponsabile cecità è però che ormai una larga parte dell’opinione pubblica europea, allarmata e impaurita, ha sposato atteggiamenti di diffidenza e ostilità verso le comunità islamiche in generale, se non verso il fenomeno dell’immigrazione in quanto tale, e attribuisce un crescente consenso a movimenti politici deliberatamente xenofobi, quando non apertamente razzisti. In alcuni paesi, specie del centro-Est ex comunista del continente, sono saliti al potere schieramenti nazionalisti che tentano di impedire l’afflusso di immigrati attraverso sbarramenti e risposte intimidatorie, e tendono a rendere sempre più difficile anche l’accoglienza ai profughi provenienti da zone dove l’integralismo islamico, attraverso l’Isis o Al Qaeda o organizzazioni similari, cerca di imporsi con la violenza militare e il governo terroristico del territorio.

In conclusione, se le classi dirigenti europee non affrontano il problema islamista nelle sue reali componenti e dimensioni – iniziando una politica condivisa di ri-consolidamento dell’identità culturale e di civiltà dell’Occidente, governando il fenomeno migratorio attraverso severe misure di selezione e formazione volte all’autentica integrazione culturale e civile degli immigrati, reprimendo e denunciando duramente ogni manifestazione di integralismo jihadista – ben presto il continente si troverà davanti ad una guerra di civiltà dichiarata che diventerà vera e propria guerra civile: da un lato, le bande islamiste ormai dominanti su popolazioni autoctone smarrite, invecchiate, decimate e ridotte alla “sottomissione” (quella quasi automatica e fisiologica descritta dallo scrittore Michel Houellebecq nel suo ultimo romanzo) dal proprio nichilismo; dall’altra, classi politiche populiste sempre più autoritarie che tenteranno di risolvere il conflitto semplicemente attraverso una esplulsione di massa, una epurazione violenta su basi etnico-razziali.

Uno scenario spaventoso, che si dovrebbe assolutamente cercare di evitare, finché si è in tempo. Innanzitutto parlando la lingua della verità, e non quella “di legno” dell’ideologia e dell’ipocrisia.

 

Eugenio Capozzi.
Professore associato confermato di storia contemporanea presso la facoltà di lettere dell’Università degli Studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa”.
Dal 2000 è membro del collegio dei docenti del Dottorato di ricerca in Storia politica dell’età contemporanea, poi Scuola Dottorale in Storia dell’età contemporanea dei secoli XIX e XX – F. Chabod, con sede presso l’Università degli Studi “Alma Mater Studiorum” di Bologna.
Dal 2005 è segretario scientifico del Dottorato di ricerca in Storia e società dell’età moderna e contemporanea, indirizzo di Storia e relazioni internazionali, e successivamente di quello in Storia delle relazioni internazionali e di Storia, istituzioni, dottrine del mondo contamporaneo, dell’Istituto Italiano di Scienze Umane (SUM), con sede a Napoli.
Dal 2005 fa parte del comitato scientifico della rivista “Ventunesimo Secolo – Rivista di studi sulle transizioni”, pubblicata dalla casa editrice Rubbettino.
Dal 2012 è membro del comitato scientifico della Scuola Europea di Alti Studi Politici di Napoli.
Dal 2014 è membro del collegio dei docenti del Dottorato di ricerca in Political Theory, Political Science and Political History, con sede presso la Libera Università Italiana di Studi Sociali (LUISS) Guido Carli di Roma.
Dal 2014 è membro della redazione della rivista “Ricerche di storia politica”, pubblicata dalla casa editrice Il Mulino.
Dal 2014 è membro del consiglio scientifico della Scuola di giornalismo “Suor Orsola Benincasa” di Napoli.

 

13 gennaio 2015