18 giugno 2018   •  In Evidenza

Salviamo l’Appenino e le aree interne – Il caso della Regione Abruzzo

Relazione di Gaetano QUAGLIARIELLO

Lunedì 18 giugno si è svolta a L’Aquila l’inaugurazione della nuova sede di Magna Carta Abruzzo.

All’interno di questo sito, nella pagina Magna Carta Abruzzo saranno presto disponibili tutte le informazioni relative agli orari di apertura della sede, alle attività, etc.

Di seguito è possibile leggere la relazione presentata per l’occasione dal Presidente di Magna Carta Gaetano Quagliariello, intitolata “Salviamo l’Appenino e le aree interne – Il caso della Regione Abruzzo”.

 

I problemi delle aree interne hanno radici antiche e ben piantate nel terreno. Il bel-lo studio del procuratore di Teramo Antonio Guerriero,“Le vie della neve: le
condizioni delle popolazioni dell’Appennino centro meridionale dal Cinquecento in poi”, ne descrive profondità e consistenza. In questi ultimi anni, però, complice il terremoto del 2016 – 2017, quello che sembrava un trend lento e inarrestabile si sta trasformando in una vera emergenza nazionale. Spopolamento, invecchiamento, perdita di presìdi produttivi, delocalizzazione dei servizi di prima necessità e conseguente crisi occupazionale ed economica, crescente propensione a privilegiare, sia dal punto di vista turistico che imprenditoriale, le zone costiere. Di questo passo l’Italia interna, cioè lo scheletro dell’area centro-meridionale, rischia di trasformarsi in un Paese per vecchi e per ciclisti, mentre sulla costa verrebbero a formarsi megalopoli prive di strutture adeguate, con squilibri sociali crescenti e conseguenti rischi d’infiltrazioni malavitose.

Il trend non può essere fermato. Deve però essere governato affinché alla frattura Nord-Sud non si aggiunga un’altra pericolosa rottura che in parte si sovrappone alla precedente e la esaspera.

Nell’ambito dell’analisi dei profili di crisi che investono il Centro Italia e dell’impatto che i recenti eventi sismici hanno avuto su di essi, l’Abruzzo rappresenta una sorta di idealtipo weberiano. Gli elementi che rendono l’Abruzzo un caso emblematico sono infatti molteplici. Innanzitutto, si tratta di una Regione caratterizzata da una marcata dualità: presenta, cioè, una disomogeneità socio-economica rilevante tra costa ed entroterra montuoso. In secondo luogo va rilevato come il territorio aprutino, analogamente alla gran parte del centro Italia, abbia conosciuto già prima del sisma una situazione di difficoltà, che aveva innescato un processo di lento scivolamento dalle aree montane e collinari verso quelle pianeggianti. Il terremoto ha poi aggravato e accelerato la tendenza alla migrazione verso i grandi centri urbani costieri, anche a causa di scelte politiche che invece di provare a gestire il fenomeno lo hanno favorito. Va infine considerato che l’Abruzzo detiene il triste primato di aver visto gran parte del suo territorio colpito due volte a distanza ravvicinata da eventi sismici: la prima volta il 6 Aprile 2009, con il terremoto che ha devastato L’Aquila e comuni circostanti; la seconda con le scosse del 24 agosto, del 26 e 30 ottobre 2016 e del gennaio 2017, che hanno colpito maggiormente la zona di Teramo e una parte della provincia aquilana. Per quanto gli eventi abbiano avuto dimensioni e conseguenze non comparabili, la circostanza consente anche di confrontare come abbiano influito, sul tema qui esaminato, le differenti politiche dell’emergenza e della ricostruzione messe in campo nelle due circostanze.

