18 gennaio 2016   •  Politica Estera / Punti di Vista

La situazione nel Sinai ed i rapporti tra Egitto ed Israele

Gli scontri che da quattro anni in Sinai oppongono gli appartenenti ai locali movimenti jihadisti alle forze di sicurezze egiziane sono andati intensificandosi negli ultimi mesi, tanto da suscitare non poca preoccupazione non solo nel governo de Il Cairo ma anche in quello di Gerusalemme. Nell’analisi che segue si osserveranno prima le origini delle tensioni esplose nella penisola unitamente alla situazione politica interna egiziana, l’orientamento dei diversi gruppi armati attivi nella regione ed infine come la situazione in Sinai abbia influito nei rapporti tra Egitto ed Israele.

 

Le origini dell’insurrezione nella penisola e la situazione politica egiziana

Pur se esplosa parallelamente alle proteste contro il regime di Mubarak, l’insurrezione in Sinai trae tuttavia le sue origini dalla difficile situazione nella quale da anni versano le popolazioni beduine locali. Da sempre critiche verso Il Cairo per la mancanza di investimenti attuati dal governo centrale, gli abitanti della regione durante gli anni di Mubarak hanno visto le loro condizioni economiche e sociali peggiorare ulteriormente, venendo di fatto esclusi dai progetti di sviluppo attuati dal regime. Deciso a rafforzare il settore turistico, Mubarak aveva difatti avviato un piano per la realizzazione di un resort nella zona di Sharm el – Sheikh, una località situata sul Mar Rosso in una zona del Paese scarsamente popolata, ma dove l’allora Presidente egiziano disponeva di una residenza privata. Per realizzare le strutture e gli impianti turistici, il governo decise quindi di favorire l’emigrazione in Sinai di un gran numero di lavoratori provenienti dalla valle del Nilo, ai quali furono offerti in via preferenziale appezzamenti di terreno e posti di lavoro, una decisione questa che suscitò la protesta della popolazioni locali, a cui invece continuavano ad essere negati i servizi pubblici essenziali e le possibilità di occupazione. Esclusi dai circuiti economici ed impossibilitati a svolgere una qualsiasi attività agricola, le tribù beduine attivarono così un’economia parallela sommersa che aveva la sua voce principale nel contrabbando e nel traffico di stupefacenti con la Striscia di Gaza, attività che videro un sostanziale incremento a partire dal ritiro israeliano avvenuto nel 2005.

 

