28 maggio 2018   •  Punti di Vista

Piero Lacaita, l’editore ideale. Il libro come viaggio: dal paese al mondo

di Gaetano Quagliariello

 

Piero Lacaita è stato il mio primo editore. Fu lui ad accettare di pubblicarmi un volume su studenti e politica, frutto di una lunga rielaborazione della mia tesi di laurea. Sulle sue tracce mi aveva messo il mio compianto maestro Paolo Ungari: “Essendo pugliese, seppure d’adozione – mi disse -, non puoi che iniziare da Lacaita. Poi seguiranno altri editori”.

Così mi feci coraggio e lo chiamai al telefono. Avevo allora ventiquattro anni e una certa dose di timore reverenziale. Lui mi trattò con cortesia antica, mi disse che pochi giorni più tardi sarebbe stato all’università di Bari per un convegno e pochi giorni dopo mi richiamò per darmi l’indicazione dell’aula universitaria dove l’evento si sarebbe svolto. Mi raccomandò di non dimenticare di portare con me il manoscritto.

Quando l’incontro si concretizzò, il timore reverenziale si accrebbe. Conservo dentro di me un’immagine nitidissima di quel momento. Piero mi apparve maestoso, col sigaro nell’angolo destro della bocca e nella mano il bastone al quale sembrava appoggiasse il peso di tutta la cultura racchiusa nel suo catalogo. Scambiammo poche frasi e lui si riservò, una volta visto il testo, di prendere una decisione in tempi rapidi.

Furono giorni d’attesa fin quando, un pomeriggio, squillò il telefono di casa mia. Dall’altra parte del filo udii la sua voce baritonale che mi comunicava che il libro aveva superato l’esame e mi invitava a Manduria, nella sua abitazione, per discutere i particolari legati alla pubblicazione. Furono questi i prodromi di una lunga collaborazione e di una lunga amicizia.

Dal quel giorno, non so quante volte ho percorso la strada che da Bari conduce a Manduria per raggiungere Piero. Attraversavo Taranto e i suoi paesaggi bellissimi e vilipesi. Di tanto in tanto il cammino dischiudeva scorci nei quali la meraviglia dei due mari si confondeva con parchi abortiti e quartieri dormitorio. Lasciatami alle spalle la città, proseguivo per paesi che, in forme e modi diversi, continuavano a proporre alla vista, imperterriti, la contaminazione tra il bello e lo sfregio.

Questa sensazione si prolungava fino alla soglia della casa di Piero dove, come per incanto, tutto si ricomponeva in una ritrovata armonia: bei mobili, per lo più del Cinquecento toscano; quadri di pregio, pezzi indimenticabili di ceramica pugliese e una grande cucina con camino annesso. La casa editrice era il suo studio. Essenziale: una libreria, una piccola scrivania corredata di telefono e fax, un tavolo sul quale s’incartavano i pacchi dei libri pronti per essere spediti.

In quella casa si respirava l’aria del piccolo mondo antico nel quale il libro – l’oggetto magico in cui si trasfondevano l’amore, l’eleganza interiore e il gusto di Piero – stabiliva un segreto contatto tra interno ed esterno. Piero me lo ha ripetuto tante volte: “L’editoria non mi ha fatto ricco. Ma questo mestiere mi ha consentito di restare a Manduria e, nonostante ciò, di comunicare con il mondo”. Un programma di vita, dunque: non staccarsi dalla sua terra con comodità annesse e, al contempo, evadere altrove; dilatare i confini del mondo antico senza smarrirne l’incontaminata armonia.

All’inizio fu una tipografia, arte di famiglia. E il gusto per la stampa, l’accuratezza del carattere, la ricerca paziente della giustezza a Piero sono rimasti nel sangue. Anche dopo che il computer ha definitivamente spedito in soffitta i piombi e il mistero della loro composizione.

A questo mestiere originario, che a lungo portò avanti su un binario parallelo conquistando il margine economico per le prime edizioni, Piero aggiunse una autentica vocazione culturale e una non comune passione civile. E dal precipitato di questi elementi nacque la “Piero Lacaita editore”.