Dall’analisi degli errori e dei ritardi fin qui accumulati nelle politiche per le aree in-terne, questo documento ha l’ambizione di derivare proposte di intervento per affrontare le principali criticità. L’intenzione è quella di procedere seguendo un duplice binario per approdare a una unicità di risultato. Due dovrebbero essere le macro-categorie di azione: intervenire “dall’alto” con iniziative di stampo legislativo e regolamentare di ampio respiro che aiutino a formare una cornice normativa più snella, semplice ed efficace; incidere contemporaneamente “dal basso” con azioni concrete che puntino a risolvere i problemi quotidiani che affliggono le aree interne e garantiscano la permanenza in queste aree dei servizi di prima necessità, immaginando al contempo iniziative a supporto delle piccole realtà commerciali, imprenditoriali, ricettive su cui si basa l’economia dell’entroterra. Queste due spin-te direzionali dell’azione vengono definite, con linguaggio à la page, top-down e bottom-up.

Se si assume l’Abruzzo quale idealtipo delle criticità delle zone appenniniche al fine di immaginare un strategia di rilancio, occorre innanzitutto soffermarsi sulle caratteristiche del territorio, tracciare un primo bilancio dello stato delle ricostruzioni post-sismiche e, dall’interazione di questi dati, ricavare infine un quadro preciso della realtà socio-economica sulla quale agire.

Il Centro Italia è caratterizzato da un territorio prevalentemente montuoso, il 77,8% del quale ricade nei confini della Regione Abruzzo. I dislivelli altimetrici nei crateri del sisma sono notevoli: oltre il 13% del territorio è alta montagna (sopra i 1500 mt), oltre il 50% si situa tra i 1500 e i 900 mt, circa il 30% al di sotto dei 900 mt, e di questo solo circa il 4% può considerarsi pianeggiante. Inoltre, oltre il 50% del territorio abruzzese è parte di un Parco nazionale. Tener conto di questa classificazione morfologica è indispensabile, in quanto l’unica strada per prospettare un piano di ricostruzione e riattivazione socio-economica efficace risiede nella conoscenza del suolo – e quindi delle potenzialità – delle aree interessate.

Lo stato dell’arte a seguito degli eventi tellurici risulta assai eterogeneo.

Per quanto riguarda il sisma del 2009, l’ultima relazione presentata al Parlamento dal Commissario straordinario ci dice che, dopo otto anni, degli oltre 17 miliardi di euro stanziati per la ricostruzione, soltanto 9 sono stati effettivamente erogati.

Le percentuali di danni al patrimonio edilizio – sia pubblico che privato – hanno raggiunto punte di particolare gravità dovute al fatto che la maggior parte degli immobili erano stati costruiti prima del 1971 – prima cioè dell’entrata in vigore del-le prime norme antisismiche in ambito edilizio – e mai messi in sicurezza. Nono-stante questo, quasi l’80% degli interventi di ricostruzione degli edifici privati – circa 35mila su 44.500 – sono stato conclusi, e le abitazioni già ripristinate sono oltre 27mila (circa il 38% del totale delle abitazioni che avevano subito danni). Il panorama della ricostruzione appare più tranquillizzante nella città dell’Aquila – dove sono ubicate circa la metà delle abitazioni ricostruite/ristrutturate -, mentre i Comuni del cratere sono in discreto ritardo (la percentuale scende infatti al 26%). Proprio per questo, la maggior parte dei nuclei familiari che necessitano ancora di assistenza (circa il 23% totale) si trovano fuori dal capoluogo. La conclusione della fase istruttoria delle pratiche di ricostruzione aquilane dovrebbe essere imminente (fine 2018), mentre per il termine dei lavori serviranno ancora tra i 5 e i 7 anni (e la previsione appare ottimistica), e tale circostanza rende ancora più cogente il rischio “desertificazione”.

I dati riguardanti gli edifici pubblici, soprattutto se strategici, quali per esempio le scuole e gli ospedali, sono di gran lunga meno confortanti e si attestano intorno al 40% di lavori terminati. Dal 2009 a oggi sono 2 i miliardi di euro finanziati per interventi di ricostruzione pubblica, di cui 1,3 erogati. Su un totale di 600 cantieri,

  • – circa il 45% – si sono conclusi, 11 sono in fase di programmazione, 96 in progettazione, 85 in attuazione e 122 in fase di collaudo.

