01 aprile 2014   •  Politica Estera / Punti di Vista

Intervento dell’on. Fiamma Nirenstein

Quando oggi diciamo Medio Oriente, ci riferiamo in primo luogo e principalmente all’Iran e a cosa fare con la sua minaccia nucleare. Lo facciamo con un senso di sconcerto, di fragilità, con il senso del destino incerto del nostro mondo, che in questi giorni è particolarmente forte. La crisi economica, le prossime elezioni presidenziali americane, la scioccante crisi georgiana, insieme al panorama mediorientale di cui stiamo per discutere, capovolgono le sensazioni positive dovute al fatto che in Iraq la democrazia sembra davvero essersi avviata verso la vittoria, che al Qaeda ha perso nel tentativo di rovesciare i regimi arabi, dall’Arabia Saudita alla Giordania, sebbene la sua forza ideologica resti molto grande in Europa e ancora di più in Africa.
Al momento, la relazione transatlantica sul Medio Oriente si è stretta necessariamente attorno a una solidarietà più profonda, come una famiglia disorientata di fronte a una nuova ondata di eventi imprevedibili. Vengono dipinti scenari futuri e formulati auspici che parlano di “pace”, mentre analisti europei e americani vedono tuoni e fulmini all’orizzonte.
L’antiamericanismo è ancora lì, ma le sue sorti sono come sospese. Berlusconi, Merkel e Sarkozy sono la nuova Europa che sa quanto noi abbiamo bisogno degli Stati Uniti, e non solo per ragioni conomiche. L’Europa che sa che Israele deve essere difesa con determinazione. La visita della Merkel e di Sarkozy in Israele, seguita da quella di Frattini, e le parole di Fini, che ha utilizzato l’espressione “confini difendibili”, sono la prova di come l’Europa percespica la costante emergenza in cui vive Israele con un nuovo senso di amicizia.
Noi siamo qui mentre Ahmadinejad è a New York per la suo visita annuale alle Nazioni Unite e possiamo orgogliosamente dire che tre mesi fa a Roma nessuno lo ha ricevuto. Il nostro nuovo governo ha dato un segnale importante: Ahmadinejad è andato via un giorno prima del previsto e il suo ambasciatore è stato licenziato. Anche oggi negli States il governo, gli intellettuali, gli accademici, i politici di ogni schieramento non lo hanno considerato.
Europa e Stati Uniti sono teoricamente uniti nella questione più importante per il Medio Oriente e il futuro del mondo. Ma solo teoricamente. Il Daily Telegraph ha rivelato che dalla centrale nucleare di Ishfahan è stato assemblato e portato chissà dove un quantitativo di uranio sufficiente per sei bombe. L’AIEA ha riferito ai suoi membri a Ginevra che gli Shabab 3, missili dai 1.300 km di gittata, ora possono trasportare una testata atomica.
Nel Golfo Persico, la flotta è agli ordini della Guardia Rivoluzionaria, e questo significa che il Golfo di Oman, il Mar Caspio e lo Stretto di Hormuz sono ben presidiati. Un altro aspetto molto importante è che la tradizionale ostilità con al Qaeda sembra essere stata completamente dimenticata. L’Arabia Saudita non è più il saldo bastione dei sunniti contro gli sciiti, Hezbollah ha intrecciato alleanza molto solide con al Qaeda, anche grazie a Ihmad Moughnie. Inoltre, Cuba, Ecuador e Nicaragua hanno dato vita una partnership strategica con l’Iran e soprattutto, come abbiamo già visto venerdì nell’incontro tra le maggiori potenze mondiali e Condi Rice, il quarto round di sanzioni sarà probabilmente come il primo, il secondo e il terzo: inutile.
Quest’anno Ahmadinejad (che cerco di nominare il meno possibile) ha buoni motivi per essere più felice di quello passato; motivi di routine e motivi legati a nuove opportunità. La nuova opportunità è senza dubbio venuta con la crisi in Georgia e con l’interesse della Russia di usare l’Iran come leva. Cheney nella sua visita in Italia ha detto che i russi stanno vendendo a Iran e Siria sistemi d’arma che finiranno nelle mani di Hezbollah e Hamas. E non è certo un caso se l’Iran ha annunciato proprio in questi giorni di aver ultimato la costruzione della centrale di Bushrer, e se ripete che nuove sanzioni saranno inutili.