E proprio il senso di esclusione unito al risentimento verso Israele saranno, a detta degli analisti, la causa principale della radicalizzazione delle popolazioni beduine locali, le quali iniziarono ad indirizzare le loro simpatie politiche verso l’Islam radicale[1]. Così, nonostante da Washington e dallo stesso governo israeliano arrivassero a Mubarak degli inviti a cambiare la sua politica verso le popolazioni del Sinai, il Presidente egiziano proseguì invece con i suoi piani, che però non fecero altro che inasprire una situazione già assai difficile. Ed è in questo contesto che tra il 2004 ed il 2006 avvennero i primi attacchi terroristici contro le strutture alberghiere – le quali costarono la vita ad almeno 130 persone – unitamente a tutta una serie di attacchi dinamitardi minori ed a sequestri di turisti stranieri che dimostrarono quanto la situazione fosse ormai deteriorata. Con l’esplodere delle proteste popolari che nella primavera del 2011 portarono al crollo del regime di Mubarak, il quadro è andato poi ulteriormente peggiorando e la stessa politica incerta in seguito adottata da Il Cairo non ha certo migliorato il quadro. Se in principio il “Consiglio Supremo delle Forze Armate” ( SCAF ) aveva deciso di allentare alcune restrizioni riguardanti l’attraversamento della frontiera con Gaza anche allo scopo di favorire una possibile riconciliazione tra le fazioni palestinesi, a metà del 2011 deciderà invece di avviare l’“Operazione Eagle I”, la più massiccia azione militare egiziana nel Sinai dai tempi della guerra del 1973, attuata con l’obiettivo di espellere dalla parte settentrionale della regione i gruppi salafiti e jihadisti[2]. In seguito, l’arrivo al governo dei “Fratelli Musulmani” e la conquista della presidenza da parte del loro leader Mohammed Morsi, aveva inizialmente suscitato l’approvazione delle popolazioni locali che vi vedevano un possibile segnale di cambiamento rispetto alle politiche repressive del passato regime. Difatti, il nuovo Presidente aveva subito affermato come fosse intenzione venire incontro alle istanze delle popolazioni beduine, dichiarando inoltre di essere disposto ad avviare un negoziato con i gruppi armati attraverso la mediazione di ex – appartenenti ai movimenti salafiti. Tuttavia, sarà proprio Morsi ad autorizzare nell’estate del 2012 l’“Operazione Eagle II” allo scopo di ristabilire l’ordine su questa parte di territorio egiziano nonché per porre fine alle azioni di contrabbando con la Striscia di Gaza di armi attuate dalle locali popolazioni beduine[3]. Ma nonostante questa imponente operazione, Morsi continuò comunque a rimanere assai riluttante ad usare la forza contro i gruppi armati attivi nella penisola, un atteggiamento ritenuto debole dalle Forze Armate e dalla stessa popolazione egiziana. E sarà proprio il deterioramento della sicurezza interna, unito al rapimento di sedici soldati avvenuto nel Sinai, alla base delle ragioni che nel Luglio 2013 portarono al colpo di Stato ed all’insediamento del regime militare.

