20 Giugno 2011   •  I testi / Punti di vista

Resoconto dell’incontro promosso da Magna Carta Puglia sul testamento biologico

Redazione

Si è svolto ieri, a Bari, presso la terrazza Gaudì di Villa Camilla, l’incontro promosso da Magna Carta Puglia sul testamento biologico alla presenza del senatore Raffaele Calabrò, promotore del ddl in materia, del vicecapogruppo vicario dei senatori del Pdl nonché presidente onorario della fondazione Magna Carta Gaetano Quagliariello e del moderatore e presidente di Magna Carta Puglia Leonardo Damiani.

L’incontro si è inaugurato con la lettura del monologo “Passare delicatamente la mano” da parte di Leo Lestingi, che ha introdotto la platea nel pathos, nella compartecipazione emotiva a un tema lontano da una trattazione asettica. Partire dal verso del monologo “la vita non è solo biologia ma pensiero”, come diceva anche Cartesio con il suo cogito ergo sum, permette di legare subito il tema alla testimonianza apportata dal senatore Calabrò, secondo il quale ci sono casi di coma vegetativo in cui le percezioni cerebrali rimangono intatte, a testimonianza della persistenza della vita e a dispetto dell’immobilismo corporale.

Poi la presentazione del disegno di legge in maniera concreta, espressamente tecnicistica, data la carriera di medico di Calabrò, che ha focalizzato la sua attenzione su due punti cardine perseguiti dal ddl: la modificabilità delle dichiarazioni anticipate di trattamento e quella che egli chiama “alleanza terapeutica” tra medico e paziente, quasi a ricordare le alleanze dei grandi eserciti contro un nemico comune. Perché la morte, che la mistificazione semantica moderna porta a chiamare in altri modi, è un nemico comune.

La dichiarazione anticipata di trattamento, secondo Calabrò, è un documento che va relativizzato rispetto al contesto temporale e fattuale in cui viene a svolgere la propria funzione di indicatore e non impositore di volontà. Calabrò ha voluto sottolineare l’importanza attribuita nel ddl alla figura del fiduciario, indicato nella Dat come soggetto affettivamente vicino al malato a cui spetta il compito di attualizzare le volontà espresse, ora per allora, spesso sulla base dell’inconsapevolezza o dell’eccessiva emotività. Di concerto opera il medico, che non deve agire da mero esecutore, ma scegliere sulla base della fiducia e dell’alleanza che lo lega al paziente.

Da qui una riflessione sulla fungibilità della figura dello specialista che ha preso piede negli ultimi decenni, divenendo quasi un mero rapporto a prestazioni corrispettive atto a soddisfare uno dei tanti bisogni di cui la nostra società si fa moltiplicatore. E invece, il medico non deve semplicemente rispettare la libertà del malato, altrimenti si finisce per renderne assoluto il concetto stesso, facendone un diritto e non un’opzione.

Quagliariello ha analizzato, invece, il lato sociale della tematica, motivando in primo luogo per quale motivo il Parlamento debba legiferare sul tema. Il fallimento delle grandi ideologie politico- sociali novecentesche ha prodotto un vuoto di coscienza che ha vorticosamente precipitato l’interesse del singolo dalla sfera pubblica a quella privata, sviluppando una sorta di perfezionismo antropologico, un particolarismo soggettivo fatto di opinioni e affermazioni che ha portato queste fattispecie mediche al limite tra la vita e la morte a essere oggetto di arbitrarie e contrastanti decisioni giurisprudenziali. Decisioni troppo ancorate alla libertà non solo interpretativa, ma anche dispositiva dei giudici, che sono anzitutto uomini, orientati eticamente e politicamente. Il Parlamento deve quindi percorrere a ritroso questa via riportando nella sfera pubblica questa tematica.

Anche Quagliariello si è soffermato sul concetto di libertà, che non può essere concepito a priori ma va inserito in un contesto relativo, aperto alla fallibilità umana; affermare quindi la scienza contro lo scientismo perché tutto può essere falsificato e rimesso in discussione, come sosteneva il grande filosofo Popper. Ecco l’importanza del dialogo terapeutico, del margine di indeterminatezza che deve essere proprio della Dat e che sarà colmato dal medico.

La dimensione umana e conviviale dell’incontro, le testimonianze di medici e pazienti hanno sottolineato il fatto che esiste sempre un margine da lasciare al beneficio del dubbio, della coscienza, dell’esperienza, dell’umanità che ci lega con un filo invisibile ma robusto alla nostra condizione di finitezza, rendendoci fratelli al di là della fede, al di là dei rapporti di sangue, per il solo fatto di essere egualmente destinati a vivere e morire.