19 settembre 2018   •  I testi / Punti di vista

Il nodo delle “elezioni” nel caos libico

Carlo Jean

In Libia non si intravvede via d’uscita al caos esistente. Molte ne sono le ragioni. La principale è che non esiste un popolo libico. I libici sono un insieme di tribù, ostili fra loro e divise da rancori ancestrali. Nessuna è disposta a rinunciare alla sua fetta di potere e di ricchezza. Nessuna accetta che un’altra tribù accresca potere e ricchezza. I “giochi” sono quindi a somma zero, rendendo difficile ogni compromesso. Manca un governo centrale legittimato. Ne esistono diversi, da due a tre, tutti indisponibili a riconoscere l’esistenza degli altri. Due sono quelli ufficiali: il primo è quello dell’Accordo Nazionale di Skhirat sponsorizzato dall’ONU nel 2015 e retto a Tripoli da Fayez al-Sarraj. Questo governo è privo di forze militari proprie. La sicurezza della stessa capitale è stata appaltata a un insieme di milizie, autodefinitesi Brigate Rivoluzionarie di Tripoli. Le principali sono quattro, che si sono divise fra loro la città, cacciando le altre milizie, quali la 7° Brigata di Tarhuna e quelle di Zintan e di Misurata, con la promessa di farle comunque partecipare alla spartizione delle rendite petrolifera e finanziaria. Le promesse non sono state mantenute. Per questo, a fine agosto, la 7° Brigata ha attaccato le brigate tripoline “per garantire la sicurezza dei cittadini e combattere la corruzione”. In realtà, per impossessarsi di una fetta maggiore di torta. Non si conosce se sia intervenuta anche con altri obiettivi e se sia favorevole a Haftar e contraria a Sarraj. Per salvare il proprio potere, Sarraj ha chiesto aiuto a Zintan e a Misurata, entrambe contrarie ad Haftar. La prima ha cambiato recentemente di campo, confermando il fatto che la fluidità delle alleanze rappresenta una caratteristica rilevante del caos libico. Sanguinosi scontri sono durati nella capitale libica sino a che Hassan Salamè, capo della missione di supporto dell’ONU in Libia (UNSMIL), è riuscito a concordare una tregua. Certamente, lo ha fatto inducendo la compagnia petrolifera e la banca centrale a versare a tutti i miliziani consistenti somme. Quanto rimaneva della legittimazione di Sarraj e della credibilità dell’ONU si è ulteriormente eroso. Sarraj non è stato sinora sostituito soprattutto per la difficoltà di mettere d’accordo non solo i libici, ma anche i vari membri della comunità internazionale sulla nomina di un successore.

Il secondo governo è quello eletto dalla Camera dei Rappresentanti rifugiatasi a Tobruk dopo le elezioni del 2014, quando la sua permanenza a Tripoli era divenuta impossibile. Il precedente parlamento non si era dimesso dopo le elezioni. Anzi, aveva nominato un altro governo, chiamato di Salvezza Nazionale, retto da Khalifa Gwell. Dopo faticosi negoziati e concessioni, il parlamento di Tripoli aveva accettato di divenire “Camera Alta” (Alto Consiglio di Stato) del governo di Accordo Nazionale (che, in realtà di nazionale ha ben poco, essendo stato nominato gli conferisce legittimità internazionale, ma non interna.

Ghassan Salamé, terzo capo dell’UNSMIL, aveva cercato di sboccare la situazione con l’Action Plan del settembre 2017. Prevedeva un referendum su una bozza di costituzione, refatta da un’assemblea ad hoc e un processo “step by step” per modificare l’accordo di Skhirat e tenere elezioni. Non aveva ottenuto alcun risultato, anche perché la bozza di costituzione era stata approvata da Tripoli, ma non da Tobruk. Gwell non aveva però rinunciato al potere, ma si era rifugiato con ni suoi nella sua città natale, Khoms. Gli altri componenti della complessa realtà libica non avevano accettato di conferire maggiori poteri e legittimità al maresciallo Haftar, nodo centrale del dissidio fra Tripoli e Tobruk.

Il Governo dell’Accordo Nazionale dispone di legittimità internazionale, ma non di forze militari. Ha subappaltato il monopolio della forza nella capitale alle milizie tripoline. Le quattro principali avevano costituito una specie di cartello mafioso per mettere le mani sulle ricchezze del paese e si erano spartite il controllo della città. Ciò aveva suscitato la reazione di chi era stato, o si era sentito, escluso. Il governo di Tobruk non ha formalmente una legittimità internazionale. Dispone però, almeno entro determinati limiti, dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) del maresciallo Khalifa Haftar, autonominatosi protettore del governo. Egli ha ottenuto il supporto di Egitto, Emirati, Francia e Russia. La LNA di nazionale ha solo il nome, eccetto forse per una ridotta aliquota di militari del vecchio regime, che ne fanno parte. Per il resto è costituita da milizie tribali della Cirenaica e del Fezzan, specie delle tribù Tebu, e da mercenari provenienti dal Sudan, dal Niger e dal Ciad. Non ha il controllo completo del territorio della Cirenaica. Deve combattere con la resistenza degli islamici di Derna e della c.d. Brigata di Difesa di Bengasi, appoggiata da Misurata. Cacciando quest’ultima, ha conquistato i porti della “mezzaluna petrolifera” del Golfo della Sirte e i ricchi giacimenti petroliferi della Cirenaica.

