04 febbraio 2017   •  Punti di Vista

L’Europa forse cambierebbe se qualcuno provasse a cambiarla

di Lodovico Festa

 

Come era prevedibile la nostra situazione nazionale si sta avvitando su se stessa: il ceto politico appare concentrato essenzialmente sui propri interessi e ciò irrita un’opinione pubblica sempre più insofferente. La protesta senza proposta raccoglie nuovi vasti consensi e se si andrà a votare a giugno la possibilità di risultati seriamente utili per l’avvenire dell’Italia, sono scarse. Ma se si rimanderà tutto al 2018 succederà come con il governo Monti, quando un esecutivo a cui la maggioranza della società riconosceva scarsa legittimità politica, invece di sbrigare rapidamente i suoi compiti d’emergenza, restò in carica dal novembre del 2011 ai primi mesi del 2013 e permise così al Movimento 5 stelle di passare da poco meno del 10 per cento al 25.

C’è solo un fattore che forse potrebbe evitare un esito catastrofico altrimenti scontato, ed è il contesto internazionale. Lo scenario globale si è messo in movimento e alcune forze che, contribuendo a commissariare l’Italia ne hanno preparato la fase più buia, sono allo sbando quasi quanto la politica romana. Da una stagione preparata dai sorrisini di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, si sta passando a una nella quale l’ex presidente francese è finito in soffitta mentre la Kanzlerin non solo se la deve vedere con i malumori della Csu, con la tenace opposizione di Alternative für Deutschland, ma anche con una Spd che cerca di virare a sinistra (sia pure intrecciandosi a un europeismo ancora forte in Germania e di cui è espressione Martin Schulz) con impegnativi rapporti con la Linke e con i Verdi: se questo spostamento a sinistra dovesse consolidarsi, ripartirebbe una vera dialettica politica in tutto il Continente.

Tutto questo scenario è determinato dalla crisi dell’Unione europea e la causa principale di questa crisi è che si esaurita da ormai un ampio arco di tempo la funzione centrale che sospingeva l’integrazione: cioè quella di costituire un supporto fondamentale per gli Stati Uniti nel reggere la sfida del movimento comunista. E tutto ciò è avvenuto senza che si cercasse un’altra analoga “missione” universale e legittimante (decisiva per un’istituzione non naturale – non c’è una storia unitaria e neanche una costituzione ma solo scelte ingegneristiche) , affidandosi “per passare la nottata” alla più pura euroretorica con al centro lo slogan che assolverebbe da qualsiasi mancanza:l’aver avviato processi di integrazione continentale nel secondo dopoguerra è stata la base per evitare il ritorno a guerre tra nazioni europee.

La verità è esattamente il contrario. Non è la pace che deriva dai processi che iniziano con la Ceca e così via, bensì sono quei processi d’integrazione (naturalmente senza togliere i meriti degli straordinari Monnet, Adenauer, De Gasperi, Schuman e altri che realizzarono le apposite scelte tecniche ancora oggi funzionanti) che derivano da una pace che ha le sue basi negli accordi di Yalta, nella Nato, nel Piano Marshall e nella paura che la maggioranza delle opinioni pubbliche dell’Occidente europeo avevano per Giuseppe Stalin. Dopo l’89 (caduta del muro di Berlino) e il ’91 (fine dell’Unione sovietica) si trattava di tematizzare la questione del recupero di senso e funzione. Invece. incalzati dal travolgente processo di unificazione tedesca, si è pensato di potersela cavare con una scelta essenzialmente tecnica (il lancio dell’euro) pur con tutti i suoi enormi risvolti politici.

E così, dopo le speranze poi non mantenute suscitate dal Trattato di Maastricht, l’11 settembre 2001, i “tradimenti” di Gerhard Schroeder e Jacques Chirac contro la guerra irakena di George W. Bush, la crisi della finanza globale del 2008, quella da debiti statali del 2010, l’inconsistenza della politica estera obamiana, l’Unione europea ha perso e non più ritrovato una vera anima, vivendo essenzialmente di scelte tecniche peraltro combinate anche con impropri egenomismi (come quelli sperimentati nel 2011 o la nouvelle vague di invasione francese dell’economia italiana del 2016), logorando innanzi tutto la propria legittimità che adesso alcuni commentatori più che superficiali vorrebbero ritrovare nell’opposizione all’America di Donald Trump, al Regno Unito di Theresa May, alla Russia di Vladimir Putin, magari convergendo con l’ultimo difensore del libero mercato che sarebbe il cinese Xi Jinping.

Insomma siamo alla vigilia di una possibile conflagrazione del processo messo in movimento alla fine degli anni Quaranta: ogni scadenza elettorale da quella dell’Olanda del 23 marzo a quella francese del 23 aprile fino a quella tedesca dell’autunno, può produrre effetti devastanti. Non c’è da essere tranquilli. Ma d’altra parte questa situazione dà qualche chance di iniziativa all’Italia. Il modello che andrebbe utilizzato è quello dell’Italia del Secondo dopoguerra, con i suoi leader protagonisti delle vicende dell’integrazione: dai De Gasperi ai Fanfani, dai Segni ai Moro, dagli Andreotti ai Forlani, e ai brillanti socialisti come Bettino Craxi e Gianni De Michelis.