Su questa realtà, già molto compromessa, si è abbattuta la sequenza sismica del 2016-2017, che in Abruzzo ha interessato le province dell’Aquila, di Teramo e più lievemente di Pescara, colpendo in tutto 23 Comuni (16 TE, 6 AQ, 1 PE).

Il sisma, che ha danneggiato in prevalenza edifici residenziali, ha avuto un pesante impatto sociale. L’indice demografico, già orientato verso un forte abbassamento, ha rafforzato questa tendenza così come, conseguentemente, l’indice di vecchiaia

  • aumentato di circa 10 punti percentuali dal 2016 a oggi. La popolazione si é ridotta dell’1, 23% e il calo ha interessato prevalentemente la fascia tra i 18 e i 40

anni di età: soggetti attivi che hanno cercato un percorso di studi o professionale altrove perché non ritenevano di non poter coltivare alcuna speranza di futuro nella propria terra. Oltre 2/3 dei Comuni hanno subito una diminuzione di popolazione con punte del 30%. Direttamente conseguenti sono stati i fenomeni di desertificazione e l’accentuazione della dispersione abitativa, che colpisce circa 1/3 degli insediamenti urbani abruzzesi.

L’economia dell’Abruzzo, soprattutto nelle aree più lontane dalla costa, ha una tra-dizione di forte dipendenza dal settore pubblico, e già prima del sisma le attività private e imprenditoriali risultavano sottodimensionate. Ecco perché la ricostruzione fisica degli edifici è certamente necessaria ma non sufficiente (in qualche caso, per paradosso, essa può avere addirittura un effetto depressivo deprezzando il valore delle case e mortificando il comparto edilizio e abitativo). Urge anche una strategia di stimolo alla crescita economica e sociale di lunga durata. I dati relativi al settore produttivo mostrano chiaramente che il numero di addetti per km quadrato

  • meno della metà della media nazionale e la densità imprenditoriale raggiunge picchi maggiormente negativi nel teramano. Il reddito medio per abitante all’in-terno del cratere, in seguito agli eventi sismici, ha conosciuto un calo complessivo del 3,2%. Per quanto riguarda lo specifico dato abruzzese la classifica dei redditi medi risulta la seguente: 21.437 euro a Teramo, 22.742 euro a Pescara e 26.716 all’Aquila. La sequenza sismica ha inoltre sottratto importanti flussi turistici – prevalentemente composti da visitatori italiani – provocando un notevole danno alle entrate e ostacolando al contempo tutte le attività indirettamente collegate al settore (si pensi ad esempio all’agricoltura e all’agroalimentare, alla manifattura, al commercio al dettaglio).

L’intervento della politica e delle politiche non sempre è stato d’aiuto. Vi sono numerosi casi in cui le complicazioni create a livello amministrativo e di governance hanno determinato un danno ulteriore. Un significativo esempio è senz’altro rap-presentato dalle regole di conduzione dell’emergenza e dalla forte discontinuità tra la gestione del primo e del secondo sisma. Cavalcando l’onda mediatica seguìta a talune inchieste, la Protezione Civile è stata smontata pezzo dopo pezzo, senza curarsi del fatto che questo Dipartimento rappresentasse un modello preso a esempio in Europa e nel mondo. La struttura funzionava perché riusciva ad assicurare tempestività ed efficienza e, per farlo, concentrava i poteri di indirizzo sotto un unico vertice. Dal 2012 l’applicazione di strategie politiche di segno opposto ha portato al ribaltamento della filosofia normativa, a un sostanzioso ridimensiona-mento dei poteri e della struttura e a una frammentazione dei centri decisionali. Al Dipartimento di Palazzo Chigi (la Protezione Civile) è stata lasciata come unica competenza quella della gestione dell’emergenza, cioè dei primi 180 giorni successivi alla calamità, trascorsi i quali, qualsiasi siano le condizioni del territorio e della popolazione, la responsabilità passa interamente nelle mani degli enti locali colpiti e si ritorna all’utilizzo delle lunghe e farraginose procedure ordinarie.

