23 maggio 2012   •  Punti di Vista / Welfare e Mercato

Il futuro di famiglia, impresa, credito e comunità nello scenario della crisi

 

Il quadro del passato

Questo convegno si tiene nel Nordest, termine con cui si designa la regione che un tempo veniva chiamata “Il Veneto” o “le Venezie”. Il soggetto promotore ed organizzatore stesso si chiama Fondazione Magna Carta Nord Est. L’espressione Nord Est è certamente più comprensiva delle identità etniche e culturali non venete presenti storicamente in queste regioni, che, invece, l’espressione “Il Veneto”, seppure innocentemente, trascurava. Per lo stesso motivo, Nord Est è però anche una espressione più generica e meramente geografica. Ora, per affrontare il tema del convegno credo che bisognerà parlare non tanto di Nord Est quanto proprio di Veneto, o di Venezie, dato che nell’ambiente religioso e sociale tipico della “veneticità”, come è noto a tutti, compresi i tanti studiosi internazionali che hanno studiato il fenomeno, si è creato nel passato un contesto di circolarità virtuosa tra famiglia, impresa, credito e comunità. Basta ricorrere al famosissimo testo di Angelo Gambasin Il movimento sociale nell’opera dei Congressi – pubblicato dalla Università Gregoriana nel 1958 -, che analizza il periodo dal 1874 al 1904, per rendersi conto del fitto intreccio – allora solo all’inizio – che collegava queste quattro realtà. Proprio qualche mese fa, in occasione del 120° anniversario del settimanale diocesano di Treviso La vita del popolo, è stata pubblicata l’edizione anastatica degli Annali di Mons. Ferdinando Moretton, che fa la cronaca del movimento cattolico nella diocesi di Treviso sempre nel periodo suddetto, ossia dalla fondazione dell’Opera dei Congressi nel 1874 agli anni della sua soppressione: il Moretton arriva fino al 1906. La cosa suscita un giustificato interesse nell’anno della beatificazione di Giuseppe Toniolo, figlio di queste terre.

Se prendiamo per esempio quanto il Moretton scriveva sul 1892, troviamo tutti i quattro elementi che formano il titolo del nostro convegno. Era appena stata pubblicata la Rerum novarum (1891) che, annota il Moretton, «aveva dischiuso al movimento cattolico un nuovo campo di azione di ordine economico sociale in favore del popolo: e il clero e il laicato rispondevano all’appello del S. Padre. Fin dal 1890 erasi fondata in parrocchia di Ganbarare una cassa rurale a benefizio del popolo; e il Rev.mo Arciprete D. G. Resch e il suo degno cooperatore D. Luigi Cerruti erano stati i promotori di tale istituto modellato sul tipo della cassa Reifeisen. Il Cerruti che era membro dell’Unione apostolica, pratico com’era della fondazione e amministrazione delle casse rurali, ne parlò a lungo nell’Adunanza del Circolo trevigiano ed eccitò i confratelli a gittarsi anche in questo campo economico e sociale allo scopo di sottrarre i cittadini e gli operai all’usura, e a moralizzare siffatta nuova istituzione rendendola cattolica e diretta a scopo religioso».

Dalle casse rurali alla banca cattolica il passo era breve ed, infatti, in quello stesso anno si formò un comitato che «si fece a raccogliere per la fondazione di una Banca Cattolica azioni da 25 lire che in breve salirono alla cifra di duemila. Il giorno 12 dicembre pertanto nella Chiesa di Sant’Andrea fu eretto l’atto costitutivo della Banca S. Liberale – Società Autonomia Cooperativa a capitale illimitato con sede in Treviso … I soci che firmarono l’atto furono 249. Altri 600 circa versarono l’importo dei tre decimi, e compite le pratiche di legge dovevano entrare a far parte della Società».

Anche la difesa della famiglia fu molto viva in quell’anno, quando il movimento cattolico trevigiano si mobilitò contro il divorzio e contro la negazione del riposo domenicale attraverso la Lega per il riposo festivo che, tra l’altro, si proponeva di fare in modo che «i cattolici non facciano acquisti in quei negozi, che nelle feste si trovano aperti», inaugurando così una prima forma di moderna formazione dei consumatori, come raccomandato nei nostri tempi da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus e come è oggi scoperto da tutti i sociologi e i politici.