Con l’arrivo al potere del governo militare l’attività dei gruppi jihadisti attivi nella regione è andata ulteriormente incrementandosi, in quanto il nuovo esecutivo è stato visto come il ritorno al potere degli esponenti del vecchio regime di Mubarak, ritenuto dispotico e legato ad Israele, fornendogli il pretesto per una ripresa dell’attività terroristica ed insurrezionale. L’azione di contrasto al terrorismo attuata dal nuovo governo e dal suo leader Abdel Fattah al-Sisi si è dovuta comunque fin dall’inizio confrontare sia con la sempre più insistente attività dei gruppi jihadisti della regione nonché con la difficile situazione economica nella quale si trova oggi l’Egitto, cosa che non facilita certo il compito del regime. Con una situazione finanziaria al limite della bancarotta, un tasso di disoccupazione giovanile estremamente elevato e le entrate derivanti dal turismo poste a rischio dal terrorismo islamico e dall’instabilità politica interna, al-Sisi ha dovuto adottare alcune misure potenzialmente impopolari quali la svalutazione della Sterlina egiziana e la fine dei sussidi al prezzo dei carburanti, provvedimenti che hanno trovato l’approvazione del FMI ed incontrato proteste limitate nel Paese. E proprio per rilanciare l’economia della regione, all’inizio dell’anno al-Sini ha illustrato un piano che prevede la costruzione di una zona industriale e di un aeroporto nel parte meridionale del Sinai, mentre lo stesso Presidente egiziano ha poi annunciato ad un gruppo di investitori come fosse intenzione del governo costruire una nuova città ad est de Il Cairo per un investimento di 45 Miliardi di Dollari. Ma il progetto più importante avviato dal regime è stato il raddoppio del canale di Suez inaugurato lo scorso Agosto. Costata almeno 8,2 Miliardi di Dollari l’opera, nelle intenzioni del governo egiziano, dovrebbe raddoppiare le entrate derivanti dal transito delle navi permettendo una capacità di passaggio di 97 unità al giorno, una stima che però diversi analisti ritengono quantomai ottimistica dato che le stime sull’incremento delle attività marittima sembrano essere molto più limitate di quelle ipotizzate da Il Cairo[4]. Sul piano politico interno, il governo egiziano ha fin dall’inizio adottato una serie di misure repressive nei confronti del movimento dei “Fratelli Musulmani”, la cui attività è stata interdetta nel Dicembre 2013 pochi mesi dopo che era stata proibita quella dell’altra formazione di tendenza islamista l’ “Al – Istiqlal”, e dello stesso Morsi, arrestato e sottoposto a tre diversi processi in uno dei quali l’ex – Presidente è stato condannato a morte, anche se la sentenza non è ancora stata eseguita. Dal lato della sicurezza, gli attacchi terroristici sono andati intensificandosi nell’ultimo anno soprattutto nella parte settentrionale della regione, dove i gruppi jihadisti hanno portato a termine diverse azioni, delle quali le più eclatanti sono state, nell’ordine, prima il 3 Giugno l’assalto contro le piramidi di Giza e  l’attentato suicida condotto contro il Tempio di Karnak a Luxor e poi il 29 dello stesso mese l’uccisione del Procuratore Capo Hisham Barakat, atti a cui si devono aggiungere anche una serie di assalti armati contro le forze militari e di polizia egiziane. Fuori del Sinai settentrionale, le azioni terroristiche sono state più frequenti ma anche condotte con ordigni rudimentali ed improvvisati, avendo come obiettivo comandi di polizia, servizi pubblici ma anche sedi dell’amministrazione civile[5]. In precedenza, ad Ottobre e Dicembre 2014 le azioni avevano avuto invece per obiettivo Israele, con la prima attuata contro il territorio meridionale israeliano con l’uso di missili anti-carro che aveva provocato il ferimento di due soldati e la seconda condotta invece contro una pattuglia impegnata nel controllo della frontiera. E sempre ad elementi jihadisti si deve il tentativo di assassinare il Ministro dell’Interno egiziano Muhammad Ibrahim compiuto nel Settembre di due anni fa nelle vicinanze de Il Cairo nonché l’uccisione di venticinque cadetti della polizia portata a termine nell’Agosto dello stesso anno lungo l’autostrada che collega Rafah ad El – Arish. Per contrastare le azioni dei gruppi jihadisti, il governo egiziano nell’Ottobre dello scorso anno ha deciso di proclamare lo stato d’emergenza nella parte settentrionale della regione intensificando anche la costruzione di una “zona cuscinetto” con la Striscia di Gaza, la quale, originariamente progettata per avere una lunghezza di cinquecento metri, è stata poi ampliata fino a cinque chilometri con lo scopo di eliminare i tunnel tra l’Egitto e Gaza usati per il contrabbando ed il traffico di armi[6].

 

 