Non è un caso che nel 2009 si sia riusciti a dare un tetto a tutte le famiglie nelle new town nell’arco di 11 mesi e a riaprire scuole sicure in 4 mesi, mentre oggi, a oltre due anni dall’ultimo evento tellurico rilevante, ci sono ancora persone che alloggiano negli hotel della costa e molte scuole risultano tuttora inagibili. Un esempio é la Scuola di Isola del Gran Sasso, in provincia di Teramo, inutilizzabile dall’ottobre 2016: in base alle ordinanze la struttura avrebbe dovuto essere riaperta a settembre 2017, ma i ritardi nei lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza hanno fatto sì che ancora oggi – oramai alla fine dell’anno scolastico – gli edifici non siano pronti e i ragazzi continuino a dover raggiungere un diverso Comune, Colledara.. All’inizio del prossimo anno scolastico le aule di Colledara non saranno più disponibili e i ragazzi della Scuola media di Isola, per come stanno al momento le cose, non avranno un luogo nel quale poter frequentare le lezioni.

Questa ulteriore esperienza dovrebbe insegnare che una squadra operativa, chiamata per definizione a intervenire in contesti di calamità, non può essere bicefala: al contrario, le direttive e le decisioni debbono essere rapide, chiare e univoche. Nel post terremoto dell’agosto 2016, invece, il ruolo apicale è cambiato tre volte: prima affidato al Capo della Protezione civile, poi a due Commissari Straordinari tenuti a concertare le decisioni anche con i Vice Commissari, cioè i Presidenti di Regione. Nel frattempo abbiamo visto direttive tra loro contraddittorie e funzionari degli enti territoriali non messi nelle condizioni di poter dare risposte.

Parlando di enti e amministrazioni locali, non si può non ricordare un altro dei ma-croscopici ostacoli che si sono presentati nella fase di ricostruzione: il problema delle deroghe alle gare pubbliche. In occasione dell’ultimo intervento legislativo, sempre sull’onda delle inchieste giudiziarie, l’indirizzo è stato trasferire le respon-sabilità dal centro alle diramazioni amministrative sul territorio. La normativa oggi in vigore prevede infatti che, trascorsi i 180 giorni dell’emergenza, la ricostruzione debba essere gestita autonomamente dagli enti locali. In questo quadro, ai Sindaci viene sì data la possibilità di agire con affidamenti diretti “per somma urgenza”, ma l’esperienza insegna che in questi casi l’avvio di un’indagine è praticamente certo. Per evitare di incappare in guai giudiziari – anche se spesso privi di qualsiasi fondamento e destinati all’archiviazione – i primi cittadini hanno quasi sempre optato per l’utilizzo della procedura ordinaria di gara pubblica europea, avventurandosi in un iter burocratico lungo e complesso. Ecco spiegato il motivo per cui le casette del Centro Italia sono arrivate alla spicciolata e con grave ritardo e le stalle prefabbricate sono esistite soltanto sulla carta, all’interno di un capitolato di gara.

A tutto ciò si aggiungano inoltre le revisioni continue alle quali nell’ultimo biennio

  • stato sottoposto il Codice degli appalti, che hanno reso la legislazione in materia ancor più confusa e incomprensibile per gli operatori locali, con efficacia prossima allo zero sul fronte della lotta alla corruzione (che anzi nella farraginosità delle procedure ha il suo brodo di coltura ideale) e un indubbio effetto di complicazione per chi cerca di fare con onestà ed efficienza il proprio lavoro. Una cosa è certa: su questo Codice bisognerà rimettere mano al fine di rivedere le procedure di emergenza e garantire al tempo stesso trasparenza, legalità e tempestività nella fase di ricostruzione.