La confusione è accresciuta dal fatto che la comunità internazionale è divisa. I vari paesi supportano le fazioni libiche che ritengono più favorevoli ai propri interessi petroliferi (la Libia ha le maggiori riserve di petrolio dell’intera Africa) o di altra natura, dalla lotta all’immigrazione clandestina all’anti-terrorismo. Gli interessi dei vari paesi sono divergenti. Essi conducono di fatto una guerra per procura, che rende ancora più impossibile la stabilizzazione della Libia. I dissidi sono particolarmente acuti fra l’Italia e la Francia. Mentre la prima sostiene Sarraj, la seconda ha puntato più su Haftar, pedina del protagonismo –al limite del narcisismo – politico del presidente Macron. In Italia è viva la tentazione di vedere il problema libico legato alle iniziative della Francia di accrescere la propria influenza in Libia, a danno del nostro Paese. Questo impedisce una collaborazione, che pur sarebbe indispensabile per la stabilizzazione della Libia o, almeno, per il contenimento del caos oggi imperante.

In questo contesto, si colloca il problema delle elezioni presidenziali e parlamentari in Libia, nonché del referendum che dovrebbe approvare una costituzione. In tale contesto, si collocano anche la valutazione dell’iniziativa francese del 29 maggio scorso di prevedere elezioni presidenziali e parlamentari il 10 dicembre, nonché le prospettive della conferenza sulla Libia promossa dall’Italia in Sicilia il prossimo novembre.

L’iniziativa francese è consistita nel riunire a Parigi Sarraj, Haftar e i presidenti dei due parlamenti di Tripoli e di Tobruk. Ha previsto di tenere elezioni presidenziali e parlamentari il 10 dicembre, e che i due parlamenti redigessero una legge elettorale entro il 18 settembre. Un fatto strano è che dopo le elezioni – non prima – si sarebbe dovuto tenere un referendum costituzionale, in modo che il suo eventuale rigetto non potesse pregiudicare la tenuta delle elezioni. Tale soluzione non è stata formalmente accettata dai quattro partecipanti libici alla riunione, che non hanno firmato il documento finale proposto da Macron.

Come sottolineato subito dalla diplomazia italiana, tale forzatura da parte della Francia non solo non avrebbe portato a nessun risultato, ma avrebbe avuto effetti controproducenti. Gli esclusi dall’accordo avrebbero reagito, fatto che si è verificato a fine agosto. L’attacco a Tripoli da parte della 7° Brigata ne è stato un risultato. Probabilmente, la forzatura francese si proponeva semplicemente di rafforzare Haftar, considerato favorevole agli interessi di Parigi. La situazione è divenuta così più ingestibile di prima. Le milizie si sono ulteriormente frammentate. L’Italia ha dovuto correre ai ripari cercando, anche in vista della conferenza che sta organizzando, di ottenere il sostegno dell’Egitto e anche di Haftar. Il nostro Paese ha sempre seguito una linea più prudente – e a parer mio più realistica – che tiene conto di tutta la complessità della situazione libica, che non può essere ridotta ai quattro partecipanti alla riunione di Parigi. Subordina l’effettuazione delle elezioni a un referendum costituzionale (non viceversa, come pensava la Francia) e ad un chiarimento fra le varie fazioni libiche, necessario per ottenere un minimo di condivisione almeno sul rispetto dei risultati di referendum ed elezioni. Senza di esso qualsiasi consultazione elettorale avrebbe solo effetti destabilizzanti. Le elezioni provocano sempre un conflitto fra tutte le principali parti in competizione. Alla conferenza a Sciacca in Sicilia parteciperanno anche quelle – come i Consigli Militari di Misurata e di Zintan – che non erano presenti alla riunione “a quattro” di Parigi.

La posizione italiana ha prevalso all’ONU. Il Consiglio di Sicurezza, nella Risoluzione 2434 del 13 settembre, che prolunga di un anno la missione UNSMIL, ha deciso che le elezioni vadano tenute non il 10 dicembre, ma il più presto possibile, allorquando lo consentiranno le condizioni di sicurezza, politiche, logistiche e legali. Nel frattempo, continuerà l’attuale caos, pericoloso per tutti in quanto in esso prospera il commercio di esseri umani e il terrorismo, oltre che comportare violenze e sofferenze alla popolazione libica.