In marzo e in maggio 1892 Giuseppe Toniolo tenne due conferenze nel Trevigiano. In una di queste, tenuta alla società di mutuo soccorso, disse che la finalità della Società era non solo i sussidi ma soprattutto la reciproca carità ed «educare il cuore e la mente alle massime morali, al sentimento religioso, domestico, patrio». Del resto anche don Cerruti aveva voluto che la prima cassa rurale fosse «diretta a scopo religioso». L’idea era quella dell’«influsso vivificatore della religione» «che è il sorgere anche del benessere economico».

Mi sono soffermato su questi pochi spunti di vita passata, peraltro molto noti in generale anche se non nei gustosi dettagli che opere come gli Annali del Moretton ci mettono a disposizione, perché sia nella teoria che nella prassi, la Dottrina sociale della Chiesa, allora come oggi, propone una visione organica dei rapporti tra famiglia, impresa, credito, comunità: questi elementi si reggono solo insieme. Il credito svolge veramente la sua funzione finanziaria se si rapporta realisticamente alle famiglie, alle imprese e alla comunità, non se si astrae dalla vita reale. L’impresa svolge veramente la sua funzione se procede con prudenza, se dà lavoro alle famiglie e se diffonde la sua azione sociale su tutta la comunità circostante e non solo su alcuni portatori di interessi. Le famiglie, a loro volta, ricambiano quanto ricevuto dagli altri soggetti se educano buoni lavoratori e se formano alla solidarietà civile, al senso del dovere, in altre parole se formano il capitale sociale. La comunità, poi, è l’insieme dei tre e non può vivere fisiologicamente senza famiglie sane, imprese produttivamente attive ed oneste, un credito sensibilmente vicino e capace di rapportarsi dall’interno ai bisogni del territorio.

Oltre a questo, però, dal brevissimo quadretto veneto che ho tratteggiato all’inizio traiamo anche un’altra considerazione. I quattro elementi di cui questo convegno analizzerà il rapporto – famiglia, credito, impresa e comunità -, hanno bisogno di essere tenuti insieme. Ci vuole allora un collante, capace di costituire un quadro unitario che li accolga tutti e quattro al proprio interno e dia un senso profondo alla loro interrelazione. Nel passato delle nostre terre venete – o del Nord Est se preferite – questo collante è stato religioso. C’è oggi un collante avente la stessa forza coagulante?

La religione cattolica ha prodotto tanti effetti benefici nelle nostre terre venete. E lo ha fatto in un modo apparentemente strano: ossia preoccupandosi prima di tutto delle cose di Dio. Lo abbiamo visto anche nella cronaca del Moretton. Giuseppe Toniolo veniva dall’Università di Pisa a ricordare che la società di mutuo soccorso non nasce solo per dare soccorso, ma per «educare il cuore e la mente alle massime morali e al sentimento religioso». Non c’è dubbio che la religione abbia svolto nelle Venezie anche un ruolo di religione civile, ma non nel senso di Rousseau, bensì come effetto secondario e concomitante rispetto al suo proprio ed originario ruolo spirituale.

Quale quadro per il futuro?

Attualmente assistiamo ad una tremenda crisi del credito, ad una situazione di grande difficoltà delle imprese e a forme inaudite di lacerazione della famiglia. Non possiamo pensare che i tre fenomeni non siano collegati. Mi colpisce profondamente notare che nei casi dolorosissimi dei suicidi di imprenditori che purtroppo hanno funestato queste terre forse più di ogni altra regione italiana, le loro ultime parole sono state in genere per la famiglia. Nelle nostre terre il legame tra famiglia, impresa, banca, comunità è stato ed ancora è fortissimo. Però quelle parole segnalano drammaticamente il problema di un sistema che sembra non funzionare più, perché è venuto meno il quadro unitario che manteneva uniti e in relazione i singoli elementi. La crisi finanziaria ha fatto emigrare molte imprese e le famiglie hanno sopportato il peso della disoccupazione. Il credito si è ristretto mettendo in difficoltà di liquidità le imprese e le stesse famiglie. Queste ultime riducono i consumi e soprattutto il risparmio, che in passato era stato il vero banchiere occulto dello sviluppo di queste terre. La famiglia divisa e addirittura frammentata nelle “famiglie” al plurale fatica a svolgere il proprio ruolo intergenerazionale e a formare il capitale umano: da scuola di lavoro quale era – come ricorda Giovanni Paolo II nella Laborem exercens – oggi non è più in grado nemmeno di far fare ai figli i compiti a casa. La crisi della famiglia provoca l’inverno demografico e fa lievitare i costi di welfare in una fase in cui, invece, bisognerebbe razionalizzarli proprio puntando su quella società civile che la famiglia non riesce più ad animare e che quindi è sempre più frammentata e debole. Tale debolezza della solidarietà diffusa si nota anche nella solitudine di tanti imprenditori, che purtroppo talvolta conduce al tragico esito cui accennavo sopra. Capita così che la comunità si riduca sempre di più ad un magma di singoli, spinti più a rivendicare diritti che ad assumersi doveri.

