24 Aprile 2020   •  I testi / In Evidenza

La pandemia e il declino dell’Occidente

Bernardino Chiaia

Mi ero ripromesso di non scrivere più nulla in merito all’epidemia Covid-19 in corso e soprattutto sulla gestione dell’emergenza in Italia. Per quanto innegabilmente curioso, da un paio di settimane avevo persino smesso di leggere le notizie sull’argomento. Poi però,  complice la forzosa clausura insieme a un’esigenza di reazione al torpore intellettuale, ho provato a delineare alcuni aspetti – a mio parere importanti – che sussumono in un quadro storico generale il panico, gli errori, le polemiche e la confusione vissuti in Italia e in Occidente a partire dalla fine di febbraio 2020.

E mi duole, purtroppo, delineare un quadro di tramonto della civiltà occidentale, seguendo le tracce di quanto già evidenziato, tra gli altri da S. Zecchi, Paradiso Occidente. La nostra decadenza e la seduzione della notte (2016) e Lucian Boia, Fine dell’Occidente? (2014) e già magistralmente intuito nel lontano 1918 da O. Spengler ne Il tramonto dell’Occidente. Vorrei qui trattare dell’indebolimento di tre pilastri della civiltà occidentale, il cui declino ha portato al degrado morale e culturale di oggi, ovvero il substrato mistico, il progresso scientifico e la politica. Quanto segue rappresenta il tentativo di collegare alcune percezioni del sottoscritto alle molte e ben più dotte analisi sul tema.

La mistica occidentale nasce in Grecia, con la filosofia di Eraclito, Epicuro, Platone e Aristotele. Il precetto γνῶθι σεαυτόν, inciso nel tempio di Apollo a Delfi, ne è stato il filo conduttore per secoli, declinandosi non soltanto attraverso la vita religiosa ma anche con l’esperienza personale di distacco e tensione verso l’infinito scevra di mediazioni terrena da parte delle Chiese e delle scritture. Indubitabilmente, la mistica in Occidente si è sviluppata in maniera molto diversa rispetto all’Oriente, ove è stata prevalentemente intesa quale condizione immanente della vita (v. buddismo e sufismo mistico dell’Islam). In Occidente, viceversa, la mistica è stata innanzitutto un’esperienza di libertà, non di rado per questo oggetto di condanna da parte della Chiesa ufficiale, permeante la cultura e la morale dei popoli.

Attraverso giganti moderni come Spinoza e Kant si intuisce come la mistica sia stata davvero un substrato che ha innervato, soprattutto tramite la religione cristiana, la crescita dell’Occidente. Nella storia essa si è attualizzata, come sosteneva Spengler, in aneliti di cambiamento di tipo faustiano, tendenti cioè ad una perenne trasformazione del mondo con la visione ottimistica di un futuro sempre migliore del passato (si pensi alle grandi scoperte geografiche del 1500, alla creazione dei grandi stati europei, alla rivoluzione scientifica, all’invenzione del capitalismo). Persino Marx, a suo modo, nell’utopia comunista aveva identificato questo ottimismo del cambiamento.

Sotto i colpi del relativismo, degli infausti pensieri deboli e soprattutto del progressismo laico schiavo del mercato, che ha confuso le sovrastrutture religiose con la dimensione personale, questo substrato mistico è stato progressivamente attaccato ed il suo indebolimento ha modificato fortemente il rapporto delle persone verso categorie quali l’etica, i diritti e i doveri, la vita e la morte. L’ottimismo ha lasciato il posto a un mondo liquido e, spesso, al pessimismo nostalgico.

Oggi, ad esempio, riteniamo di aver diritto a un mondo senza rischi, non accettando più l’imponderabile, i cigni neri e le disgrazie naturali. Eppure, come gli ingegneri ben sanno, il rischio nullo non può esistere e i costi per ridurne l’entità possono diventare insopportabili per la società, con danni maggiori dei benefici. Ancora, a differenza dei nostri antenati che convivevano con il concetto tangibile della morte, oggi essa diventa oscena e va tenuta lontano, nascosta, relegata negli ospedali e nelle residenze per anziani. L’impressione orrifica della morte, generata dalle immagini del corteo militare bergamasco recante le bare verso i crematori, è in tal senso emblematica.

Con il depauperamento della dimensione mistica occidentale si spiega anche lo scandalo generato nei progressisti europei dalla scena del vicepresidente americano Mike Pence che avviò la riunione della task force sul coronavirus recitando una preghiera insieme ai suoi collaboratori. Eppure, come sosteneva Pascal, indipendentemente dalla fede, se c’è un Dio, pregare per evitare l’epidemia è una buona idea; se il Dio invece non c’è, la preghiera non ci sottrae nulla, se non un minuto dedicato alla meditazione sul senso della vita.