L’organizzazione e la struttura dei gruppi jihadisti attivi nel Sinai

Stando ad un’analisi preparata nell’Agosto di due anni fa dal “General Security Services” israeliano, nella penisola risultavano attivi almeno quindici gruppi d’ispirazione jihadista, i cui effettivi variavano da qualche migliaio a poche centinaia di unità. Di questi, il più importante nonché responsabile di tutte le azioni terroristiche più significative prima riportate, è costituito da “Ansar Bayt al – Maqdis” ( ABM ), una formazione sorta tre anni fa con una base, stimata in 1.000/1.500 effettivi, reclutata in massima parte tra le locali popolazioni beduine, anche se diversi suoi effettivi provengono da altre aree del Medio – Oriente e dell’Africa settentrionale. In principio legata al network terroristico di “Al – Qaeda” ed attualmente guidato da Abu Osama al-Masri, il gruppo inizialmente aveva indirizzato i suoi attacchi verso gli obiettivi israeliani, ma dopo il rovesciamento del governo guidato dal Presidente Morsi la formazione ha modificato completamente la sua strategia incentrando le azioni esclusivamente contro le forze militari e di sicurezza egiziane ed esponenti politici e funzionari del nuovo regime militare. Sul piano operativo, il riorientamento nella scelta degli obiettivi ha portato anche ad un radicale cambiamento nell’ideologia del gruppo, che lo scorso anno si è schierato a fianco dell’ISIS rinominandosi nello stesso tempo “Sinai Province”. Nella penisola agiscono però numerose altre formazioni di tendenza salafita legate o ad “Al – Qaeda” oppure all’ISIS e di cui poco si conosce riguardo alla loro struttura ed organizzazione. Tra queste, le più conosciute appaiono essere il “Mujaheedin Shura Council” ( MSC ), una formazione sorta nel 2012 che raggruppa diverse organizzazioni jihadiste presenti nella Striscia di Gaza, contraria al trattato di pace con Israele e resasi responsabili di alcuni lanci di razzi contro le città di Sderot ed Eilat, unitamente ad “Ansar Al – Jihad nella Penisola del Sinai” – oggi rinominato “Al – Qaeda nella Penisola del Sinai” – un gruppo formato nel 2011 da Ramzi Mahmoud al – Mowafi, un ex – appartenente alla milizia di Osama Bin Laden che fin dall’inizio si legato alla rete di “Al – Qaeda” riconoscendo la leadership di Ayman al – Zawahiri[7]. Nella regione operano però anche altre formazioni, attive nell’area già da molto tempo prima della caduta di Mubarak. In proposito, vanno ricordati il gruppo Al-Tawhid wa-l-Jihad in the Sinai Peninsula”, formato nel 2000 da Khaled Masaam Salim – un beduino appartenente alla tribù dei Sawarqa stanziata nella parte settentrionale del Sinai – e resosi responsabile degli attentati ai resorts turistici avvenuti tra il 2004 ed il 2006, insieme alla formazione d’impronta salafita “Jaysh al – Islam”, legata ad “Hamas” ed il cui obiettivo è la liberazione della Palestina attraverso la “jihad”. Infine, va segnalata l’attività del gruppo “Mohammad Jamal Network” ( MJN ), una formazione collegata non solo ai gruppi qaedisti attivi nella penisola ma anche ad “Al – Qaeda nel Maghreb Islamico” ( AQIM ) ed “Al – Qaeda nella Penisola Arabica” ( AQIP )[8].

 

L’insurrezione in Sinai ed i rapporti tra Egitto ed Israele

Con una superficie di 61.000 Kmq ed una popolazione di cinquecentomila persone composte per il 70% da beduini, la penisola del Sinai è situata in una posizione di notevole importanza strategica e dopo la conclusione degli accordi di pace tra Egitto ed Israele firmati a Camp David nel 1979 ha costituito una frontiera stabile e pacifica tra i due Paesi.

 