Come si vede, anche visti in negativo, i quattro elementi del nostro convegno si richiamano l’un l’altro. Reggono insieme o cadono insieme. Ogni ferita alla famiglia è una ferita alla comunità perché riduce lo spazio naturale dell’accoglienza e della solidarietà. Ogni ferita all’impresa è un danno per le famiglie che economicamente sono poste in difficoltà e quindi non riescono a svolgere il proprio ruolo di cui invece le imprese avrebbero bisogno. Se il credito viene bloccato dalla mancanza di fiducia e di speranza crea a sua volta sfiducia e disperazione nelle famiglie e nella comunità.

Toniolo voleva che si formassero le menti e i cuori «alle massime morali, al sentimento religioso». In questi anni di crisi economica e finanziaria, molti analisti hanno detto che al fondo c’è una crisi di carattere etico. Più o meno tutti ne hanno parlato, al punto che è diventato ormai quasi un luogo comune. Per dirla con Toniolo, sono venute meno prima di tutto le “massime morali” e per avere un vero sviluppo, vero anche sul piano economico, bisogna ripartire da lì. Allora, alla domanda che mi facevo sopra circa il collante, si potrebbe rispondere che bisogna riscoprire il collante etico, bisogna ricostruire il quadro dei valori morali: onestà, fiducia, famiglia, virtù umane. Questa risposta è senz’altro vera, pertinente e condivisibile. La crisi dei mutui-casa americani non aveva all’origine un comportamento immorale? Serve un nuovo quadro delle istituzioni economiche, come chiede la Caritas in veritate al paragrafo 27, ma serve prima di tutto un nuovo quadro dei comportamenti morali. Mi chiedo e vi chiedo: sarà però sufficiente? La crisi, che «ci obbliga a riprogettare il nostro cammino» (Caritas in veritate 21), obbliga ad andare anche molto più in là dell’etica, fino a considerare le cause spirituali e religiose, che sono le uniche dotate della assolutezza necessaria per costituire il quadro capace di dare unità a famiglia, impresa, credito, comunità.

Dimensione spirituale e religiosa fanno capolino quando ci accorgiamo che l’inverno demografico è prima di tutto una drammatica mancanza di fiducia nella vita, nel futuro, nell’esistenza di un Senso; quando constatiamo che l’Occidente sta rinunciando a se stesso e a quanto ha rappresentato in passato, rinnegando le proprie radici cristiane e svuotandosi di una identità che non può non avere ripercussioni anche nel quadro economico mondiale; quando vediamo che non riusciamo più ad educare e ad educarci perché abbiamo smarrito il senso dell’umano, che va di pari passo con lo smarrimento del senso del divino; quando nelle cose e nelle relazioni non riusciamo a vedere se non cose e relazioni e nessuna vocazione, né alla famiglia, né al lavoro, né alla comunità; quando amaramente constatiamo, ma senza reagire, che altre culture e religioni si insediano da noi nella nostra indifferenza e nella loro determinazione; quando constatiamo la continua corrosione culturale e legislativa dell’ordine naturale. In tutti questi casi ci appare con chiarezza che manchiamo non di questo o di quello ma dell’Essenziale.

Non sono un economista. Sono un Vescovo. Ma credo che quanto può dire un Vescovo davanti al quadro attuale molto problematico e alle potenzialità che queste terre venete sono ancora in grado di esprimere, possa avere indirettamente un grande impatto anche sulle questioni economiche e sociali. Non per merito del Vescovo, ma per «influsso vivificatore della religione» «che è il sorgere anche del benessere economico».

(Intervento di Mons. Giampaolo Crepaldi al convegno “Famiglia, impresa, credito, comunità” organizzato da Magna Carta Nord Est il 12 maggio 2012)