L’accelerazione impressa alla desertificazione delle aree interne e il progressivo impoverimento del tessuto economico originano anche da precise scelte politiche assunte a livello regionale. Il rilancio economico delle zone terremotate richiederebbe infatti, tra l’altro, una continua iniezione di risorse e di investimenti che potrebbero in parte arrivare dai fondi comunitari. Purtroppo, però, i recenti dati sulla capacità della Regione Abruzzo di impiegare le somme a disposizione e farle fruttare sono a dir poco avvilenti. Dopo che sono già trascorsi 4 dei 6 anni del periodo di programmazione, l’Abruzzo si trova al penultimo posto tra le Regioni italiane per livello di spesa rendicontata dei fondi Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale) e Fse (Fondo sociale europeo). Soltanto lo 0,003% della dotazione dei programmi risulta rendicontato e, quindi, effettivamente utilizzato. In base ai dati resi recentemente noti, la spesa certificata sui fondi Fesr si attesta a 400mila euro su 231.5 milioni; sul Fse, invece, siamo a 3.5 milioni su 142. Questa incresciosa situazione, che rischia di far perdere all’Abruzzo risorse ingenti e preziose per un territorio bisognoso di ripartire, mette a nudo un drammatico deficit di adeguatezza della classe dirigente regionale e anche un preoccupante deficit a livello amministrativo, che il blocco del turn over negli ultimi decenni non ha di certo contribuito a colmare.

Le strategie politiche messe in campo in questi anni, sempre a livello regionale, hanno inoltre rivelato un palese sbilanciamento a favore delle aree della costa. Gli interventi e gli investimenti sono stati concentrati su Pescara e Chieti, zone che già prima del sisma rappresentavano la parte economicamente più vivace della regio-ne e che non hanno subito pesanti traumi a seguito del terremoto. Un esempio è la ripartizione dei fondi del Masterplan per il Sud, e del medesimo intento si trova traccia nella politica di “razionalizzazione” del sistema sanitario, che ha concentra-to tutti i servizi ospedalieri nell’area di Pescara e Chieti, lasciando Teramo, L’Aquila e la Marsica senza un ospedale di secondo livello.

Un evidente disinteresse é stato mostrato verso il rilancio di aree, come quella del-la Val Vibrata, che vivono una crisi endemica. Negli ultimi dieci anni questo distretto ha perso quasi due terzi degli addetti. Qui negli anni ’70 ogni famiglia aveva il suo laboratorio di pelletteria o di abbigliamento. Per la “vallata dell’Eden”, come una volta la descrisse scrisse il Time Magazine raccontando il miracolo compiuto da questi piccoli imprenditori, la crisi è cominciata con la globalizzazione. Il territorio non è riuscito a sostenere il cambio di paradigma e a fronteggiare la guerra dei prezzi mossa dall’Oriente. I famosi façonisti del tessile, che in Val Vibrata realizza-vano capi d’abbigliamento per le grandi griffe italiane ed estere, non hanno retto la concorrenza dei Paesi dell’Est, dove i loro committenti (le grandi case di moda) hanno deciso di delocalizzare per risparmiare anzitutto sul costo del lavoro. Qui più che altrove ha inciso la mancanza di tre fondamentali fattori: formazione, ricer-ca e sviluppo. La politica non ha dato risposte all’altezza del problema.

Nel teramano ha pesato molto anche la perdita del cosiddetto “polo bancario d’Abruzzo”, che rappresentava un punto di riferimento e un sostegno molto importante per il tessuto produttivo e imprenditoriale delle aree interne abruzzesi. Teramo era il municipio delle banche. Delle “sue” banche: quelle che in città ave-vano la sede legale e reale, i consigli di amministrazione, le direzioni generali; quelle che in città e in provincia avevano la testa e il cuore. Tra gli anni ‘80 e ‘90 la Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo e l’allora Banca Popolare Abruzzese Marchigiana raccoglievano da sole quasi l’80 per cento dei depositi di tutta la provincia. Nel 1996, quando aprì anche la Banca di Teramo di Credito Cooperativo, il quadro si è completato. Sebbene di dimensioni non paragonabili agli altri due istituti, la Bcc di Teramo contribuì per la sua parte a rafforzare quel ruolo di polo creditizio abruzzese che la città e la provincia continuavano a esercitare.