Riapriamo il catalogo storico. Vi si trovano, agli inizi, i libri e le riviste di Gabriele Pepe, l’Italia Civile di Norberto Bobbio, il Salvemini di Lelio Basso. In aggiunta, testi di obbedienza meridionalista che attestano un’appartenenza e insieme una voglia di riscatto, a volte velleitaria ma sempre autentica.

Piero fu un laico impregnato di socialismo umanitario alla ricerca di una riforma che potesse concedere più rigore alla vita municipale, al vivere civile, al sentimento religioso. La sua fu più una vocazione mentale che una fede politica e forse per questo si può dire oggi, in una considerazione d’insieme del suo percorso, che l’impronta originaria non sia mai venuta meno.

Al principio, dunque, in quel dopoguerra ricco di speranze e di voglia di ricostruire, la cifra politica della casa editrice Lacaita fu quella di una tessera del mosaico che componeva quell’Italia di minoranza che non accettò di intrupparsi nei ranghi del “bipartitismo imperfetto” che si andava edificando intorno alla Democrazia Cristiana e al Partito Comunista e, per questo, rifuggiva anche la scelta frontista dell’allora dirigenza socialista.

Questa posizione, certamente non facile da “reggere”, era suffragata da tre riferimenti che si stagliavano sopra ogni altro. Sul versante culturale il Croce che aveva tenuto alto il vessillo della cultura liberale negli anni bui del Ventennio. Su quello più propriamente politico il Salvemini socialista, che aveva rotto col frontismo cercando vie autonome senza mai dismettere, però, il rapporto con quell’umanesimo che l’originaria fede aveva alimentato. Infine, in un ambito che si potrebbe definire “mitico comportamentale”, il Gobetti editore ideale che trova nel libro l’arma per opporsi al tiranno nonché un’uscita di sicurezza sospesa tra realtà e illusione.

Non si tratta di riferimenti coerenti. Non è  certo un mistero che tra Croce e Salvemini non sempre sia corso buon sangue. Meno noto, ma ormai scandagliato in profondità dalla storiografia, il rapporto tra Salvemini e i suoi allievi della generazione più giovane che si erano abbeverati alla fonte del suo originario anti-giolittismo: il “maestro” non mancò certo di criticare gli eccessi d’intransigenza di Gobetti e degli altri suoi giovani seguaci.

Per quanto Norberto Bobbio, in una conferenza tenuta a Manduria nel 1961 – il cui testo ancora inedito conservo gelosamente tra le carte donatemi da Piero -, cercasse di costruire una qualche forma di armonia tra i tre “maggiori”, non sarebbe, dunque, affatto difficile mettere a nudo contraddizioni e aporie fra le loro elaborazioni ideali e, ancor più, nel precipitato delle rispettive iniziative politiche.

Per quel che concerne Piero Lacaita si tratterebbe, tuttavia, di un esercizio fine a se stesso. Una casa editrice, infatti, non è un partito politico. E pure a voler forzare il discorso per giungere impropriamente a fissare un’appartenenza politico-culturale, va considerato che i primi autori di Lacaita Editore – da Tommaso Fiore a Luigi Russo, da Aldo Capitini a Riccardo Bauer fino allo stesso Norberto Bobbio – possono per lo più collocarsi in quella nebulosa conosciuta sotto il nome di “azionismo”. Il che spinge, una volta di più, a un necessario approfondimento su questa categoria e sulle interpretazioni storiografiche che intorno ad essa sono fiorite.

Si può certamente convenire sul fatto che nelle analisi di quanti collocavano la loro azione politico-culturale nella scia del Partito d’Azione ormai sconfitto è sovente rinvenibile un’esigenza di intransigenza intellettuale che portava a deprezzare il necessario compromesso politico e, per questo, a non considerare come il processo di modernizzazione del Paese potesse prendere anche vie differenti da quelle dell’opposizione politica e alla politica. E’ tuttavia altrettanto vero che quel mondo fornì energie non solo intellettuali e coraggio a un ambiente meridionale non chiuso in se stesso ma vivo e curioso, convinto che non servisse aspettare dal di fuori la parola salvifica ma che fosse possibile, seppure con mezzi limitati, darsi una dimensione di operatività culturale in grado di smentire il mito dell’Italia contadina immobile, prona al potere, portatrice di valori astorici. La storia di Lacaita Editore è testimonianza preclara di tutto ciò. Per rendersene conto, basterà scorrere l’elenco di alcuni tra i più assidui recensori dei libri prodotti dalla casa editrice nei suoi primi decenni di vita: Giuseppe Petronio, Francesco Compagna, Gaetano Arfè, Aldo Garosci, Leo Valiani, Alessandro Galante Garrone, Giuseppe Galasso, Mario Sansone. E tanti altri se ne potrebbero citare.