Stati Uniti ed Europa hanno unito i loro sforzi per indurre i mullah a sospendere l’arricchimento dell’uranio, ma hanno fallito perché non hanno comminato sanzioni che sancissero l’illegittimità del regime iraniano revocandone il riconoscimento, e che colpissero le risorse economiche di cui ha bisogno per continuare a portare avanti le sue politiche distruttive. In poche parole, hanno fallito nel far capire al regime iraniano che se avesse perseverato nei suoi intenti sarebbe stata messa in pericolo la sua stessa esistenza. Stati Uniti ed Europa hanno invece esitato nell’applicare concretamente i principi morali che avrebbero ridotto all’isolamento una nazione che costituisce il motore della proliferazione nucleare e del terrorismo internazionale.
Nessuno vuole davvero fermare l’Iran. Le sanzioni e i divieti che dal 1996 si sono abbattuti sui mullah hanno creato grosse difficoltà al regime, ma la porta per gli investimenti in Iran è rimasta sempre aperta; e io non posso dimenticare che gli unici a correre per baciare la mano di Ahmadinejad sono stati imprenditori italiani, che la Germania ha ridotto il volume dei suoi affari con l’Iran solo per vederli crescere ancora da 2.7 a 3 miliardi di euro. Penso che tutto questo sia conseguenza dell’incapacità di tradurre in sanzioni vere e proprie la promessa di punire un regime che viola sistematicamente i diritti umani e minaccia gli equilibri mondiali. Gli Stati Uniti sono scesi sulle posizioni dell’Europa, e non il contario, e questa non è stata una buona mossa. Il “Congress Iran Counter-proliferation Act” e il “Security Through Termination of Proliferation Act” sono rimasti lettera morta come le nostre dichiarazioni, in attesa del prossimo disastro politico come l’incontro che si è svolto ieri, dove le grandi potenze hanno fallito nel raggiungere un accordo sull’imposizione di una quarta serie di sanzioni, mentre le sanzioni approvate in precedenza non vengono rispettate (20 miliardi di dollari dagli Usa sono stati investiti nel settore energetico iraniano).
Tutto ciò accade mentre Europa e America, intimidite dalle critiche rivolte a Bush e dalla paura di dover condurre un possibile attacco alle infrastrutture nucleari iraniane, dopo un periodo di chiaro ed effettivo sostegno alla democrazia come l’unica strada per combattere il bellicismo e la minaccia terroristica, questa strada l’hanno nuovamente abbandonata. E il linguaggio indecente del jihadismo, della violenza, dell’odio, cresce e si diffonde oltre ogni confine immaginabile: cose mai sentite prima, come la minaccia quotidiana di uccidere tutti gli ebrei e distruggere i cristiani; disgustosi programmi televisivi e siti internet; incitamenti d’ogni sorta crescono insieme alla debolezza politically correct che in Inghilterra oggi permette l’istituzione di corti islamiche che applicano la sharia invece della legge britannica, e permette ad Ahmadinejad di parlare alle Nazioni Unite, nate dalle ceneri della Società delle Nazioni per evitare che le minacce di genocidio e di uso abominevole della violenza potessero ripetersi. Noi oggi siamo insensibili al buon senso comune e ai diritti umani.
Aggiungiamo inoltre qualche considerazione su quel notevole cambiamento avvenuto nelle relazioni internazionali, che può determinare a un nuovo schema nei rapporti tra la Russia, i suoi amici e i suoi alleati, e il mondo occidentale. All’improvviso, gli europei sono stati minacciati all’interno del loro spazio vitale. Una grande nazione come la Russia decide di rompere tutte le regole e l’Alleanza Atlantica si trova davanti alla netta decisione di Putin di entrare in uno stato sovrano, uccidere civili innocenti, firmare un patto in sei punti per poi ignorarli completamente, occupare l’Ossezia del sud e l’Abhkazia. L’eccitazione con cui sono stati accolti questi sviluppi, che in Medio Oriente hanno fatto subito pensare a una nuova guerra fredda, è stata piuttosto evidente. “E’ finita la luna di miele americana”, ha scritto un giornale londinese in lingua araba. “Gli Usa hanno abbandonato la Georgia proprio come il Libano”, hanno scritto in Giordania. “Non perdiamo il treno delle nuove ambizioni egemoniche, let’s not put all of our eggs in the same basket”, hanno scritto in Egitto.
