23 Luglio 2019   •  I ritratti

Su quel divano di Montecitorio parlando di Moro con Sciascia

Gaetano Quagliariello

Da La Gazzetta del Mezzogiorno (quest’anno ricorre il trentennale della morte di Sciascia e la Gazzetta del Mezzogiorno sta ospitando una serie di articoli che lo riguardano) 

 

Nella vita vi sono incontri determinati dal caso che tuttavia, nel percorso di un’esistenza, ti appaiono come necessari per acquisire consapevolezza e maturità. Questa è la cifra della mia conoscenza con Leonardo Sciascia.

Si trattò di un incontro che potrebbe definirsi accidentale. Era il 1981 e le ideologie novecentesche egemonizzavano ancora la vita politica. Solo gli spiriti più acuti intravedevano, già da allora, i segni del loro ineluttabile declino.

Avevo 21 anni, da poco avevo terminato gli studi liceali all’Orazio Flacco di Bari e iniziato l’università. A uno sguardo retrospettivo, quel torno di tempo mi appare come la coda di un percorso di formazione politica compiuto nelle fila del Partito Radicale: la scelta liberale possibile per tanti che come me appartenevano alla generazione post-sessantottina.

Quell’anno al congresso nazionale di Firenze, assieme a Francesco Rutelli, Giovanni Negri e Maria Teresa Di Lascia, fui eletto Vice Segretario Nazionale di Marco Pannella in rappresentanza della minoranza “moderata” del partito. Mi trasferii a Roma e, per ragioni d’ufficio, iniziai a frequentare il Parlamento, in particolare Montecitorio. Qui, infatti, dal 1979 agiva una agguerrita e composita pattuglia di parlamentari radicali: ben 18 eletti, una sorta di esercito d’irregolari quasi tutti di grande tempra e dalla forte personalità, tenuti assieme, anche se a stento, dal carisma pannelliano.

Tra questi il nome più illustre era senz’altro quello di Leonardo Sciascia. Il grande scrittore aveva alle spalle un trascorso politico come consigliere comunale di Palermo eletto nelle fila del Partito Comunista. Aveva preso distacco da quell’esperienza non senza polemica contro la volontà di controllo che il partito esercitava e che, ai suoi occhi, appariva come un riflesso di potere in insopportabile contraddizione con il programma di liberare l’uomo dal bisogno e dalle oppressioni.

La sua presenza nelle liste radicali fu una sorpresa per tutti. Assunse il senso di un definitivo allontanamento dal passato rapporto col Pci e, con esso, dall’anima illiberale della sinistra italiana. La ragione principale di quella scelta fu però un’altra. Nel 1978 le Brigate Rosse avevano ammazzato Aldo Moro e Sciascia, a caldo, aveva scritto l’Affaire Moro: libro che si basava sull’analisi strategica, politica e umana delle “lettere dal carcere” che in tanti, codardamente, si erano sforzati di considerare inautentiche o, al più, frutto di una irrazionale paura. Nella legislatura che s’inaugurò nel 1979 avrebbe operato una commissione d’inchiesta sulla morte di Moro e Sciascia, che considerava quella vicenda come una svolta che a lungo avrebbe segnato la storia del Paese, di quella commissione voleva assolutamente far parte: per accedere a fonti e notizie che altrimenti gli sarebbero sfuggite e, così, avere la possibilità di capire meglio.

Negli anni di formazione mi ero abbeverato ai suoi libri. Si può comprendere, dunque, perché la prima volta che lo scorsi, seduto in un divano del Transatlantico nei pressi della bouvette, solitario, in compagnia di un esile bastone, intento a scrutare con occhi socchiusi quella torma vociante e agitata di politici, ebbi un tuffo al cuore. Allora ero assai più timido di oggi. Nonostante ciò mi avvicinai titubante, mi presentai e fui accolto da una gentilezza antica che col passare del tempo si trasformò in disponibilità al dialogo e in curiosa confidenza.

Sciascia voleva sapere da me le ragioni per le quali un giovane si consacrava alla vita politica, quale giudizio si avesse alla mia età sulla storia d’Italia, quale opinione su Moro e sulla sua vicenda. Seppe poi che mio padre Ernesto ne era stato amico personale e mi chiese di poterlo conoscere. Organizzai il pranzo in un ristorante poco distante da Montecitorio, da Fortunato al Pantheon, e ricordo nitidamente come Sciascia nel corso della colazione, con un filo di voce tanto esile quanto penetrante, provò a comprendere in che modo Moro concepisse un rapporto di amicizia e in cosa esso si estrinsecasse.

La mia vice-segreteria radicale si prolungò per un solo anno e durante quell’anno i colloqui sul divano di Montecitorio s’infittirono, divenendo infine rifugio alle prime delusioni politiche. Alla fine del 1982 lasciai l’incarico e il partito e mi consacrai agli studi. Negli anni della maturità ho poi assunto posizioni a volte antitetiche a quelle che hanno caratterizzato la stagione giovanile, soprattutto in ambito antropologico. Non ho mai dimenticato, però, come questo processo di maturazione si sia potuto realizzare, in fondo, proprio perché avevo alle spalle un non comune apprendistato: quegli anni di formazione hanno rappresentato un riferimento e un termine di confronto anche quando si è trattato di prender distacco o di revisionare precedenti convincimenti.

In questa cornice esistenziale, l’amicizia con Leonardo Sciascia si situa come uno splendido e indimenticabile cammeo. La problematica comune a tanti suoi romanzi – il confronto tra le ragioni dell’uomo in carne e ossa nella sua unicità con un potere indistinto, violento, spietato – riviveva nel dramma di Moro che lui era lì a indagare. E così come Don Gaetano in Todo Modo, in un improvviso rovesciamento dei piani, era divenuto la vittima di un potere che a lungo aveva suscitato, costruito, gestito, la stessa sorte aveva messo a nudo in Aldo Moro i tratti dell’uomo, la sua bontà, la sua forza, le sue paure. Aveva evidenziato, cioè, quelle caratteristiche uniche che l’essere parte di un potere indistinto, agli occhi dei più, e probabilmente anche dei suoi, aveva a lungo celato e confuso.

Era questa problematica che affascinava Leonardo Sciascia e che lui voleva comprendere più a fondo facendosi parlamentare “dalla parte degli infedeli”. D’altro canto, l’immagine che mi è rimasta di lui osservatore silente, debole nel corpo quanto forte nell’intelletto, in fondo estraneo a una politica vociante perché prepotente, è rimasta per me una traccia indelebile e un monito: non scordare mai, anche nei momenti più convulsi, che la politica, come la vita, consiste nel rapporto con persone uniche che vale la pena di comprendere e scoprire oltre i meccanismi omologanti del potere. E’ un’attitudine che ti porta, a volte, a cambiare idea e persino a contraddirti. Ma se si perde questa curiosità si perde anche il gusto del fare politica. Rimane il potere come esercizio obbligatorio e, allora, non ne vale più la pena.