Tutto questo oggi non c’è più. L’ultimo atto si è consumato nel 2016 con la fusione della Banca di Teramo con la Bcc di Roma: un’operazione che ha cancellato l’ulti-mo residuo di localismo del sistema creditizio teramano. Prima di questa c’era stata la fusione della Banca popolare Abruzzese Marchigiana con la Banca Popolare Pesarese Ravennate per dare vita alla Banca Popolare dell’Adriatico, che aveva spostato il cuore dell’istituto a Pesaro, e in seguito nel 2012 il commissariamento della Tercas (poi salvata dalla Banca Popolare di Bari, che con l’acquisizione ha quantomeno evitato la desertificazione bancaria di Teramo). Così, nel suo complesso, il sistema creditizio teramano ha cambiato pelle, si è persa la connotazione di “banca del territorio” e questo ha avuto pesanti conseguenze per i risparmia-tori, per le famiglie, ma soprattutto per le imprese per le quali l’accesso al credito è risultato sempre più difficile.

In questo quadro di insufficienza e lontananza dell’azione politica, l’Unione Euro-pea ha pensato bene di dare il suo contributo aprendo una procedura di infrazione per aiuto di Stato, in virtù della quale si vorrebbe che i cittadini aquilani versassero quel 40 per cento di tasse che il governo aveva deciso di scontare loro dopo il terremoto del 2009. Tutti i governi a partire dagli anni ‘90 hanno applicato misure di sospensione della tassazione e di riduzione temporanea del carico fiscale a seguito di eventi calamitosi. Nessuno ne aveva mai dato notifica alla Commissione UE e la stessa non era mai intervenuta. Fino al governo Monti, il quale, probabilmente per eccesso di zelo, ha notificato all’Europa – in ritardo – la misura di sconto fiscale che era stata applicata dal precedente esecutivo. Da questa comunicazione, mai richiesta in precedenza in casi simili, discendono oggi le pretese della Ue, che mostrano ancora una volta il freddo distacco con il quale le burocrazie sovranazionali assumono decisioni e impartiscono sanzioni. Che mostrano quanto irrilevante sia per Bruxelles il fatto che il territorio abruzzese esca da un decennio in cui il tessuto urbano è stato distrutto dalle scosse telluriche e si trovi in una situazione nella quale il tessuto economico fa fatica a sopravvivere e a trovare lo slancio per ripartire. Pre-tendere oggi la restituzione delle misure di sollievo fiscale da parte di piccoli imprenditori, artigiani e commercianti che hanno visto le proprie attività distrutte e hanno dovuto ricominciare tutto da capo, significa condannarli al fallimento certo.

L’impressione, fondata sul quadro fin qui tracciato, è che in Abruzzo manchino a oggi le condizioni di base per disegnare processi strutturati su cui impiantare sentieri di crescita duraturi. In questo senso il cratere del sisma del 2009 e quello del 2016-2017 sono molto simili al Mezzogiorno d’Italia. Se confrontiamo i dati appena enumerati in termini di industrializzazione, occupazione e sviluppo demografico con la mappatura delle diverse aree dell’Italia, vediamo quanto essi si avvicinino più alle medie del Mezzogiorno che a quelle che caratterizzano il Settentrione. Per semplificare, potremmo dire che i fenomeni tellurici hanno avuto come effetto immediato quello di allargare il territorio del cosiddetto “Mezzogiorno”, spostandone a Nord i confini e aggravando – se possibile – la condizione di squilibrio del nostro Paese. Ecco perché l’Abruzzo ha sete di idee di sviluppo di medio-lungo periodo che riescano a dare solidità alla struttura economica e sociale, a fare leva sulle risorse distintive presenti sul territorio e ad attrarre investimenti dall’esterno. Immaginare un futuro vitale per le zone colpite dal terremoto vuol dire mettere in atto progetti che rilancino un territorio più ampio e prevengano lo “scivolamento verso il basso”, non solo geografico ma anche socio-economico, di quelle aree.