Passando al secondo pilastro, la Scienza, si rileva il progressivo degrado del concetto di sviluppo scientifico e tecnologico rispetto all’originale anelito del “seguir virtute e canoscenza” e del miglioramento delle condizioni umane. A partire dalla seconda metà del secolo scorso è, infatti, divenuto sempre più dominante l’asservimento della ricerca tecnico-scientifica alle esigenze del mercato, secondo un modello distorto che pretende di forgiare l’etica a valle della tecnologia. Emblematiche, in emergenza Covid, le polemiche sugli strumenti di tracciamento digitale della popolazione e sull’obbligatorietà del futuribile vaccino.

Al contempo, il trionfo dell’incompetenza (e del suo lato più pericoloso, ossia l’incoscienza dell’incompetenza) è apparso cristallino agli occhi di tutti. La gestione dell’emergenza sanitaria sarà oggetto di profonde riflessioni quando tutto sarà finito ma l’elenco di errori commessi, con responsabilità a livello politico, sanitario e mediatico, è già oggi davvero spaventoso.

Potremmo anche tristemente sorridere delle esternazioni iniziali di alcuni politici in Italia e all’estero i quali, a epidemia iniziata, invitavano a uscire e a stare tranquilli e li potremmo anche cristianamente perdonare – se si pentissero – perché davvero, purtroppo, essi spesso non sanno quello che fanno. Viceversa, non possiamo perdonare il fallimento dei cosiddetti competenti, tra i quali molti medici e scienziati, esternatori di dichiarazioni totalmente sbagliate e contraddittorie, leoni nelle apparizioni mediatiche ma conigli nel loro ruolo professionale. E cosa dire della pletora di comitati di (presunti) saggi, arruolati da ministeri, regioni, autorità ed enti vari, per elaborare strategie – tra loro nuovamente contraddittorie – per la riapertura delle città e delle attività produttive? Eppure la storia ci insegna che Churchill affrontò la guerra contro la Germania con soli quattro consulenti al suo fianco… Questi errori allontanano sempre di più la gente (e soprattutto i giovani) dalla fiducia nelle istituzioni e negli esperti, favorendo la presa di potere della cosiddetta mediocrazia.

Proprio il suddetto concetto del “governo dei mediocri” ci conduce al declino del terzo pilastro della nostra civiltà, ossia la politica. La politica occidentale, dalla polis ateniese al senato di Roma, da Federico II alla nascita dei grandi stati europei e poi degli Stati Uniti, dalla rivoluzione francese e fino alla nascita dell’Unione Europea, ha sempre mantenuto la prerogativa di guidare, nel bene e

nel male, le scelte sociali, economiche e industriali dei popoli pur con momenti di alternata intensità dell’interferenza nei suddetti campi d’azione.

L’emergenza Covid ha svelato a tutti, se mai ce ne fosse stato bisogno, la debolezza della politica occidentale. Annoveriamo rare eccezioni. Questa debolezza raggiunge il suo apice in Italia, per la contingente situazione romana, ma Francia, Spagna, Inghilterra e Stati Uniti non hanno offerto esempi migliori. La debolezza si è manifestata sia nella fase iniziale (stima del rischio di pandemia) sia nella fase intermedia (misure di lockdown e gestione sanitaria) e prosegue purtroppo nell’attuale fase di riapertura delle attività.

La paura è pericolosa e nemica della razionalità, ma non può giustificare il panico, i tentennamenti, l’approssimazione nell’assunzione di decisioni cruciali, le contraddizioni ed il senso di impotenza generato nella popolazione. Nel passato l’umanità ha affrontato gravi epidemie, come quella di Atene del 430 AC, la peste nera del 1350, la peste di Londra nel 1660, l’influenza spagnola nel 1918, l’asiatica e l’Aids in tempi più recenti. Gli storici hanno ben descritto come la peste nera realmente cambiò il mondo, modificando per sempre gli stili di vita, lavoro e produzione. Tutte queste epidemie, come anche il vaiolo, il colera, la tubercolosi e la meningite hanno richiesto un pesante tributo all’umanità.

Risulta evidente, per lo meno in base alle statistiche oggi disponibili, come l’epidemia Covid-19 non sia paragonabile alla peste nera. Si tratta di una malattia indiscutibilmente pericolosa per chi soffre di gravi comorbilità, soprattutto se anziano, mentre per la maggior parte della popolazione i sintomi parrebbero lievi o quantomeno curabili. Riportando le parole di Lord Jonathan Sumption, storico medioevale ed ex giudice della corte suprema britannica, “…in questo contesto gli scienziati possono e devono aiutare a valutare le conseguenze cliniche delle tecniche di contenimento del coronavirus ma non sono qualificati per decidere se valga la pena di interferire con la nostra vita e la nostra autonomia personale, bloccando il mondo e infliggendogli gravi danni economici a lungo termine, come è colpevolmente avvenuto”. L’irrilevanza della politica è tragicamente emersa, a suggellare – forse – l’atto finale intravisto da Spengler.