18 gennaio 2013   •  Identità, Libertà personale e Scienza / Punti di Vista

Tradizione, valori, modernità. L’agenda dei neoconservatori per cambiare l’Italia

In una concitata settimana nella quale i giochi sembrano concentrarsi unicamente sulle candidature del Pdl, e in un quadro politico più generale dove avvicinandosi al voto si chiariscono sempre meglio tattiche e ipocrisie elettoralistiche, fondazione Magna Carta non rinuncia alla sua missione di indirizzo e di elaborazione politica e culturale del centrodestra. Lo fa raccogliendo al Tempio di Adriano di Roma un gruppo di esponenti del mondo politico, accademico, sindacale e dell’associazionismo, convinti che il dibattito elettorale non potrà prescindere dai principi della tradizione nazionale. Quei principi che, sgombrando il campo da ogni tentazione tecnocratica, segnano le differenze di visione tra gli schieramenti che si fronteggiano nel nostro Paese.

A introdurre le due tavole rotonde che approfondiscono il dibattito sul concetto di sussidiarietà e sui valori del centrodestra, è quella pattuglia di esponenti del Pdl che nei mesi scorsi il Corriere della Sera aveva definito “neoconservatori”, convinti cioè di dover preservare i valori depositari della millenaria esperienza del nostro Paese, modernizzandoli. E chi aveva pensato che si potesse “salire in campo” neutralizzando le idealità in nome della tecnica oggi deve rendersi conto che questo non è possibile. Certo non sono le dispute ideologiche ma “la visione del mondo che orienta le scelte di governo” a fare la differenza e ad evitare di cadere nella “tentazione” tecnocratica. Lo dice chiaramente il senatore Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato e presidente onorario di fondazione Magna Carta, convinto che la “la sfida resta quella di rendere solida la casa del Pdl”.

La visione è quella che mette al centro la persona, “fine e misura di ogni scelta politica e azione di governo”. La persona davanti alle istituzioni, siano quelle europee, dello Stato, sul territorio. L’Europa che ha in mente il centrodestra, secondo Quagliariello, è una “Europa popolare”, quella dei padri fondatori, di De Gasperi, che “traccia ponti e non ha barriere” tra il rigore dei Paesi baltici e l’umanesimo mediterraneo. Unita dall’euro ma che adesso deve proseguire nel cammino di una unificazione non solo monetaria ma anche fiscale, istituzionale e politica. Un’Europa federale e non germanocentrica, come ha proposto l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, “una proposta che merita di essere presa in considerazione”, chiosa Quagliariello.

L’Italia è davanti a una sfida istituzionale e il centrodestra ha il compito di far passare un concetto basilare: ci sono degli ideali che preesistono alla carta costituzionale e sulla base dei quali è possibile riformare le istituzioni e le forme di governo. Un esempio è la personalizzazione della politica. Secondo Quagliariello, l’avvento, dal ’94, con la discesa in campo di Berlusconi, di una dimensione personale della politica, è stato “un elemento di modernizzazione dell’Italia”. L’opposto della posizione presa dal candidato premier del centrosinistra Bersani che ha rivendicato il fatto di non aver inserito il proprio nome nelle liste elettorali, definendolo addirittura “un tumore”. Se mai, attacca Quagliariello, “il Pd si è lasciato sfuggire l’occasione storica del presidenzialismo”, chiave di volta di un serio progetto di riforma, approvato dal Pdl al Senato. Su questa battaglia, come sulla riforma della giustizia (“solo la crisi del governo Berlusconi ha impedito di approvarla”), bisogna andare avanti nella prossima legislatura.

Il senatore Maurizio Sacconi fa un quadro vibrante dell’Italia fatta di comunità punto di equilibrio tra la ricerca della sostenibilità finanziaria e la “vita buona”, la chiama così, delle persone. Il ministro del Lavoro del governo Berlusconi riassume con un ritmo incalzante tutto ciò che è stato fatto per affermare, tramite il principio di sussidiarietà, il primato della società: “Tutto è libero tranne ciò che è esplicitamente vietato”, dice Sacconi, lo Stato deve indietreggiare e la competenza del mondo delle professioni sarà in grado di aumentare la produttività, i salari, e rendere il welfare più “complementare”. Un esempio concreto? L’assistenza sanitaria domiciliare che “costa un decimo delle soluzioni ospedaliere”. Ospitalità, dono, mobilitazione delle comunità: Sacconi cita le “mamme di giorno”, che accolgono i bambini nelle loro case, un modello alternativo alla spasmodica ricerca di un posto in un asilo pubblico.

E ancora, cittadinanza per chi aderisce non solo alle nostre leggi ma anche e soprattutto ai valori del nostro Paese, se ha deciso di viverci. Competenza come garanzia di inserimento nel mercato del lavoro e come abbrivio nei rapporti tra scuola università e mondo del lavoro. “La detassazione sul lavoro è poca cosa rispetto a ciò che potrebbero scatenare le libere autorganizzazioni delle persone, delle famiglie, delle comunità”. Monti? “Ha assunto a modello i sistemi nordeuropei che producono solitudine e disgregazione sociale”. E dopo aver ricordato cos’è il neoconservatorismo, Sacconi conclude citando Tony Blair: “Cambiano i tempi, non cambiano i valori”.

L’onorevole Eugenia Roccella infine disegna un intervento politico in cui i temi della biopolitica si legano inestricabilmente alle scelte di governo politiche ed economiche. “Oggi la condizione umana è  a rischio”, dice Roccella, “il mercato dell’umano tratta la donna come un oggetto”, questioni come l’autodeterminazione (“un punto fondamentale per la sanità, dove bisogna seguire il criterio della appropriatezza non quello del desiderio del malato”), come la legge 40, l’eutanasia, il concetto di matrimonio, pongono dei problemi che “non possono essere relegati completamente alle coscienze dei singoli”. “Ogni forza politica deve esprimere qual è la sua agenda bioetica”, così come dovrà fare il Pdl, “completando la nostra nel prossimo governo”. Questa, dunque, l’agenda dei “neocon” italiani.