29 novembre 2018   •  Lecture

Intervento al convegno “La proprietà è un furto?”_28 novembre 2018

Gaetano Quagliariello

Buongiorno a tutti, grazie a Maurizio Gasparri, da sempre attento a queste problematiche, e agli amici di “Italia Protagonista”, per aver messo in comune con “Magna Carta” questa importante iniziativa. E grazie agli autorevolissimi ospiti che hanno accettato di portare il proprio contributo.

Inizio aprendo delle virgolette.

“Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: ‘Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!’”.

Il tema del dibattito di oggi interpella tutti coloro che credono nella libertà, e impone soprattutto al pensiero liberale di confrontarsi con una nuova realtà. In qualche modo, insomma, è un incontro sul tempo che passa e su quanto la diffusione massiva dell’interconnessione digitale abbia sconvolto consolidati parametri di riferimento dal punto di vista culturale, informativo, economico. Per sentirci meno vintage, tuttavia, noi che abbiamo qualche capello bianco possiamo consolarci pensando che in fondo era già tutto scritto. Che i fenomeni ai quali applicare il pensiero cambiano, ma che le linee di frattura lungo quali le idee si divaricano fino a scontrarsi sono ben più antiche di noi.

A questo proposito, molti di voi avranno riconosciuto, nella citazione con la quale ho voluto aprire questo mio breve intervento di saluto, il “Discorso sulle origini e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini” di un certo Jean-Jacques Rousseau. Egli fu tra i primi filosofi politici a condannare la proprietà privata in quanto motore primario della disuguaglianza fra gli uomini. E il fatto che il nome di Rousseau risulti oggi piuttosto evocativo rispetto ai temi del dibattito pubblico, e in particolare al rapporto tra l’utilizzo di internet e la libertà, è meno banale di quel che si potrebbe pensare.

Non vi è dubbio, infatti che la Rete rappresenti uno spazio di libertà e di opportunità. Anche in campo politico: nel nostro piccolo lo abbiamo sperimentato in occasione del referendum costituzionale del 2016, quando il panorama informativo mainstream era sintonizzato in via quasi esclusiva su una posizione, in alcuni casi per prepotenza politica, in altri per un libero convincimento che ha riguardato anche amici qui presenti con il quale ci fu un rispettoso dissenso. Se il verdetto popolare poté contraddire così clamorosamente il mainstream  fu anche grazie a una specie di “carboneria digitale” animata dai sostenitori del No e veicolata grazie al Web.

L’idea di un ambito di libertà infinita, che non sia ancorata alla dimensione della persona e non trovi limiti laddove iniziano la libertà e il diritto dell’altro, è tuttavia non soltanto illusoria ma è anche fondamentalmente illiberale e tendenzialmente totalitaria. C’è chi ce lo ha spiegato a suo tempo – cito per tutti Augusto Del Noce -, dimostrando come da quella utopia che mirava ad abolire la proprietà privata siano fondamentalmente derivati i drammi del XX secolo. Tra l’altro, come vedremo, all’atto pratico la concretizzazione di questa utopia produce oggi conseguenze assai poco ideali e molto remunerative per i big player che se ne assicurino l’intermediazione.

Chi dunque non crede nel “paradigma Rousseau” né nelle moderne forme di “comunismo 4.0”; chi ritiene non soltanto che la proprietà privata non sia la causa della disuguaglianza ma che proprio dalla sua negazione derivino disuguaglianze ben più profonde e più gravi, come del resto tragici esperimenti della storia ci hanno insegnato, non può non rendersi conto di come l’avvento del “nuovo mondo” vada governato. Se infatti in alcuni ambiti l’eccesso di regolazione rischia di strangolare la libertà e l’intrapresa, nel campo della proprietà intellettuale l’assenza di regole finirà con l’uccidere tanto l’intrapresa quanto la libertà.

Non è un caso, a mio avviso, che proprio i fautori dell’anarchia globale nella veicolazione di contenuti, siano coloro che sul piano degli ordinamenti interni spingono perché siano i contenuti stessi a diventare materia da codice penale. Il fatto che si assista allo stesso tempo a un processo di rimozione della proprietà delle idee e al tentativo di introdurre sempre nuovi reati di opinione, credo sia il paradigma di quanto alla base di tutto ciò vi sia una concezione sostanzialmente schizofrenica e illiberale della libertà.

Non si tratta peraltro dell’unica contraddizione. Come non notare infatti che proprio chi si riempie la bocca del tema delle “fake news” – concetto certamente abusato – non sia poi conseguente nel rilevare che, soprattutto in campo giornalistico, la prima garanzia di responsabilità e riconoscibilità sia proprio la proprietà.

Vorrei concludere riprendendo un concetto al quale ho già accennato. Il tema oggi sul tappeto è infatti certamente filosofico ma anche parecchio prosaico. Potremmo discutere a lungo sui confini della libertà, se solo di libertà stessimo parlando. Ma poiché non viviamo nel mondo del “buon selvaggio”, la verità è che la proprietà intellettuale è qualcosa di molto remunerativo, soprattutto per chi si appropria dei frutti dell’intelletto altrui senza sobbarcarsi né l’onere creativo né quello di trasformare la creatività in un prodotto fruibile.

Bene dunque difendere a tutti i costi ogni spazio di libertà. Ma, nel nuovo contesto, fra le libertà da difendere, con modalità adeguate e al passo con i tempi, vi è anche la libertà dei soggetti oggi più deboli, ovvero i detentori delle idee e i loro “trasformatori”, di non vedersi espropriare da colossi dall’entità giuridica e fiscale evanescente il diritto di proprietà intellettuale.

L’auspicio è che questa giornata possa servire a sgomberare il campo da qualcuna delle mistificazioni di questa stana epoca in cui ci troviamo a vivere. Un’epoca nella quale non è casuale che a presidiare la proprietà intellettuale vi sia l’autore del “mio canto libero”.

Grazie ancora a tutti.

 

Intervento al convegno “La proprietà è un furto? Come si abolisce il diritto d’autore e si saccheggiano i contenuti al tempo della rete”