  • possibile intervenire su più livelli. La metodologia che la Fondazione Magna Carta, dal canto suo, ha fin qui adottato è bi-direzionale. Come si è detto, da un lato sono state avanzate proposte “dall’alto”, con il cosiddetto approccio top-down, che intervengono sul quadro normativo, e contemporaneamente sono stati immaginati interventi puntuali “dal basso”, che rispondono ad alcune esigenze specifiche individuate dai territori.

Riguardo alla vicenda della restituzione delle tasse per il terremoto dell’Aquila 2009, ad esempio, abbiamo interpellato il governo per il tramite del Commissario straordinario. L’auspicio è di riuscire ad ottenere, attraverso le proposte emendati-ve nel corso dell’iter parlamentare di conversione del decreto sul sisma approvato dall’ultimo Consiglio dei Ministri del governo Gentiloni, l’applicazione della fatti-specie del “temporary framework”. Questo consentirebbe l’imposizione di una franchigia più alta al di sotto della quale il presunto aiuto di stato si ritiene nullo. In questo modo la maggior parte degli operatori economici aquilani, specialmente i piccoli e piccolissimi imprenditori, gli artigiani e i commercianti al dettaglio, sarebbero salvi.

Dal punto di vista legislativo e regolamentare abbiamo messo a punto un progetto di prevenzione e messa in sicurezza antisismica del territorio su vasta scala, che permetterebbe all’Abruzzo e al Paese intero di non trovarsi nuovamente in ginocchio a fronte di questo tipo di calamità. Il primo step di questo piano dovrebbe consistere nel porre le condizioni, normative e fiscali, affinché tutto il patrimonio immobiliare pubblico e privato possa essere messo in sicurezza. Parallelamente, occorre assicurare che il monitoraggio del territorio – la cosiddetta microzonazionone sismica – possa essere aggiornato avvalendosi delle ultime scoperte in ambito scientifico. Se è vero che i terremoti non possono essere previsti, è altrettanto vero che i danni conseguenti possono essere prevenuti e contenuti. Certo, l’attuazione di un Piano Antisismico di larga portata – come quello proposto ed elaborato in collaborazione con gli esperti del Politecnico di Torino – potrebbe avere costi importanti, così come ingenti (e spesso insufficienti) sono stati gli oneri che lo Stato si è sobbarcato per far fronte alle catastrofi naturali che negli ultimi decenni hanno colpito il nostro Paese. Va detto tuttavia, a questo proposito, che l’Italia è una delle poche nazioni industrializzate in cui si vorrebbe che il costo dei disastri naturali permanesse ancora interamente in capo allo Stato, nonostante lo sforzo economico conseguente a tali tragedie risulti fuori dalla portata finanziaria dei governi, tanto più in una fase nella quale molte energie sono state spese (non sempre nella giusta direzione) nel tentativo di rialzarsi da una crisi lunghissima che ha avuto pesanti conseguenze in termini di occupazione, welfare e impoverimento del tessuto produttivo. Da qui la necessità di immaginare vie alternative, o quantomeno complementari, affinché i cittadini possano contare su un solerte supporto economico per la fungibilità delle loro abitazioni e delle attività economico-produttive, senza che ciò gravi in misura invalidante sulla solvibilità dei conti pubblici. Un meccanismo di questo tipo rappresenterebbe anche un volano per la messa in sicurezza di tutti gli edifici e incentiverebbe – qualora considerato un requisito vin-colante – la diffusione del «Certificato di idoneità statica» (CIS). Gli interventi anti-sismici obbligatori dovrebbero essere ovviamente affiancati da sconti fiscali tangibili e sicuri nel tempo, per fare in modo che l’investimento dei cittadini non risulti vanificato dal cambiamento delle regole in corsa. Occorrerebbe, infine, prendere consapevolezza del fatto che le politiche di difesa dai terremoti (o da altre calamità naturali) non possono prescindere – pena l’inefficacia – dall’informazione e dalla formazione dei cittadini, i quali devono essere educati alla gestione del rischio, così come avviene in altre parti del mondo.

