11 Febbraio 2021   •  Punti di vista / In Evidenza

Repubblicani nel limbo

Gaetano Quagliariello

*Pubblichiamo per gentile concessione di Longitude (www.longitude.it)

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Le vicende americane successive all’ultima tornata elettorale hanno determinato il limbo dei Repubblicani. Negli Stati Uniti oggi molte cose sono sospese in attesa di comprendere quali saranno gli orientamenti di fondo della nuova amministrazione. E questo è assolutamente fisiologico. Più strano è che tale condizione influisca così pesantemente su coloro i quali di questa nuova amministrazione saranno gli oppositori. Per loro infatti le incognite, col passare dei giorni, invece di diradarsi si sono succedute e fra loro sommate. 

Riavvolgiamo il film degli ultimi mesi. Al netto di ogni riconteggio, i Repubblicani non sono usciti affatto male dalle elezioni per il rinnovo di Camera e Senato che si sono svolte congiuntamente alle presidenziali. Alla Camera, che era controllata dai Democratici, il partito dell’elefantino ha aumentato i suoi seggi; sul fronte del Senato, i Repubblicani si sono trovati a un passo dall’assumerne il controllo, risultato che avrebbero potuto conseguire se solo avessero conquistato uno dei due seggi contesi nel ballottaggio della Georgia, nel quale si trovavano in vantaggio. Il loro potere di condizionamento sulla nuova amministrazione appariva in ogni caso evidente e la stessa figura di Donald Trump, per come essa era emersa dall’esito di una competizione elettorale dalla quale il presidente uscente non era risultato politicamente sconfitto, si proponeva come un baricentro di mediazione naturale tra la spinta dei suffragi raccolti nell’animo dell’America più profonda che la pandemia aveva vieppiù radicalizzato e le espressioni del conservatorismo tradizionale storicamente più consone all’elettorato repubblicano. Lo stesso Joe Biden era parso consapevole della posizione di forza dei suoi competitori; non a caso le sue mosse iniziali, prima delle vicende del 6 gennaio a Capitol Hill, sembravano voler sollecitare la sponda dei repubblicani moderati, in continuità con quello che era stato il suo atteggiamento in campagna elettorale, in alcuni Stati rivelatosi poi decisivo. In particolare, questa propensione “occhieggiante” alla controparte la si era potuta cogliere in alcune delle nomine annunziate in vista dell’attribuzione degli incarichi governativi. 

Il 6 gennaio ha stravolto questo quadro. In Georgia i Repubblicani hanno perso entrambi i seggi e hanno consegnato la maggioranza del Senato, seppure assai risicata, ai Democratici. A leggere le dichiarazioni dei candidati del partito dell’elefantino impegnati sul campo, il risultato sfavorevole del secondo turno è stato anche il frutto di una radicalizzazione del loro atteggiamento impostagli dalla campagna di Trump sui brogli e dalla contestazione agguerrita da parte del presidente uscente del risultato delle elezioni presidenziali. Di fronte ai disordini, poi, l’equilibrio tra l’anima radicale e quella moderata del Partito Repubblicano si è rotto, lo spazio di felice ambiguità si è dissipato e la gran parte dei parlamentari sono stati indotti dagli avvenimenti a prendere le distanze, più o meno apertamente, dal presidente sconfitto. Lo stesso Donald Trump è venuto meno come punto di equilibrio all’interno del partito e la sua figura, che dopo le elezioni presidenziali rappresentava comunque un elemento imprescindibile del panorama repubblicano, oggi è percepita come un fattore che ne potrebbe prescindere.

Tutto ciò ha oggettivamente indebolito il partito e rafforzato i Democratici e la loro amministrazione. A noi non sembra del tutto un caso se, soprattutto in ambito identitario, le scelte compiute da Biden dopo il 6 gennaio siano state (soprattutto sul terreno dei cosiddetti diritti civili, dell’immigrazione, dell’identità storico-culturale) assai meno prudenti di quello che il suo atteggiamento precedente avrebbe potuto lasciar supporre. 

Il Patito Repubblicano, insomma, ha di fronte a sé una difficile rifondazione. E questa dovrà confrontarsi con quelli che saranno gli intendimenti politici dell’ex presidente così tumultuosamente uscito di scena, e inevitabilmente tenerne conto. Nell’ultimo discorso, il giorno dell’insediamento del suo avversario, Donald Trump ha lasciato apertamente intendere che in un modo o nell’altro sarebbe tornato sulla scena. Pensa dunque a un suo movimento, ma non è chiaro quali ne saranno i connotati e soprattutto quale ne sarà la natura: se un movimento teso a influenzare indirettamente la galassia repubblicana come è stato al tempo del Tea Party, ovvero un’iniziativa al servizio di quella America profonda che il 6 gennaio ha mostrato di avere uno spazio di compatibilità molto ristretto con il sistema e che però certamente quel giorno non è venuta meno.

Insomma: in pochi mesi i Repubblicani sono passati dalla prospettiva di poter fortemente condizionare una nuova amministrazione debole alla necessità di rifondarsi in presenza di una presidenza che si è potuta avvantaggiare di alcuni degli esiti delle ultime vicende ma che non per questo ha rinvigorito la sua scarsa forza strutturale. E’ evidente che il punto di equilibrio dipenderà dalle vicende interne ma anche da quelle che saranno le scelte che Joe Biden assumerà rispetto al suo predecessore in ambiti quali l’economia e la politica estera: terreni sui quali i Repubblicani moderati sono assai più sensibili rispetto ai temi identitari cari ai radicali. D’altra parte in America è sempre così: gli equilibri di un campo politico sono strettamente dipendenti dalla configurazione dell’altro. E’ il bipartitismo, bellezza.