30 Giugno 2020   •  Punti di vista / News

Sette domande su MES e Recovery Fund

Valentina Rovinalti

Articolo apparso sul quotidiano online L’Occidentale

Ero in procinto di riordinare le idee per scrivere questo articolo, cercando – per esempio – di trovare una spiegazione su come le severe condizionalità della versione originale del MES potessero “convivere” con la nuova versione “senza condizioni”, quando il Financial Times ha lanciato un editoriale che portava in calce la firma di Mette Friederiksen, Mark Rutte – rispettivamente premier danese e olandese – e Sabastian Kurz, cancelliere austriaco.

Già il titolo, “I quattro Paesi frugali avvertono che la spesa per la pandemia deve essere responsabile”, lasciava chiaramente trasparire la mancanza di fiducia e comprensione reciproca latente tra alcuni membri dell’Unione Europea.

Nel corso dell’emergenza Covid-19 l’Italia ha messo a segno diversi record. Ha condiviso con la Grecia il primato del Paese il cui sistema sanitario è stato maggiormente colpito, si è aggiudicato quello in cui l’impatto economico atteso è maggiormente allarmante (- 9% PIL nel 2020), dove la crescita del deficit stimata è più alta (11,1% del PIL) e il rapporto debito/PIL ha raggiunto livelli inimmaginabili fino a qualche mese fa (24%). I dati che emergono dai report di Oxford Economics spiegano come il Belpaese sia anche quello che fino ad ora ha investito le somme più ingenti, se proporzionate alle grandezze dell’economia interna, per fronteggiare la crisi.

In questo contesto, siamo pienamente coscienti che la sola via percorribile per riattivare l’economia e far risalire la curva del PIL sia quella di iniettarvi quanta più liquidità possibile. Somme immediatamente utilizzabili per sostenere le imprese e permettere loro di mantenere i posti di lavoro, dare una chance alle eccellenze italiane, popolate di artigiani e piccoli produttori, permettendogli di ammortizzare i costi fissi accumulati durante il lockdown, assicurare ai lavoratori e alle loro famiglie di avere qualche soldo in più a fine mese, utile per affrontare gli extra costi connessi alla gestione dei bambini e dei nonni durante i periodo di chiusura delle scuole e dei centri per anziani.

Il punto su cui concentrarsi, quindi, non è l’ammontare di risorse che potranno arrivare dall’Europa, nemmeno se queste risorse siano a titolo di prestito o a fondo perduto. L’Italia non è mai stata spaventata – la storia lo dimostra – dall’onorare i debiti con regolarità, a patto che questi abbiano tempi e costi accettabili. Dal Piano Marshall in poi, il nostro Paese è stato abituato a dare conto delle risorse ricevute e del loro impiego. Saremmo più che felici di poter mostrare in modo trasparente all’intera Europa le modalità con cui vengono investititi i soldi e gli obiettivi raggiunti. Inoltre, qualcuno al nord del continente dovrebbe ben recepire che non un solo cittadino italiano si è mai aspettato di ricevere “soldi in regalo” da parte degli altri Stati.

Dall’Unione Europea ci aspettiamo solo rispetto, fiducia e comprensione. Pretendiamo di avere risposte chiare ai numerosi dubbi e alle tante questioni irrisolte che riguardano i due strumenti messi in campo dal’UE per fronteggiare il post-pandemia: il Meccanismo Europeo di Stabilità e il Recovery Fund.

Da settimane assistiamo a un dibattito infuocato sulla questione delle “condizionalità” applicate (e applicabili) agli Stati che aderiranno al piano di emergenza. Nonostante ciò, non abbiamo ancora linee guida certe riguardo ad alcuni punti di fondamentale importanza. Come è possibile derogare alle severe condizioni imposte dall’articolo 136 del TFUE senza passare per una formale modifica del testo del trattato? In base a quale principio di gerarchia delle fonti può essere attribuito a dichiarazioni informali rilasciate a margine di una riunione (altrettanto informale) dell’Eurogruppo il medesimo valore normativo di un trattato fondamentale dell’UE? Sulla base di quale elemento formale e cogente possiamo escludere che l’accettazione da parte dell’Italia di accedere alla risorse del MES – 37 miliardi di euro – non potrà implicare future richieste di implementazione di un programma di aggiustamenti macroeconomici nel medio termine?

L’idea che le modalità e i settori di utilizzo delle risorse provenienti dall’Europa siano negoziate ex-ante non appare, a prima vista, inaccettabile. Gli Stati Membri possono certamente sedersi intorno a un tavolo e stilare una lista di ambiti prioritari in cui è auspicabile investire utilizzando proprio le risorse del fondo comune. Sul fatto che queste risorse non vadano sprecate c’è accordo unanime. Ma la medesima flessibilità e disponibilità che l’Italia mostrerebbe nell’accettazione delle priorità comuni dovrebbe essere adottata anche nella presa d’atto che ogni singola economia nazionale è differente. All’interno della lista delle priorità concordate, per esempio, occorrerebbe prendere nota del fatto che l’Italia ha necessità di applicare imponenti misure di supporto all’occupazione, alle imprese, al turismo, alla cultura, all’artigianato di eccellenza, alle infrastrutture, alle scuole e al sistema sanitario. Molto meno urgenti, in questo particolare momento, sono per esempio le politiche riguardo l’ambiente, l’inquinamento, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale. L’auspicio è che, all’interno della rosa di priorità comuni, ogni Stato mantenga la sovranità necessaria a selezionare ed applicare le misure più efficaci secondo il contesto interno.

