01 aprile 2014   •  Politica Estera / Punti di Vista

Intervento di Carlo Panella

L’otto agosto 2008 segna una data storica nelle relazioni internazionali. Nelle stesse ore nel Caucaso è imploso l’intero sistema delle Nazioni Unite e a Pechino, nella terribile regia dell’apertura delle Olimpiadi, tutta incentrata sulla negazione dell’individuo, della persona, è caduta visivamente l’illusione secolare che pretendeva esistesse una relazione biunivoca, causale tra sviluppo economico, impianto di un mercato capitalistico e lento, ma certo, e imporsi di relazioni politiche di tipo democratico in cui i diritti della persona sono centrali.
La fine definitiva dell’assetto delle Nazioni Unite è stata provocata dal riproporsi di uno scenario che si è già imposto decine di volte nel mondo dal 1989 ad oggi: una crisi interna ad uno Stato, con forti connotazioni etniche e su cui l’Onu non ha nessuna possibilità statutaria di intervenire, si è trasformata in una deflagrante crisi tra Stati in grado di turbare a sorpresa – questo è il punto: a sorpresa – l’intero assetto politico planetario.
L’Onu, nata nel dopoguerra, diretta dalle nazioni del patto antinazista, ha un patto fondativo storico – e quindi uno Statuto – una mission ben precisa: regolare pacificamente le tensioni e le crisi tra stati. Le crisi interne agli stati sono assolutamente estranee alla sua mission, anche quando sono esplosive, se non hanno caratteristiche – discutibili e inefficaci, come s’è visto più volte, anche in Kosovo – di “crisi umanitarie”. Ricordo, e non è una provocazione, che la crisi dei Sudeti nel 1938, che portò al disastro bellico, era appunto una crisi su base etnica interna ad uno Stato, la Cecoslovacchia, là dove peraltro la minoranza tedesca appoggiata da Hitler era dalla parte della ragione, con una dinamica per molti versi simile a quella della Georgia di oggi.
Ma nella crisi dell’Onu, nella sua paralisi ancora una volta evidenziata dall’otto agosto 2008, non è emersa solo l’incapacità strutturale del Palazzo di vetro di risolvere crisi dirompenti. Nel Caucaso è saltato quel tappo vulcanico che precede i terremoti più disastrosi (l’Etna non è pericoloso perché erutta lava e lapilli in permanenza, mentre il Vesuvio può diventare una immensa bomba atomica perché il suo cratere è bloccato da un tappo che comprime le immense forze che possono emergere dal magma infuocato).
Il vulcano, la Russia di Putin, ha dimostrato al mondo che lo sviluppo impetuoso del mercato e delle relazioni capitalistiche, non solo non porta alla democrazia, ma nulla può contro l’emergere di ideologie militariste e aggressive che subordinano addirittura le regole della libera concorrenza e sono disposte ad affrontare disastrosi contraccolpi in borsa, alla riconquista – anche manu militari – di quelle che sentono essere le terre dei padri, Vaterland, come si dice in tedesco patria.
La grande differenza tra Usa e Europa nella crisi del Caucaso ha origine in analisi divaricanti del nazionalismo di Putin e Mevdev. Per usare uno schema riduttivo: gli Usa pensano che vogliano ricostituire la sfera d’influenza dell’Unione Sovietica, l’Europa sa – ed ha ragione – che vogliono invece ricomporre per quanto è possibile lo spazio politico della Grande madre Russia. Differenza abissale.
L’Ucraina – futuro terreno di scontro su cui l’inutilità dell’Onu apparirà in tutta la sua drammatica grandezza – fa di fatto parte della Russia da prima che Cristoforo Colombo sbarcasse in America. La Georgia è entrata a far parte della Russia su per giù negli stessi anni in cui la Louisiana è entrata a far parte degli Stati Uniti.
Due brevi notazioni per spiegarvi come i russi sentano nella loro indipendenza una vera e propria “mutilazione”, non un atto di matura e cosciente voglia di indipendenza di popoli sovrani (come ovviamente è).
Il popolo russo, soprattutto l’esercito russo, unica istituzione con totale continuità istituzionale con l’Urss, sente profondamente – sbagliando ma la sente – la ferita della lacerazione con l’Ucraina e la Georgia (diversa è la situazione con i paesi baltici, incorporati dall’Urss, non dalla Russia).
Da qui la presa, il consenso delle élite e delle masse russe per quella “dottrina Putin”, che col riconoscimento formale dell’indipendenza della Ossezia e Abkhazia ha dato coscientemente un colpo mortale alle procedure e alle regole dell’Onu. Una dottrina ipernazionalista e aggressiva che si può definire con un solo termine: revanscista.
L’Europa dunque avverte il pericolo estremo del ritorno sul suo suolo di questo male antico: il nazionalismo aggressivo con largo consenso popolare che è stato alla base non solo di due guerre, ma anche – non dimentichiamolo – che è stata la breccia attraverso cui Hitler ha fatto passare la presa, il consenso di massa per la sua ideologia totalitaria e genocida.
Da qui non solo la crisi dell’Onu, ma addirittura di quell’intesa storica tra Roosevelt e Churchill che siglò nel 1941 quel Patto Atlantico che anticipò l’Onu stessa. Gli Usa reagiscono alla politica russa nel Caucaso in una dimensione di guerra fredda aggiornata, riadattata al nuovo scenario e contesto geopolitico. L’Europa invece, con Sarkozy, Merkel e Berlusconi –non a caso leader di nazioni che hanno ben chiaro il peso delle ideologie revansciste in un contesto autoritario – ha un approccio sensibilmente diverso.