Senza dubbio, a una lettura retrospettiva, il catalogo dei primi due decenni appare più culturalmente elevato e coerente. E’ questo un segno distintivo di ogni intrapresa editoriale agli esordi, quando il novero dei titoli è limitato così come sono limitati gli autori di riferimento. Nel caso di Piero Lacaita editore, però, c’è anche dell’altro. C’è la curiosità per quanto di nuovo produce la società e da lì si trasferisce alla politica. E c’è, ancor di più, la voglia di non smarrire il contatto con la propria terra, di essere specchio delle sue sfide culturali, di servire quel fermento che viene dal basso senza indulgere troppo nella considerazione di un valore culturale astratto.

Alla prima tendenza vanno ascritte sia l’attenzione verso il movimento federalista e le idee di Altiero Spinelli (dalla collana diretta da Chiti-Battelli emerge la voglia e la ricerca di una sorta d’ideologia di sostituzione che rimpiazzasse l’originario azionismo ormai sconfitto) sia, in seguito, la disponibilità nei confronti delle teorie e delle idee che, a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, fecero da propulsore ai movimenti studenteschi e videro emergere una nuova sinistra, accanto a quella storica. Lacaita, in tal senso, fu interprete delle posizioni più ideologiche della cosiddetta “nuova sinistra”, contribuendo ad esempio a introdurre nel nostro Paese le idee di Marcuse, ma fu anche interlocutore attento dell’anima libertaria del movimento, traducendo in intrapresa editoriale il patrimonio ideale di battaglie come il divorzio, l’obiezione di coscienza, la nonviolenza, l’informazione e l’educazione sessuale.

Alla dedizione costante nei confronti della propria terra, invece, va ricondotto il rapporto che col tempo si fa sempre più profondo con le università pugliesi: quella di Bari e ancor più quella di Lecce, al punto che in alcune fasi le edizioni Lacaita sembrano quasi una sorta di University Press al servizio delle facoltà umanistiche dell’ateneo salentino; attitudine, questa, che ha consentito a tanti giovani ricercatori di pubblicare e di proseguire negli studi senza bisogno di cambiare vocazione o, peggio, di cambiare Paese. Questa stessa propensione al servizio verso la propria terra, d’altro canto, lo porta a intercettare iniziative e collane significative nel panorama della cultura non solo pugliese, come quella di studi storici animata dai fratelli Antonio e Gianni Donno.

A una considerazione obiettiva di molti titoli che, nel secondo ventennio di vita della casa editrice, giungono a riempire il catalogo, qualche purista potrebbe essere portato ad arricciare il naso e a rilevare una pericolosa fuga verso il “sociologhese”. Si tratterebbe, però, di dare sfogo a un riflesso tanto elitario quanto astorico.

Va rilevato innanzi tutto che, com’è normale che sia, una casa editrice in grado di superare la non scontata fase degli esordi, inevitabilmente s’impregna di contraddizioni e comunica con le mode, che spesso sono per loro natura effimere. Anche Lacaita editore rispettò questa regola rinunziando, grazie al cielo, a farsi distaccata accademia e prodotto museale.

