02 Dicembre 2020   •  I testi

La presunzione fatale dell’élite tecnocratica

Redazione

Pubblichiamo un estratto de “L’ingranaggio del potere” (Liberilibri, 2020), di Lorenzo Castellani

L’ultimo Hayek sembra essere oramai stato dimenticato. Nella foga razionalista del pensiero tecnocratico, anche coloro che si dicono liberali si sono persi la lezione filosofica e politica, prima che economica, del grande maestro. Egli scriveva, analizzando la formazione della conoscenza: «Questo “sapere” del mondo, tramandato di generazione in generazione, sarà pertanto costituito, in gran parte, non da una conoscenza di tipo causale, ma da regole di comportamento che si adattano all’ambiente, pur senza dir nulla su di esso. Tali regole si mantengono in vita, similmente alle teorie scientifiche, in virtù della loro validità, ma contrariamente a queste ultime si tratta di una validità di cui non occorre che qualcuno sappia qualcosa e che si manifesta nella durevolezza e nella estensione dell’ordine sociale da esse costituito».

La limitatezza della nostra conoscenza, dunque, è tale che possiamo dare ordine alla convivenza umana, nel modo da tutti auspicabile, solo affidandoci alla guida di regole generali che in precedenza hanno dato prova di validità. Non ammettere questo è, secondo Hayek, la presunzione fatale di una concezione che egli chiama “razionalismo costruttivista”.

Tale razionalismo sembra affliggere il sistema tecno-democratico, con una élite sempre pronta a cadere nell’illusione di poter centralizzare tutta l’informazione e d’infondere dall’alto le proprie regole di funzionamento della società. Ciò spesso avviene attraverso quelle istituzioni sovranazionali e globali che abbiamo analizzato, con la pretesa d’imporre a ogni diverso popolo delle nazioni occidentali le stesse riforme. Una pretesa di armonizzazione e omogeneizzazione che incorre in continui fallimenti politici.

Nonostante ciò, il costruttivismo pretende di dare forma a un ordine sociale; questa forma di pensiero riconosce sì l’essenzialità di regole generali per il coordinamento della convivenza tra gli individui, ma accantona, per una mera presunzione intellettuale, i limiti della conoscenza umana nell’organizzazione di ordinamenti sociali. La presunzione appare nella pretesa di tralasciare tradizioni consolidate e di poter progettare da zero un ordinamento auspicabile. Questa forma di razionalismo costruttivista non riesce a comprendere che la valutazione di tutti gli effetti della pianificazione che norme o sistemi sviluppano sulla struttura complessa della società prevarica di gran lunga le forze della ragione umana, e che proprio per questo dipendiamo dallo sfruttamento di esperienze di generazioni precedenti, esperienze immagazzinate grazie a tradizioni consolidate.

Sulla stessa linea si muoveva anche Karl Popper, che scriveva: «Al pianificatore olistico sfugge il fatto che è facile centralizzare il potere, mentre è impossibile centralizzare tutta quella conoscenza che è distribuita tra le menti di molteplici individui e la cui centralizzazione sarebbe necessaria per un saggio esercizio del potere centralizzato. Questo fatto presenta conseguenze di vasta portata. Infatti, impossibilitato ad accertare cosa vi sia effettivamente nelle menti dei singoli, egli – il pianificatore – sarà costretto a semplificare il suo problema eliminando le differenze individuali».

Il significato politico del costruttivismo razionalistico, tanto diffuso nei nostri regimi politici, è evidente: lo scienziato sociale che sostiene di avere individuato il sistema migliore per rivoluzionare l’intero impianto sociale, dandogli una forma presuntivamente più razionale, è costretto in verità ad imporre agli altri individui quel determinato modello, tentando di modificarne le menti e le credenze in maniera funzionale al suo scopo. In altre parole, il costruttivismo s’impersona nell’ingegnere sociale, cioè colui che agisce sulla società trattando le istituzioni razionalmente come mezzi che servono a determinati fini.

Quest’illusione tecnocratica si nutre dell’idea che la povertà o la scarsità di risorse o il disordine dipendano dalla mancanza di competenze e di pianificazione, invece che dalla mancanza delle libertà e della cultura. Nel governo dei competenti, la conoscenza s’impone sul sistema. La conoscenza, invece, dovrebbe emergere dal sistema poiché quando questa s’impone sul sistema, allora è prescritta da qualcuno che si afferma e domina sugli altri. La conoscenza diventa costruita, artificiale, oligarchica e ancora più incompleta in quanto dipendente da pochi individui e istituzioni.

Questa intolleranza dei tecnocrati verso i limiti della conoscenza, ovvero verso l’accettazione dell’incertezza ineluttabile che emerge dal mondo che ci circonda, può portare a due deleterie tendenze speculari: una che confida nella sapienza assoluta di un super organo tecnico-scientifico che sia in grado di tutto sapere e di tutto ordinare; l’altra che ritiene che se non si può conoscere nulla per intero, allora quello che ciascuno pensa è equivalente a quello che pensa chiunque altro.

Tuttavia, l’elemento forse più interessante di questa dinamica è dato del fatto che nei tre decenni del cosiddetto neo-liberalismo (1980-2010), la gabbia d’acciaio delle istituzioni pubbliche non s’è aperta, ossia non si è andati verso una drastica riduzione della burocrazia e della regolamentazione pubblica. Il neo-liberalismo è stato una duplice illusione sia per i suoi critici, ostinati a non vedere la pervasività e l’estensione dei poteri pubblici e della coercizione politica, sia per i suoi sostenitori, che hanno scambiato la liberalizzazione economica e finanziaria per l’intera teoria liberale, e non per una parte di essa, dimenticando quanto siano importanti la separazione, la limitazione, la prossimità ed il controllo del potere politico.

Difatti, i comitati, le commissioni, i tribunali, i corpi amministrativi, le autorità si sono moltiplicati su scala nazionale e sovranazionale; lo Stato si è frammentato e disperso su molteplici livelli, ma è tutt’altro che evaporato; alla tecnocrazia dello Stato si è affianca una tecnocrazia del mercato.

L’autogoverno d’impronta federale e il principio no taxation without representationappaiono oggi sempre più sacrificati. Emerge qui forse una regolarità della storia della politica: il potere cerca sempre di mettersi in maschera e rendersi irresponsabile. In fin dei conti, la tecno-democrazia è un sistema costruito sulla fuga dalla responsabilità delle classi dirigenti che, di contro, alimenta l’irresponsabilità dei governati.