Con la caduta di Mubarak il quadro è però profondamente cambiato, anche se già negli anni precedenti si erano registrati attacchi contro il territorio nel momento in cui questo si è trasformata in una base per le azioni israeliano, come quello avvenuto nel 2008, quando un attentatore suicida proveniente dal Sinai si era diretto contro la città di Dimona sede del maggior impianto nucleare del Paese. E, paradossalmente, proprio la stabilità della frontiera del Sinai ha finito per rendere Israele impreparato contro le nuove minacce terroristiche al territorio israeliano, dato che i servizi d’intelligence di Gerusalemme per anni avevano prestato assai poca attenzione agli eventi della regione vista la sua stabilità. A rendere poi più complicato lo scenario, è intervenuta anche la crisi libica, che di fatto ha portato al crollo di ogni autorità statale nel vicino Paese mediterraneo. Difatti, se l’instabile situazione politica interna egiziana aveva già contribuito a riaccendere l’attività dei gruppi jihadisti locali, il vuoto di potere creatosi a Tripoli ha reso possibile che questi, grazie alla rete di trafficanti e contrabbandieri presente nell’Africa sahariana, potessero entrare in possesso di notevoli quantità di armamenti, alcuni anche sofisticati, sottratti proprio nella caserme dell’ex – esercito libico. La difficile situazione nel Sinai ha comunque imposto a Gerusalemme di rivedere la propria posizione e prendere una serie di decisioni per rafforzare la sicurezza del Paese. In primo luogo, il governo israeliano, per contrastare la minaccia proveniente dal Sinai, ha deciso di completare nel Gennaio 2013 la costruzione della barriera tra Gaza e l’Egitto – indicata come operazione “Sand Clock” – la cui lunghezza si estende per circa 240 Km disponendo inoltre di un’altezza di cinque metri, uno sbarramento che, nelle intenzioni israeliane, contribuirà non solo a fermare il contrabbando ed il traffico di immigranti illegali, ma rappresenterà soprattutto un valido deterrente contro le possibili incursioni terroristiche. Inoltre, sul piano strettamente militare, l’Esercito israeliano a partire dal 2012 ha raddoppiato il numero di unità incaricate del pattugliamento della frontiera egiziana ed istituito una brigata territoriale incaricata di controllare l’area della città di Eilat e le sue vicinanze, mentre la stessa cooperazione con l’Egitto è andata sensibilmente intensificandosi dopo la caduta di Morsi[9].  Pur se la posizione ufficiale espressa dal governo israeliano è che la sicurezza del Sinai è un problema essenzialmente egiziano e che quindi spetta a Il Cairo il compito di risolverla, dall’arrivo al potere di al-Sisi la cooperazione militare e d’intelligence tra i due Paesi si è notevolmente intensificata, tanto che, stando a quanto riportato da diversi analisti stranieri, le autorità egiziane avrebbero pure richiesto ad Israele di effettuare nella regione alcuni attacchi aerei condotti per mezzo di droni, il tutto mentre la stessa azione di contrasto israeliana nei confronti di “Hamas” riscuote di fatto l’appoggio del governo de Il Cairo, il quale vede il gruppo fondamentalista al potere a Gaza come un’estensione dei “Fratelli Musulmani”, la cui attività è stata interdetta dal regime militare. Ed a conferma di quanto entrambi i Paesi ritengano prioritario il contrasto ai gruppi jihadisti, lo scorso Luglio il governo di Gerusalemme ha autorizzato le Forze Armate egiziane ad operare liberamente nel nord del Sinai, nonostante le clausole contenute nel trattato di pace di Camp David vietino ogni presenza militare egiziana nell’area[10].  I rapporti tra i due Paesi dopo la caduta di Morsi sono entrati quindi in una fase estremamente positiva favorita proprio dalla condivisione degli stessi obiettivi nel contrasto al terrorismo jihadista. E se da parte egiziana si sottolinea come le relazioni con Gerusalemme sono oggi al loro punto più alto, in Israele Amos Gilad, uno dei più alti ufficiali del Ministero della Difesa incaricato delle relazioni con l’Egitto, ha recentemente dichiarato come sia stato quasi un “miracolo” la trasformazione in senso positivo dei rapporti bilaterali avvenuta dopo l’arrivo al potere di al-Sisi. Tuttavia, tra gli esperti non mancano quelli che evidenziano come questa stretta relazione presenti anche dei rischi non indifferenti per Israele. Se infatti l’insurrezione nel Sinai dovesse aumentare d’intensità, Gerusalemme si troverebbe costretta a scegliere tra un ruolo limitato di osservazione, che naturalmente farebbe aumentare i rischi per la sicurezza del Paese, oppure tra uno militarmente attivo nell’azione di contrasto ai gruppi jihadisti, sapendo bene però che questo potrebbe anche indebolire il governo egiziano[11]. E sul piano politico, nonostante in pubblico gli esponenti politici israeliani evidenzino la loro preoccupazione per la situazione d’instabilità esistente nella regione, in via confidenziale ritengono invece come lo scenario strategico oggi sia, paradossalmente, molto più favorevole ad Israele che in passato. Difatti, se appena un decennio fa i piani militari di Gerusalemme prendevano in seria considerazione l’ipotesi di un conflitto con Siria ed Iraq, attualmente con lo stato di disintegrazione in cui si trovano non solo i regimi di Damasco e Baghdad ma anche la Libia e lo Yemen, questa minaccia è di fatto venuta meno, visto che gli Eserciti di questi Paesi hanno oggi una forza operativa quantomai limitata se non addirittura inesistente. E lo stesso Iran, che costituisce il maggior pericolo per la sicurezza israeliana, a detta di diversi analisti non possiede comunque una forza militare e gli strumenti per attaccare Israele. Attualmente quindi l’unico vero Esercito che Gerusalemme si trova di fronte è quello egiziano.