E’ questa stagione e questi protagonisti (accompagnati anche da esponenti laici di prima qualità – i Martino, i La Malfa-  però meno autonomi nelle strategie) che svolge un articolato e prezioso ruolo per la crescita dell’integrazione. Un ruolo da allargatori e federatori delle basi politiche dell’integrazione: in questo senso va anche il portare in Europa i comunisti italiani negli anni Settanta, poi l’aiutare a superare la quasi inevitabile boria dell’asse renano franco-tedesco (peraltro rappresentato da un personale politico eccezionale come quello dei Mitterrand, dei Kohl, degli Schmidt), nel mantenere un canale privilegiato con gli Stati Uniti (in qualche caso anche per conto del Vaticano), infine nel rapporto con popoli del terzo mondo, a partire da arabi e maghrebini, ma persino con sovietici e cinesi.

In qualche modo, questa vocazione è vissuta anche nella Seconda repubblica con i Berlusconi e i Tremonti, o con i D’Alema (soprattutto nella fase in cui l’ex dirigente del Pci era consigliato da Francesco Cossiga). Tutto ciò si spezza nel 2011 perché l’asse renano pensa di poter (anche grazie alla mediocrissima politica estera obamiana e alla subalternità di Roma) reggere tutto lo sforzo di integrazione sulle proprie spalle. Ma questa presunzione fa esplodere una vera e propria crisi di legittimità di cui la Brexit è solo l’ultimo sia pur più rilevante episodio.

Da qui si aprono virtualmente scenari nuovi e gli italiani che sapessero riprendere il ruolo già svolto nella Prima e Seconda Repubblica di allargatori- federatori dell’Unione, avrebbero poi anche un ruolo decisivo in Italia per guidare anche il risanamento della nostra politica nazionale.

Il punto da cui partire è che l’Unione si salva solo se si apre perché è evidente come il mondo abbia bisogno di Europa ma altrettanto chiaro come non basti quella burocratica bruxellese, e serva invece quella (dei popoli) auspicata da Charles de Gaulle, quella che abbraccia un’area e una civiltà che va dall’Atlantico agli Urali. In questo senso non ci può essere un vero mercato unico continentale senza la Gran Bretagna e da qui la necessità di sviluppare una trattativa non rancorosa sulla Brexit, né può esistere una vera politica di sicurezza senza la Russia, bilanciando le sacrosante paure di baltici e polacchi, con la richiesta di Mosca di non umiliare le popolazioni di civiltà e lingua russa ampiamente distribuite nei territori ex sovietici e più in generale di riconoscere il ruolo continentale che spetta alla Russia anche per avere chiuso la Guerra fredda senza alimentare tensioni.

Il dialogo tra Massimo D’Alema e Sigmar Gabriel mostra quanto una sinistra italiana che si ponesse alla testa di una riconciliazione anche sociale del Vecchio continente potrebbe non solo pesare di più ma anche risanare la politica. Le più recenti prese di posizione di Romano Prodi sulla Russia andrebbero valorizzate nella discussione nazionale. E soprattutto emerge quanto affidare un ruolo a Silvio Berlusconi sarebbe utile a tutta l’Italia per riacquisire peso nella discussione internazionale. Di questo in parte è avvertita persino Angela Merkel quando ha favorito l’elezione di Antonio Tajani a presidente del parlamento europeo. E sarebbe interesse dell’Italia e dell’Europa utilizzare i rapporti di Berlusconi con Putin e con un Trump che più volte lo ha evocato come suo modello politico. Infine il leader di Forza Italia ha un’altra importante carta da giocare: quella del rapporto ultraventennale con un movimento come la Lega con cui governa una bella fetta della popolazione italiana con le regioni Veneto, Lombardia e Liguria.

Non mi sfuggono tanti elementi demagogici di certe posizioni della destra europea, dall’Ukip al Front nationale, ma l’idea di governare una difficile fase di transizione proponendosi di escludere dal governo dei vari stati membri fette della popolazione che arrivano talvolta oltre il 30 per cento, è un suicidio perché prepara una base ristretta per Stati che dovranno affrontare vere tempeste. D’altra parte nel Nord e nell’Est europeo, in Austria e Olanda, oltre che in Italia, certi movimenti oggi bollati come populistici hanno dato talvolta buona prova negli esecutivi nazionali. Si tratta di riportare pienamente queste tendenze cosiddette populistiche dentro lo Stato (il che è ancora più necessario per la disgregata Italia) e i legami tra Forza Italia e Lega ben lungi dall’essere demonizzati dovrebbero essere considerati preziosi.

Mentre elenco i motivi per cui Berlusconi potrebbe aiutare rapidamente Roma a sostenere una politica di rinnovamento dell’Unione, non posso d’altra parte notare come invece la politica del leader di Forza Italia sia del tutto minimalista. Piccole mosse che innanzi tutto irritano quell’opinione pubblica che dicevamo esasperata da un ceto politico che si occupa solo di se stesso.Immagino che condizionino la salute, l’attacco di Vincent Bolloré, il logoramento del suo staff politico con annesse difficoltà con gli alleati storici, le implacabili persecuzioni giudiziarie. In questo senso ho il massimo della comprensione. Eppure c’è bisogno non di un ruolo remissivo di una delle poche personalità che hanno ancora rilevanti relazioni internazionali, ma di un ultimo sforzo patriottico per aiutare Roma e l’Europa a uscire dalla terribile impasse in cui si trovano.