Qui mi devo diversificare nettamente dal mio amico Mario Sechi: la politica energetica e il machiavellismo hanno sicuramente un grande peso in questa divaricazione, ma sono – non è un paradosso – il problema minore, in qualche modo risolvibile, come tutti i problemi materiali. Il vero dramma di questa lite tra Marte e Venere è che non sono d’accordo sulla natura dell’avversario, sulla sua essenza diabolica o umana. L’Europa punta ad azioni che diminuiscano, anziché aumentare il consenso popolare dei russi a Putin, perché ha chiaro che i russi sentono con l’indipendenza della Georgia e dell’Ucraina, non una ferita nel corpo dell’Urss, ma in quella della Grande Madre Russia.
Usa e Europa si sono stupiti assieme a scoprire questa identità della leadership russa e ora sono costrette anche a prendere atto che la natura dei flirt che questo revanscismo russo ha avuto con regimi revanscisti e totalitari – come quello iraniano – è ben più e ben peggio che una manovra di mercato – sul nucleare – o una tattica di disturbo. Vi è infatti una assonanza evidente tra sistemi ipernazionalisti che di nuovo elimina ab initio ogni possibile uso dell’Onu persino come camera di compensazione delle crisi (come avveniva durante la guerra fredda).
La reazione divaricata però, deriva da quanto detto sopra: l’Europa punta a una reazione e a delle misure che non aumentino il consenso popolare -di profonde, secolari, radici storiche – alla politica revanscista di Putin, mentre gli Usa cercano una reazione ferma, ma temperata, che contrasti la riproposizione attualizzata di una “logica da Urss”.
Ma non siamo di fronte a una dinamica di guerra fredda. Siamo al 1914. Siamo tornati, nonostante tutto, al 1914. Questo è il dramma. Con mille cambiamenti, non ultimo quello di un mondo multipolare in cui assistiamo alla totale impermeabilità del regime comunista cinese alle dinamiche del libero mercato capitalista, altra illusione che ha accomunato negli ultimi decenni Usa e Europa. Le centinaia di milioni di cinesi che vivono in un regime economico capitalista e di libero mercato (340.000, ormai, hanno un patrimonio personale di un milione di dollari), hanno influenza politica pari a zero sul regime autoritario di Pechino. Non hanno formato neanche un minimo agglomerato di opposizione politica.
L’unica conseguenza dell’adozione del sistema di produzione capitalista, invece di portare verso una qualche liberalizzazione del sistema, ha spinto verso una rapida inclusione della welthanschaung confuciana dentro la dinamica del Partito Unico leninista, come ben si è visto in quella terribile cerimonia di apertura dei giochi, celebrazione della piramide sociale delle mille e mille formiche che si muovevano a sincrono sotto gli ordini del vertice della piramide e dove alla persona, al singolo, era dato solo di apparire quale acrobata, uomo non uomo.
Le conseguenze dell’apparire di una tripolarità politica forte, matura tra un asse Usa-Europa (incerto al suo interno), Cina totalitaria e Russia oggi volutamente, fieramente revanscista, ha conseguenze immediate sulla governance globale. Depotenzia l’Onu di ogni possibilità d’intervento, come già ben si vede in Darfur, tanto per parlare di una crisi umanitaria drammatica, ma periferica e la consegna alla paralisi completa. Obbliga Europa e Usa a una rapida intesa sulla natura dell’avversario, perché troppo stridente e la divaricazione degli approcci. Impone la ricerca di ambiti di gestione e controllo della crisi adeguati.
Il mio scetticismo riguardo a qualsiasi ipotesi di Comunità delle Democrazie è totale, perché non vedo con quali criteri possa essere delimitata senza creare un bis della paralisi delle Nazioni Unite (ricordo che formalmente il Venezuela di Chàvez è un paese democratico, con tanto di possibile regime change). Restano due sole strutture su cui tentare di spostare il baricentro del governo delle crisi: il G8 e la Nato.
Credo che la seconda, soprattutto, debba uscire dalla marginalità a cui sinora l’illusione della fine dei blocchi l’ha ridotta, debba rivedere la sua vocazione essenzialmente antiterrorista e debba avere un forte investimento politico. Non riesco a immaginare altro equilibrio mondale, se non imperniato su una aperta, riconosciuta, dualità di strategie e di politiche tra i paesi della Nato e “il resto del mondo”, in un contesto in cui, naturalmente, i primi continuino a tentare di fare dell’Onu qualcosa di più che un club di parole, ben coscienti di non poterci riuscire.
La vera sfida, in questo contesto, è dunque se la Russia voglia continuare o meno a considerare la Nato il suo avversario storico. L’accordo di Pratica di Mare, come vediamo, è saltato e con essa l’associazione di Mosca. Ma per 15 anni Europa e Usa hanno regalato senza condizioni a Mosca capitali, know-how, investimenti e opportunità per ricostituire la sua potenza. Senza condizioni. Oggi, la Russia ha ancora più bisogno di capitali, investimenti e know-how. Ritengo doveroso che Usa e Europa tentino di condizionarne l’erogazione a Mosca, in cambio di un suo rientro, a condizioni nuove, nell’ambito Nato. Ben cosciente che poche sono le possibilità di successo e che le chance di preservazione della pace passino ormai in larga parte per la riconquista di quella omogeneità interna della Nato che con l’otto agosto è pericolosamente entrata in crisi.