Per quanto riguarda invece i progetti legislativi orientati allo sviluppo, abbiamo elaborato una proposta di rilancio delle zone montane, con speciale riferimento alle aree sottoposte a vincoli naturali e paesaggistici, di cui l’Abruzzo è particolarmente ricco. La nostra iniziativa muove dalla consapevolezza che i Parchi, le riserve naturali e la montagna siano risorse importanti dal punto di vista sia ecologico che economico, e che il concetto di tutela interna vada coniugato con una proiezione verso l’esterno che attribuisca alle aree protette una funzione innovativa in chiave di green economy. Non più, quindi, aree soggette solo a vincoli, ma laboratori di sviluppo nei quali insediare un sistema di gestione più snello, più moderno, più flessibile e rivolto a cogliere le opportunità derivanti dalle nuove frontiere della crescita economica e del turismo. Contemporaneamente, sarebbe utile promuovere importanti misure di investimento e incentivo allo sviluppo per stimolare l’at-trazione di capitali, l’avvio di nuove attività economiche, l’incremento del turismo, la creazione di nuovi posti di lavoro e il contrasto al fenomeno dello spopolamento, affiancate a un serio piano di programmazione a medio termine delle politiche nazionali sulle aree protette.

Altri progetti di ricerca e proposta legislativa in cantiere riguardano la revisione del Nuovo Codice degli Appalti, con particolare riferimento alle disposizioni di emergenza, e l’utilizzo delle risorse provenienti dai fondi europei. La gestione dell’emergenza del Mezzogiorno, ormai allargato nei suoi confini al Centro Italia, ha bi-sogno di una struttura speciale, che potrebbe concretizzarsi in un’agenzia ad hoc, in grado di centralizzare le direttive, programmare interventi strategici e utilizzare le risorse – anche quelle europee – in modo virtuoso.

Infine, passando all’approccio bottom-up, abbiamo intrapreso iniziative per rispondere ad alcune esigenze quotidiane delle aree interne, con l’obiettivo di salvaguardare le reti di servizi essenziali come le poste, i bancomat, le farmacie, il primo soccorso. Anche dal punto di vista delle infrastrutture di base, siamo inter-venuti con forza per la messa in sicurezza delle strade dell’Alto Sangro e il ripristino della viabilità ordinaria nella zona. Se questi collegamenti viari, causa bassi livelli di profittabilità, dovessero venire meno, i cittadini dei Comuni interessati rimarrebbero isolati e le comunità sarebbero destinate alla desertificazione certa.

Abbiamo infine contribuito – a fianco della Fondazione Merloni – alla creazione di strumenti digitali, attraverso applicazioni per smartphone, che possano favorire il turismo e l’attivazione di un indotto economico nelle zone appenniniche. Far conoscere piccoli e medi produttori di oli, salumi e formaggi, tracciare cammini e sentieri da percorrere in bici o a piedi, con la relativa segnalazione di strutture ricettive e punti di ristoro, rappresenta già un buon punto di partenza per valorizzare e rilanciare il territorio abruzzese: una terra piena di salite e vette ispide, ma altrettanto ricco di eccellenze e ospitalità.

Siamo assolutamente consapevoli di essere solo all’inizio di un lavoro ma, senza retorica e trionfalismi, ci sembra essere il buon inizio di un buon lavoro.