22 novembre 2018   •  News / Punti di vista

La lunga coda della Prima Repubblica

Giovanni Orsina

L’introduzione al volume “Ascesa e declino della Prima Repubblica” di Giovanni Orsina.

 

Non è ancora possibile dare agli anni compresi fra il 1994 e il 2011 piena collocazione nella vicenda italiana. Non siamo d’accordo nemmeno sul nome di quella fase storica. La si è chiamata spesso seconda repubblica, ma i puristi si sono ribellati a una definizione che ritengono scorretta, la costituzione del 1948 essendo ancora in vigore e, in fin dei conti, non essendo stata rimaneggiata nemmeno troppo. Anche in una prospettiva di storia politica e non istituzionale, a ogni modo, quella formula desta più di qualche perplessità. È piuttosto evidente ormai che col 2011 – la crisi del debito sovrano, la caduta del quarto gabinetto Berlusconi, il governo Monti – la fase storico-politica apertasi col 1994 si è avviata a chiusura. Quel che a sette anni di distanza non riusciamo a capire, però, è che cosa sia venuto dopo. La stagione di Renzi è durata lo spazio d’un mattino. Quella dei “sovranisti” s’è appena aperta, e Dio solo sa quanto potrà durare, se riuscirà a modificare in profondità il Paese, e in quale direzione. Bisognerà quindi attendere ancora: a seconda di quel che avverrà da qui ai prossimi tempi, potremo (forse) capire se gli anni compresi fra il 1994 e il 2011 debbano esser considerati un’appendice della stagione precedente – e annoverati quindi senz’altro nella “prima” Repubblica –; oppure una prolungata fase di transizione fra una stagione e l’altra – nel qual caso “età berlusconiana” potrebbe forse risultare la definizione più appropriata –; oppure, infine, una breve stagione storica a sé stante.

Mentre aspettiamo, tuttavia, possiamo per lo meno cominciare ad avviare una riflessione, a metter giù qualche domanda, ad ascoltare i testimoni. Le interviste che Italianieuropei e Magna Carta hanno raccolto in questo volume devono servire soprattutto a questo. A leggerle tutte insieme, e in attesa di ricevere lumi ulteriori dal futuro, si ha la sensazione robusta che gli anni compresi fra il 1994 e il 2011 non siano altro, in realtà, che una lunga coda della “prima” Repubblica, collegata con gli anni Settanta e Ottanta più ancora – forse – di quanto quei due decenni non lo siano con i Cinquanta e i primi Sessanta. O, per essere più precisi: l’impressione è che dopo Tangentopoli le domande alle quali l’Italia si è trovata a dare risposta siano state le stesse del quarto di secolo precedente; che le risposte siano state almeno in parte differenti; e che però non abbiano funzionato, a motivo fra l’altro di difetti antichi.

Il problema principale che l’Italia ha dovuto affrontare con urgenza crescente a partire per lo meno dai primi anni Settanta è stato quello della sua eccentricità storico-politica – e, di conseguenza, della sua difficoltà a inserirsi dentro meccanismi europei e internazionali sempre più complessi e integrati. Le interviste raccolte in questo libro evidenziano con chiarezza i due “corni” di quel problema, collegati strettamente l’uno con l’altro: uno economico-finanziario, l’altro istituzionale.

Il periodo compreso fra il 1994 e il 2011 si apre con la crisi della lira e si chiude con quella del debito sovrano. Per quanto il collasso dei partiti di governo nel 1992-1993 non possa esser ricondotto esclusivamente alle tensioni cui la convergenza prima, e l’unificazione poi, delle valute europee sottopongono la Penisola, è ben evidente che nella stagione di Tangentopoli gli italiani accusano il ceto politico – fra l’altro – anche di non aver saputo preparare l’Italia per l’integrazione del continente. Ma non si tratta certo di un problema apparso in quell’istante: è emerso almeno vent’anni prima, ed è già passato per fondamentali iniziative sia sovranazionali (la nascita del Sistema monetario nel 1979), sia domestiche (il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia nel 1981). Rispetto all’obiettivo della convergenza europea, insomma, il 1994 non rappresenta uno spartiacque – anche se a valle di quella data i governi di centro sinistra lo perseguono senz’altro con maggiore convinzione di quelli di centro destra. Nel 1998 l’Italia riesce anzi a essere inclusa fra i partecipanti all’euro. Quel che almeno in parte cambia, all’indomani di Tangentopoli, sono gli strumenti coi quali quell’obiettivo viene perseguito: lo sforzo reale di modernizzare il sistema politico italiano, così da adeguarlo alle nuove sfide internazionali.