Ma dopo l’arrivo al potere di al-Sisi i rapporti, come detto sopra, sono entrati in una fase collaborativa, rendendo quindi anche la sicurezza d’Israele più stabile rispetto agli anni passati[12].

 

Note



[1] Sulle ragioni della protesta beduina vedi l’analisi Egypt’s Sinai Peninsula and Security, Council on Foreign Relations, New York, 12 Dicembre 2013

[2] Per attuare l’operazione, il governo egiziano ha ottenuto da parte israeliana l’autorizzazione a dispiegare 2.500 militari e 250 veicoli da trasporto truppe nelle zone B e C della penisola, nelle quali, ai sensi del trattato di pace concluso nel 1979, è interdetto il dispiegamento di unità militari essendo concesso all’Egitto solo lo stanziamento di una forza di polizia civile.

[3] Una delle decisioni più controverse prese da Morsi all’inizio del suo mandato è stata la rimozione del generale Mohamed Hussein Tantawi quale capo del “Consiglio Supremo delle Forze Armate” ( SCAF ) e la sua sostituzione con il generale Abdel Fattah al-Sisi, attuata per ristabilire la supremazia dell’autorità civile sui militari. Paradossalmente, sarà però proprio lo stesso al-Sisi ad organizzare pochi mesi dopo il colpo di stato che porterà al rovesciamento di Morsi.

[4] Egypt: A bigger, better Suez Canal, The Economist, 8 Agosto 2015

[5] Un duro colpo all’immagine del governo militare è stata inferta lo scorso 14 Settembre con l’uccisione di dodici turisti stranieri in Sinai da parte delle forze di sicurezza egiziane. Dopo l’accaduto, il Ministro dell’Interno de Il Cairo si è giustificato sostenendo come il gruppo era entrato senza autorizzazione in una zona militare e per questo scambiato per trafficanti d’armi.

[6] Per una visione completa della situazione vedi Sinai, Armed Conflict Database, International Institute for Strategic Studies ( IISS ), Londra 2015

[7] Sui gruppi jihadisti attivi in Sinai vedi yehudit ronen, The effects of the ‘Arab Spring’ on Israel’s geostrategic and security environment: the escalating jihadist terror in the Sinai Peninsula, apparso su “Israeli Affairs”, Vol. 20, No. 3, Anno 2014, pagg. 302 – 317

[8] Sulla situazione politica e militare nella regione vedi Sinai Peninsula – from Buffer Zone to Battlefield, CSS Analyses in Security Studies No. 168, Center for Security Studies, Zurigo, Febbraio 2015

[9] The black hole of Sinai, The Jerusalem Report, 26 Marzo 2012

[10] Israel giving Egyptian army free hand in Sinai, official says, Times of Israel, 2 Luglio 2015

[11] Sui rapporti tra Israele ed Egitto vedi geoffrey aronson, Improved Egypt-Israel Relations through Sinai Crisis: Will They Last ?, Middle East Institute, Washington D.C, 24 Luglio 2015

[12] Uneasy quiet on all fronts, The Jerusalem Report, 18 Maggio 2015