09 novembre 2018   •  I testi / In Evidenza

L’obbligo di vincere era blu, ma il pragmatismo del risultato è stato rosso

Ludovico Seppilli

In ogni elezione politica italiana che si rispetti, ognuno trova l’escamotage per dichiararsi vincitore. Questa volta, dopo una notte di Midterm quanto mai entusiasmante, sembrerebbe si possa fare lo stesso anche negli Stati Uniti. I Democratici vittoriosi per la conquista della Camera, i Repubblicani al settimo cielo per la tenuta del Senato. Un pareggio che accontenta più o meno tutti. Guardando con attenzione i dati, non è proprio così. La “Wave”, l’ondata di consensi e seggi per una parte o per l’altra, è l’obiettivo fondamentale di ogni opposizione ad ogni Presidente e non viceversa. Lo dimostra la storia USA, che ci parla di tre soli casi (Roosevelt 1934, Clinton 1998, Bush 2002) in cui il Presidente in carica al Midterm ha aumentato i seggi in entrambi i rami del Congresso. I punti in questa partita si assegnavano ai Dem seguendo tre parametri: una forte vittoria alla Camera, un pareggio o ancor meglio una vittoria al Senato, lo strappare al GOP alcuni Governatori di stati chiave.

Su tutte e tre le linee è invece accaduto il contrario. Alla Camera hanno si strappato svariati seggi ai Repubblicani, ma ne hanno anche perso più di qualcuno che contavano di vincere. La House non ha potere legislativo autonomo, è bene ricordarlo. Con una maggioranza così risicata, potrà senz’altro esserci qualche leva di fastidio nei confronti di Trump, ma senza fermarlo sulle partite che contano davvero. Politica estera, nomine, commercio, difesa. Tutte partite che si giocano in Senato. Senato che, appunto, ha visto un balzo in avanti del GOP. Era dal Midterm 1962 che un Presidente non guadagnava così tanti Senatori. I Governatori nel mirino democratico erano invece due: Florida e Ohio, con il sogno Georgia. Ma sono stati persi tutti e tre.

Tre sono anche gli elementi da evidenziare per capire questo Midterm. Prima di tutto le vittorie chiave in Florida, Ohio e Texas dei Repubblicani. La Florida, data Democratica da tutti i sondaggi, ha nuovamente sorriso al GOP. Qui va in particolare sottolineata la partita del Governatore: ha vinto Ron De Santis, repubblicano di ferro ma personaggio con un ridotto impatto mediatico nazionale, rispetto allo sfidante Democrat Andrew Gillum, fedelissimo di Bernie Sanders e punta di diamante della sua corrente. Una sconfitta che segna anche un pesante punto negativo per quell’area politica nella corsa per prendere in mano il Partito Democratico. In Ohio il GOP perde il seggio al Senato, ma vince lo Stato. E qualsiasi appassionato di politica USA sa bene quanto avere in pugno l’Ohio sia cruciale. Il Texas, la più importante delle roccaforti Republican, è stata teatro della sfida all’ultimo voto tra Ted Cruz e Beto O’Rourke, due pesi massimi dei rispettivi partiti. Cruz ha vinto, qualcuno nota come il poco scarto che ha dato ad O’Rourke significhi per Trump una vittoria mutilata in Texas. Può essere una chiave di lettura, ma è d’obbligo ricordare come su O’Rourke i Dem abbiano investito in termini di soldi e visibilità tutto il possibile (70 milioni $, record assoluto per un singolo seggio nella storia USA), con ogni leader nazionale che è andato a far campagna sul territorio con lui. Nonostante questo, il Texas rimane saldamente Republican.

In secondo luogo, l’ormai avvenuta “Trumpizzazione” del GOP. Ovunque Trump sia andato personalmente a fare campagna, il GOP ha vinto. Molto spesso sono state vittorie sul filo di lana, quindi dove si può con certezza dire che il “fattore-Trump” sia stato positivo. Inoltre, laddove Trump si è impuntato su candidati a lui fedelissimi (e spesso ostili alla classe dirigente GOP più ortodossa) ha quasi ovunque avuto ragione. Caso emblematico: la Georgia, con la vittoria di Brian Kemp.

Terzo, l’elemento più positivo per i Democrat, ben più della vittoria alla Camera. Il Partito Democratico ha ottenuto vittorie tanto importanti quanto non scontate nella Rust Belt, territorio che fu una delle chiavi per la vittoria di Trump nel 2016. Qui Hillary Clinton perse, proprio quando si pensava sarebbero state le zone che la avrebbero portata alla Casa Bianca. Ora, soprattutto in quelle periferie e quei territori operai dove più Trump aveva a sorpresa sfondato, è tornato il colore blu. Le vittorie Dem in Michigan e in Wisconsin sono un punto di partenza per risalire la china. In particolare il Wisconsin, dove lo sconosciuto Tony Evers ha battuto il Governatore in carica, e star repubblicana, Scott Walker. A questo, si aggiunge il buon risultato dell’aver mantenuto il controllo della Pennsylvania.

Il vero dato con cui leggere questo Midterm è quindi, al netto di un campanello d’allarme sulla Rust Belt che i Repubblicani faranno bene a non ignorare, un bel passo avanti fatto da Trump in vista del 2020. Da un lato il Presidente potrà portare avanti la sua agenda grazie al Senato e dall’altro preparare al meglio la macchina elettorale grazie ai Governatori eletti. Sul fronte Democrat, la vittoria alla Camera e la volata in qualche roccaforte GOP qua e là danno poco spazio ai festeggiamenti. La parola chiave tra gli asinelli è “frammentazione”, in cerca di un leader e con difficoltà a fare sintesi tra sensibilità sempre più divergenti. Sensibilità che difficilmente porteranno gli eletti Dem a muoversi come un blocco unico e indivisibile, il che unito alla risicata maggioranza che hanno ottenuto rende difficile immaginare un “Blue Wall” con capacità di disturbo nei confronti di Trump. Nel Midterm 2014, che portò poi sotto la regia di Mitch McConnell ad un vero e proprio “Red Wall” capace di bloccare qualsiasi cosa Barack Obama mandasse al Congresso i numeri per i Repubblicani recitavano così: 247 seggi alla Camera, 54 al Senato e ben 31 Governatori vinti. Un’altra storia insomma.

L’ondata di rivolta a Donald Trump doveva essere inarrestabile. Ma ha cozzato contro un GOP quanto mai vivo e compatto intorno ad un Presidente la cui leadership e modalità di azione o si ama o si odia. Ancora una volta, i primi sono stati più dei secondi.