Il versante economico-finanziario del rapporto fra l’Italia e l’Europa intercetta così il versante istituzionale. Come sia possibile rappresentare nelle istituzioni pubbliche una società frammentata e diversificata senza mettere in pericolo la capacità di quelle istituzioni di dare al paese un indirizzo politico coerente e unitario e di realizzarlo in maniera rapida, efficiente ed efficace: questo è uno dei problemi cruciali della modernità politica che già la riflessione giuspubblicistica ottocentesca aveva individuato con grande chiarezza (basti pensare a Vittorio Emanuele Orlando). Non soltanto l’Italia, ma anche la Francia e la Germania durano gran fatica a risolvere quel problema. Ci riescono piuttosto tardi, e quasi simultaneamente: la Germania con il consolidamento e la maturazione della Repubblica di Bonn, che possiamo datare alla grande coalizione del 1966-1969 e al successivo passaggio dei democristiani all’opposizione, nel 1969; la Francia con la nascita e il consolidamento della Quinta Repubblica, conclusosi con l’ascesa di un presidente socialista all’Eliseo nel 1981.

In quegli stessi decenni – per ragioni ben note che non è certo il caso di ricordare in questa sede – l’Italia continua a privilegiare il momento della rappresentanza rispetto a quello della decisione, anche se il dibattito sulla “democrazia governante” e sulla riforma delle istituzioni viene acquistando sempre maggiore importanza a partire per lo meno dai tardi anni Settanta. La crisi del 1992-1993 dà finalmente alla Penisola l’opportunità di riallineare il proprio sistema politico a quello delle grandi democrazie occidentali: semplificazione del quadro partitico; facoltà dell’elettore di scegliere non soltanto il proprio rappresentante in parlamento, ma il vertice dell’esecutivo; reale possibilità di un’alternanza; maturazione della dialettica fra governo e opposizione; maggiore chiarezza nell’attribuzione delle responsabilità. L’europeizzazione del sistema politico-istituzionale italiano viene così identificata come lo strumento principale grazie al quale il paese potrà infine adeguarsi ai vincoli economici europei.

Il 2011 certifica al di là di ogni ragionevole dubbio il fallimento di questa strategia – e a partire dal febbraio del 2013 i risultati elettorali mostrano in maniera altrettanto inequivocabile che gli italiani intendono far pagare fino in fondo alla classe politica quel fallimento. Molte delle interviste raccolte in questo libro evidenziano esplicitamente o implicitamente la natura disfunzionale del sistema politico bipolare che s’è venuto formando a partire dal 1994, denunciando sia, in generale, l’incapacità delle coalizioni di essere altro che fragili e rissose alleanze elettorali, sia, più nello specifico, i molti errori che sono stati commessi nell’attività di governo. La tradizionale faziosità italiana, la tendenza delle forze politiche contrapposte a negarsi reciprocamente legittimità, ha naturalmente svolto un ruolo di rilievo nel rendere il bipolarismo disfunzionale – e varie interviste mostrano ancora i segni chiari di questa tendenza. Ma ha avuto certamente un peso notevole anche il clima generale di insofferenza nei confronti della politica nel quale questo tentativo di europeizzare le istituzioni e la vita pubblica italiane s’è svolto, e sul quale pure si soffermano vari testimoni – che, dopo aver magari cavalcato all’epoca l’onda dell’antipolitica, si rendono ora conto di quanto essa sia costata al paese. Lo sforzo di duplice adeguamento dell’Italia all’Europa che si produce dopo il 1994, insomma, si svolge all’ombra per un verso di una “divisività” tradizionale poco propizia alla costruzione di una democrazia maggioritaria stabile e funzionale; per un altro, di una crisi del politico che è emersa compiutamente con gli eventi del 1992-1993, ma che veniva montando per lo meno dai tardi anni Settanta. La stagione 1994-2011 recupera così dal venticinquennio precedente il suo obiettivo di fondo, ma anche i difetti che portano la sua strategia al fallimento, dimostrando anche da questo punto di vista di essere una sorta di “appendice” della prima fase della storia repubblicana.

Lo scarto fra i disegni modernizzanti virtuosi ma astratti perseguiti dalla classe politica e l’incapacità dell’Italia concreta di adeguarsi a quei modelli emerge da numerose testimonianze. Lo stesso bipolarismo rientrerebbe nel novero di quei disegni, poiché non sarebbe possibile ricondurre la complessità italiana negli schemi semplificati di una democrazia maggioritaria. Se così è, se l’Italia ha fallito per inadeguatezza nel suo sforzo di europeizzarsi, si capisce allora perché la reazione a quel fallimento abbia portato al governo partiti più o meno esplicitamente euroscettici e “sovranisti”. Quali alternative quei partiti siano capaci di proporre, è questione di rilevanza politica per il nostro futuro. Quali alternative ci fossero, nella stagione 1994-2011, all’imperfetto e astratto sforzo di europeizzazione compiuto allora, rimane invece una delle fondamentali questioni storiografiche alle quali saremo chiamati a dare risposta nei prossimi anni.

 

Giovanni Orsina