14 aprile 2016   •  Identità, Libertà personale e Scienza / Punti di Vista

Riflessioni sull’art.29 della Carta costituzionale

di Giovanni Formicola
L’intervento pronunciato dal senatore Quagliariello ad Avezzano lo scorso 3 aprile si conclude cogliendo in modo pieno il senso di quello che sta accadendo ed è accaduto nel Parlamento italiano, e più in generale nel mondo occidentale, non senza la pretesa da parte di questo di universalizzare questo processo in corso.
L'”uomo nuovo”, che nei secoli scorsi s’era preteso di forgiare negli stampi politico-economici, clamorosamente fallito l’esperimento dei vari socialismi – giacobino, nazionale e bolscevico internazionalista -, viene ridisegnato nella figura del soggetto desiderante e “amante”. I nuovi stampi in cui dargli forma sono costituiti dall’opera dei parlamenti democratici, delle Corti di giustizia, dei laboratori biologici. Leggi, sentenze e ingegneria procreativa e genetica promettono quella “felicità” che le Rivoluzioni politiche ed economiche non hanno assicurato – per vero hanno prodotto e diffuso il massimo d’infelicità e tragedie umane che la storia abbia mai conosciuto -, la “felicità” del desiderio e del sentimento soddisfatti come “diritto”, e del controllo pieno sui processi della generazione e del loro esito.
Tutto scaturisce dal “solito” giudizio gnostico sull’impefezione del creato, e sulla possibilità di correggere il creatore, perfezionandolo.Nello specifico si va alla radice, cioè al legame tra la connotazione sessuale dell’uomo e la sua continuazione attraverso la procreazione. La prima Parola rivolta all’uomo – creato “maschio e femmina” – è “crescete e moltiplicatevi”, cui è aggiunto il “regolamento” d’attuazione: “l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e e i due saranno una sola carne” (Gen., 2, 24).
Questo è considerato imperfetto e infelicitante.
Anzitutto perché non si sa come va a finire: solo fino a un certo punto si può programmare o s-programmare il concepimento, e comunque non si può pianificarne l’esito, a cominciare dallo stesso sesso (si può dire ancora?) del nascituro. Bene lo compresero (censurando la pretesa di perfezione, che altri praticava sul Monte Taigeto) i poeti. Dall’homunculus fabbricato in provetta nel Faust di Goethe, ai versi di Edgar Lee Masters – E chi può dire/ come uomini e donne reagiranno/ fra loro, e quali bambini nasceranno? –, perfezionati da Fabrizio De André – Fui chimico e no, non mi volli sposare/ non sapevo con chi e chi avrei generato.
E poi non va bene quest’ordine della creazione perché costringe la persona umana in ruoli e identità dati – “maschio e femmina” -, non consentendo di autodeterminarli, magari a termine e comunque a piacere. Ma soprattutto perché limita la generazione solo al rapporto maschio-femmina. Anche questo va cambiato radicalmente. Anche contro-natura, come saggiamente osserva il senatore. Però con l’autorizzazione della legge e delle sentenze. In questione, in altri termini, sono l’istituzionalizzazione e la filiazione, per ora in capo alla relazione omosessuale, poi chissà. Per legge contro la natura e le sue leggi.
Ecco perché non può “tenere” il dettato costituzionale, per quanto chiaro. E’ evidente infatti che i costituenti non specificano, all’art. 29, “matrimonio” con “tra uomo e donna”, perché sarebbe stato come specificare il “lavoro” fondamento della Repubblica con “umano”, ovvero nel codice penale all’art. 575 la locuzione “chiunque cagiona la morte di un uomo” con “o di una donna”… “Matrimonio” è quello, e non un’altra cosa. Com’è evidente che le “formazioni sociali” sono altra – ma proprio altra – cosa rispetto ad altre relazioni, diverse da quella matrimoniale, in cui possano entrare in gioco i genitali umani o altri orifizi, o parti erogene femminili. Ed è ancora più evidente che il riconoscimento e la garanzia dei diritti anche “nelle formazioni sociali”, intende prevenire la costituzione di “formazioni sociali” che non li riconoscano o li garantiscano, famiglia compresa – che è “formazione sociale” unica e peculiare -, sicché quella à la Islam non è costituzionale.
Però, quello contro cui ha combattuto tutta la vita il grande giudice e giurista, Antonin “Nino” Scalia, sembra ormai essersi affermato anche in Italia. La Costituzione è stata trasformata da testo, in organismo vivo, che vuol dire solo che il giudice di turno – non solo quello costituzionale – la tratta come materia plastica cui può dare la forma che i suoi valori gl’ispirano, attuando quella “Tirannia dei valori” di cui ha detto insuperabili e chiare parole Carl Schmitt. E così, per l’istituzionalizzazione matrimonializzante della relazione omosessuale (per ora quella), e il diritto alla filiazione in essa, è solo questione di tempo anche in Italia.
Quanto alla dialettica retrogrado/progressista, cui il senatore Quagliariello resiste bellamente, senza farsi intimidire, va detto che l’utero in affitto – conditio sine qua non della filiazione omosessuale -, o “gestazione di sostegno” secondo il gergo politicamente corretto, non è altro che il ritorno al padrone che ingravida la schiava se la moglie è sterile o non può dargli un figlio come lo desidera, magari perché è bruttarella, per poi sottrarle brutalmente il neonato e farlo proprio se ne gradisce fattezze e condizioni. Chi è che va avanti e chi invece torna indietro?
Da Cana a Sodoma è un viaggio a ritroso.