09 marzo 2012   •  Punti di Vista / Welfare e Mercato

L’Italia non è un Paese per giovani

Pubblichiamo in anteprima l’introduzione al volume, di Maurizio Sacconi

Il rapporto tra flessibilità e occupazione è al centro del dibattito politico e dottrinale da ormai più di un decennio. Il superamento della rigidità normativa che regola il licenziamento individuale è capace di incentivare maggiori ingressi nel mercato del lavoro e di sostenere la propensione ad assumere delle imprese? Minore protezione dell’impiego incoraggia maggiore occupazione giovanile? Nella nostra storia recente non è mai stato possibile porre queste domande senza scontrarsi con il temuto tabù dell’articolo 18. È un’anomalia tutta italiana, tragicamente testimoniata dai violenti episodi terroristici che hanno stravolto il dibattito ogniqualvolta è stato seriamente messo sul tavolo. Le imprese straniere che vogliono investire nel nostro territorio faticano a comprendere i termini di questo confronto, che in tutti gli Stati europei è stato superato anni or sono, con soluzioni diverse, certamente, ma senza la pesantezza di accuse e dichiarazioni alle quali siamo oramai abituati in Italia.

Non è però più possibile rinviare le decisioni sull’articolo 18. La crisi economica ha ancor più accentuato i ritardi del nostro Paese e i fattori che maggiormente ne ostacolano la crescita. La dottrina non è concorde sulle modalità di intervento. A un primo periodo di esteso sostegno alla teoria maggiore flessibilità uguale maggiore occupazione, è seguito un secondo momento di riflessione critica che ha evidenziato le diverse sfumature di questa equazione. Tuttora, economisti e giuslavoristi non convergono su una posizione univoca. Resta il fatto che autorevoli studi hanno dimostrato che laddove più forti sono i regimi di protezione dell’impiego, la probabilità di ingresso nel mondo del lavoro per i disoccupati è bassa. Vi è, inoltre, un legame tra rigidità regolatoria e composizione della disoccupazione: più sono protetti i cosiddetti insiders, meno posti di lavoro sono offerti ai cosiddetti outsiders. Senza considerare l’estremo disincentivo all’investimento estero rappresentato da una normativa lavoristica complessa e obsoleta.

Il bel volume di Daniele Cirioli si inserisce a pieno titolo in questo dibattito, non temendo di proporre anche soluzioni proprie. La posizione dell’autore è dichiarata già nel titolo, che parafrasa un celebre scritto di Cormac McCarthy. La frase è lapidaria, non lascia spazio a punti di domanda: “L’Italia non è un Paese per giovani”. È davvero così? Cirioli argomenta chiaramente la sua tesi. È appassionante rileggere il racconto del lungo dibattito sull’articolo 18, al quale mi onoro di avere contribuito. Emerge nella semplicità della narrazione la professione dell’autore. È assolutamente interessante rileggere ora gli avvenimenti del 2001, le posizioni dell’epoca, confrontandole con i fatti più recenti (come la lettera all’Unione Europea del 2011). La ricostruzione è agilmente comprensibile anche al lettore più a digiuno delle problematiche giuslavoristiche, al quale sono dedicati diversi approfondimenti didattici sulle fonti del diritto, il sindacato, la concertazione, e così via. Non creda però il lettore di trovarsi di fronte a un instant book giornalistico. Tutt’altro. Il volume è certamente ricco di spunti e rimandi anche per il ricercatore che si cimenti nello studio delle ipotesi di riforma del diritto del lavoro. Il numero e lo spessore delle note che accompagnano tutto il libro testimoniano un lavoro di ricerca bibliografica (e passione, certamente) tutt’altro che usuale e dottrinalmente molto solido. Al centro delle attenzioni dell’autore vi è, comunque, l’articolo 18 e le diverse proposte di riforma, comprese le più recenti e “di moda”. Nelle sue riflessioni sulla «modernizzazione del diritto del lavoro» l’autore comprende che lo sforzo che va fatto è quello di un «ripensamento globale della materia». Lo dice citando Marco Biagi, che a quel «ripensamento» ha dedicato il suo progetto più importante: lo Statuto dei lavori.

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è infatti il male del nostro diritto del lavoro. Sarebbe ingenuo pensarlo. È, invece, il simbolo dell’inadeguatezza di una normativa che, pur mantenendo intatta la filosofia originaria (la promozione di maggiore e migliore occupazione) ha più che mai bisogno di essere riformulata, per riuscire a leggere le evoluzioni di un mercato del lavoro sempre più variopinto e frenetico. Come scrissi alle parti sociali nel novembre 2010, è quanto mai urgente una «moderna regolazione del lavoro utile ad incoraggiare nelle imprese la propensione ad assumere e a promuovere lavori di qualità attraverso la maggiore semplicità e certezza delle norme, l’investimento continuo nelle competenze, la sicurezza negli ambienti lavorativi, una retribuzione equa perché collegata agli incrementi di produttività». La storia sta dando ragione a quell’intuizione di Marco e in questo difficile periodo storico si torna a parlare di superamento dell’articolo 18 e delle rigidità normative. La crisi economica esige ora quella responsabilità e quel coraggio che possono permetterci di costruire un’Italia che non sia“per vecchi”.