In tal senso, non si può certo sorvolare sul fatto che, a partire dalla metà degli anni Sessanta, è la società italiana ad accelerare e questo suo “movimento” trasferisce alla politica stimoli, ansie, voglia di cambiamenti, che inevitabilmente contraddicono il quadro ideologicamente ordinato degli esordi entrando in contatto con contesti più mossi e meno coerenti. Per una casa editrice non perdere di vista questo sommovimento è un obbligo. E Piero Lacaita lo assolse, pagando anch’egli alla voglia di comprendere cosa stesse accadendo nel mondo un prezzo in termini di conformismo e persino, si potrebbe dire usando una terminologia attuale, di “politicamente corretto”. Piero Lacaita lo fece, però, in modo molto meno invasivo e culturalmente sano rispetto a case editrici “maggiori”, spinte ad assecondare, assai più che una sana curiosità intellettuale, l’affermarsi di vere e proprie egemonie.

Oltre il contingente e il tentativo di farsi interlocutore dei fermenti culturali di una terra troppo a lungo immobile, a una lettura più profonda del percorso che il catalogo propone esso, infatti, si configura come una sorta di “eterno ritorno” ricercato, ad esempio, attraverso il rapporto con Giovanni Spadolini negli anni nei quali era presidente del Senato, nei temi e nei testi privilegiati in occasione delle celebrazioni del quarantennale, nella antologizzazione di intellettuali come Leonardo Sciascia, nella caparbia adozione della collana di scritti meridionalistici dell’ANIMI.

Lungo un filone parallelo, non meno rilevante nella storia della casa editrice, alla coerenza di fondo va ascritta l’attenzione costante verso la poesia meridionale e l’interlocuzione sistematica che la Lacaita assicurò ai poeti della nostra terra, sulle orme di Bodini e Scotellaro. Di questa attenzione, oltre a tanti volumi spesso risultati vincitori di premi importanti (per tutti, varrà ricordare Le vie della sete di Carlo Francavilla, aggiudicatario del premio Viareggio del 1977), resta una testimonianza alta e nitida nei due volumi antologici consacrati alla poesia meridionale dal titolo evocativo, Oltre Eboli.

Visti in questa luce, i settant’anni durante i quali Piero animò la sua casa editrice appaiono come un miracolo prodotto dal combinarsi di chiarezza di princìpi, caparbia dedizione all’intrapresa originaria, disinteressata volontà di comprendere il nuovo e di non cedere alle comodità dell’immobilismo che, pure, la provincia gli avrebbe potuto consigliare. Per Piero fare libri è stato davvero il modo per creare un contatto costante tra la sua terra e il mondo, per animare un’avventura straordinaria durata tutta una vita. Per questo le Edizioni Lacaita non avrebbero avuto senso se non a Manduria. Per questo ogni tentativo di vendere la casa editrice per farla più bella e più grande è abortito anche quando era mosso dalle migliori intenzioni. Quella intrapresa, a suo modo unica, non aveva senso se sradicata dal contesto e dalla condizione umana che l’avevano generata.

Lasciatemi concludere con una nota “strettamente personale”. Sono grato a Piero di avermi reso parte e, in qualche fase, interlocutore privilegiato della sua avventura. Ho un ricordo nitido dei nostri incontri di lavoro non meno che dei colloqui più privati ai quali spesso prendeva parte la moglie Ada, portando nei nostri dialoghi una nota critica e mai compiacente.

Così come ricordo perfettamente le telefonate con le quali, fin dopo l’inizio del mio mandato parlamentare, s’informava della situazione politica con una acribia che tradiva la volontà di comprendere il nuovo, esortandomi nel contempo a non smarrire il filo che può condurre a un’Italia più moderna, più rispettosa e, si potrebbe dire al netto della spocchia, persino più civile.

Negli ultimi anni, in particolare dopo la morte di mio padre, quei colloqui si sono prima diradati e poi interrotti. La conversazione si affievoliva e a un certo punto ho preferito rinviare a un incontro a Manduria l’opportunità di ritrovare Piero e il suo mondo antico. Il tempo non me l’ha consentito, ed era prevedibile. In fondo è stata una vigliaccheria. Nella vita si perdono tante cose care ma ciò che è più difficile è accettare che l’armonia di un bel ricordo sia corrotta dal trascorrere del tempo. Il cuore non ce la fa. Poi resta un’assenza e un senso di colpa che il trascorrere di altro tempo qualche volta trasfigura in ricordo e nostalgia struggente.