E’ una vecchia storia, ma noi facciamo finta di non vedere: il sistema d’intelligence che la Siria ha passato ad Hezbollah è di fabbricazione russa, le armi in Siria sono russe, la Russia costruisce la centrale nucleare iraniana di Bushrer, i russi sono trafficanti di armi benvoluti in Medio Oriente. La Russia, pertanto, attraverso l’Iran è divenuta indispensabile a un certa parte del Medio Oriente. I nemici della Russia sono tradizionalmente i gruppi salafiti amici della Cecenia finanziati dall’Arabia Saudita. Per Putin è quindi naturale essere al fianco degli sciiti iraniani.
E’ una situazione molto complicate e tale si presenta, in questa fase storica di costante e violenta insorgenza terrorista, ad Europa e America, per non parlare del Pakistan e dell’Afghanistan. Quello che voglio dire è che osservando giorno per giorno il “build up” delle alleanze e delle forze militari in Medio Oriente, e osservando la reazione da parte occidentale, possiamo concludere che abbiamo scelto tre diversi linee d’azione per fermare la minaccia iraniana, o almeno per esorcizzarla, e che da queste siamo rimasti profondamente deluse.
Gli Stati Uniti hanno creduto fin dall’inizio che una soluzione del conflitto israelo-palestinese fosse possibile anche in presenza di un leader molto debole come Abu Mazen e di una maggioranza jihadista senza peccato o limiti come Hamas. Se le elezioni si terranno il 9 gennaio come da programma, Abu Mazen sarà sconfitto da Hamas e i kassam inizieranno a piovere dal West Bank su Israele.
Il secondo teatro è anche più deludente ed è il Libano. Non serve che vi ricordi come UNIFIL, anche con le migliori intenzioni, non ha potuto impedire il rafforzamento di Hezbollah, che si è dotata di nuovi 40 mila missili con l’aiuto di Iran e Siria. Non serve che vi ricordi come Hezbollah abbia preso il sopravvento al summit di Doha, ottenendo il diritto di veto e il diritto di conservare intatto il suo esercito come gruppo di “resistenza”; e come con Hezbollah il confine con Israele sia di fatto un confine iraniano.
E prima di concludere con la terza e più importante delusione che siamo riusciti a costruire, la Siria (dove gli americani possono ancora fare un passo indietro, anche se sono in molti a ritenere che abbiano ormai fatto un’apertura decisiva al regime di Damasco), voglio essere molto chiara: Israele ha grandi responsabilità nei confronti di Europa e Stati Uniti. Per Olmert il palcoscenico palestinese, lo scambio che ha restituito ad Hezbollah il terrorista Samir Kuntar, e infine il dialogo con la Siria con la mediazione della Turchia, sono tutti tentativi di lasciare un’eredità con cui allontanare la sua fine politica.
La visita di Sarkozy in Siria è stata la più incredibile delle tante finzioni che hanno caratterizzato la storia dei processi di pace. Quando l’ho visto camminare a Damasco, ho veramente pensato che ne fosse consapevole. Il suo volto era stanco e stravolto, al fianco di Bashar Assad. C’erano un uomo accusato di un barbaro assassino in una terra che non è la sua, colpevole di aver riarmato Hezbollah e di ospitare esponenti di Hamas e altri fanatici assassini; il leader che con Nord Corea e Iran aveva costruito una centrale nucleare, dichiarato innocente e riabilitato in nome di un dialogo dove non si è fatto promotore di una sola proposta di accordo e dove non ha mai voluto incontrare gli israeliani come se fossero degli appestati.
Sarkozy lo ha invitato, lo ha riabilitato, e quel che è peggio è che non solo il presidente francese ne era consapevole, ma che gli Stati Uniti erano completamente estranei alla faccenda; qualcuno dice che saranno presenti al prossimo round in Turchia. Perché tutto ciò, quando Assad ha esplicitamente detto che quella con Hezbollah è un’amicizia per sempre, che l’ambasciata a Beirut è superflua, che l’Iran è il miglior amico della Siria e una sua enorme risorsa?