Un esempio lampante di questo concetto è proprio il MES e l’apparente destinazione prestabilita delle risorse del fondo comune. Il supporto del sistema sanitario nazionale è da sempre una priorità del nostro Paese. L’Italia si fregia, ancora oggi, di uno dei sistemi sanitari più capillari al mondo e di questo andiamo fieri. Ecco perché potremmo solo trovare giovamento dal ricevere fondi aggiuntivi per migliorare ulteriormente il nostro servizio pubblico. Nonostante queste premesse, anche in questo frangente le notizie informali che trapelano da Bruxelles sono ancora frammentate e confuse, mentre le comunicazioni ufficiali latitano. I fondi del MES possono essere destinati al sistema sanitario nel suo complesso oppure devono essere riservati solamente alla sanità direttamente connessa al Covid-19? La domanda può apparire banale, ma per il nostro Paese risulta cruciale.

L’Italia può naturalmente dedicare nuovi investimenti al SSN, rafforzare la ricerca scientifica, creare servizi ancor più accessibili in favore delle fasce più deboli della società (anzitutto gli anziani). In questo caso, le risorse del Mes potrebbero andare a sostituire parte dei capitoli di bilancio oggi adibiti proprio alla sanità. Penso, per esempio, al gettito IRAP che potrebbe essere ri-allocato in modo virtuoso a sostegno del turismo, del mondo produttivo e imprenditoriale. Nella seconda ipotesi, cioè quella di esclusivo utilizzo per settore sanitario Covid, la reazione alla proposta è semplice: non abbiamo bisogno di questi finanziamenti. O meglio, non più. Fortunatamente abbiamo già passato il picco epidemico, abbiamo già investito sulle strutture di emergenza e sugli ospedali Covid (gran parte di questi oggi, grazie a Dio, sono vuoti). Quello di cui abbiamo davvero bisogno ora è di guardare avanti, spostare il mirino del nostro obiettivo verso strategie che diano slancio alla produttività e investano in capitale umano. Ciò è necessario in diversi settori, sanità inclusa.

Le questioni irrisolte non sono finite. Secondo il TFUE e i conseguenti memorandum di intesa, il MES funziona attraverso un doppio binario: da un lato gli Stati Membri dell’area Euro possono richiedere l’intervento finanziario del fondo fino ad un ammontare massimo del 2 per cento del PIL nazionale (da qui il calcolo di 37 miliardi che l’Italia potrebbe richiedere e aver diritto di ricevere e la stima della linea di credito complessiva di 240 miliardi); dall’altro ogni Membro deve contribuire al fondo collettivo. L’intero plafond dovrebbe ammontare a 704 miliardi di euro, ma – siccome il Meccanismo non è ancora stato completamente implementato – gran parte dei Paesi hanno depositato solo parte delle proprie quote. L’Italia, per esempio, dovrebbe versare in tutto 123,5 miliardi, ma di questi solo 14,3 sono al momento nelle casse del MES. Gli altri Stati europei non sembrano essere stati molto più solerti: nella classifica generale dei “contributors” siamo la terzo posto, soltanto Francia e Germania sono stati più generosi.

Il MES non è stato creato per fronteggiare una crisi pan-europea, come quella che la pandemia ha innescato. Lo scopo originale era, con ogni probabilità, quello di mettere in piedi un fondo di emergenza in grado di sostenere temporaneamente questo o quell’altro Paese a rotazione. Ma mai tutti i 19 Stati parte dell’area Euro insieme. L’ammontare totale di 704 miliardi di euro sono difficilmente sufficienti se si contempla questa seconda ipotesi. Ma anche supponendo, solo a titolo esemplificativo, che l’intero fondo sia in grado di sostenere 19 stati in contemporanea, occorre prendere atto che l’intero ammontare non è attualmente disponibile. O meglio, non ancora. Questo significa, con ogni probabilità, che se ogni membro richiedesse supporto finanziario al MES, ciascuno dei medesimi membri sarebbe chiamato al versamento di quote aggiuntive al fine di avvicinarsi al raggiungimento dell’intera quota nazionale. Se questa supposizione è corretta, a quanto ammonterebbe la quota massima richiedibile all’Italia? E in che tempi dovrebbe avvenire? O in alternativa si pensa di attivare la raccolta fondi tramite l’emissione di appositi strumenti finanziari? Con quale impatto sul nostro già abnorme debito pubblico?

Nel caso specifico dell’Italia, stiamo per accettare il contributo condizionale del Meccanismo Europeo per 37 miliardi, la cui liquidazione nelle casse del Mef non avverrà prima di sei mesi. Nel frattempo, stiamo rischiando di dover – a nostra volta – versare una quota al momento sconosciuta di miliardi nel fondo collettivo, esattamente nello stesso frangente temporale. Non servono doti analitiche raffinate per capire che non ha alcun senso.

Il supporto economico dell’Europa è prezioso, soprattutto in questo momento storico. Non vi sono dubbi che la capacità dell’UE di mettere in atto oggi una strategia concreta ed efficace in rappresenterà la prima pietra di una nuova Europa, dell’Europa del futuro (dell’unica possibile nel futuro). Ma di ogni offerta occorre considerare prezzo e condizioni. E alla base di ogni accordo – anche economico – di successo c’è il rispetto.

Se l’Unione e tutti i suoi Membri mostreranno rispetto verso l’Italia – nonostante il fatto che al vertice delle nostre istituzioni vi sia, al momento, il governo più inadeguato della storia repubblicana – un buon compromesso tra le parti sarà comunque possibile. Se invece alcuni Stati continueranno a puntare il dito verso il nostro Paese, muovendo accuse sulla nostra inclinazione a sprecare risorse o, addirittura, ad utilizzarle per foraggiare la criminalità organizzata, appare inutile porre domande e innescare dibattiti. Quest’ultimo è senza dubbio il modo più veloce e sicuro per distruggere l’Europa e la gloriosa storia dei nostri Padri fondatori.