01 Novembre 2004  

Una svolta ordinata

Redazione

 

Già si sapeva che in tema di riforme istituzionali la nostra maggioranza politica stava offrendo uno spettacolo abbastanza deludente, sul piano del metodo e del contenuto. Ma ora anche uno sguardo distratto a ciò che accade all’estero ci costringe a riflettere ancor più amaramente sui ritardi e sulle inefficienze di casa nostra.

Persino un grande paese dalla tradizione fortemente centralista, come la Francia, quando decide di “decentralizzare”, attribuendo una serie di non secondarie competenze alle sue “collettività territoriali”, lo fa in modo serio e ordinato, e con una particolare attenzione al tema dell’autonomia finanziaria e fiscale degli enti territoriali.

Anche a prezzo di qualche tensione politica, come dimostra il ricorso al voto di fiducia (cui l’opposizione risponde con una mozione di censura), il premier Raffarin esige infatti che in questi giorni il Parlamento francese completi il processo di decentramento iniziato con la riforma costituzionale del marzo 2003, e che egli definisce la “madre di tutte le riforme”.

Sia chiaro: la Francia non sta certo trasformandosi in uno Stato federale, la legge resta saldo strumento nelle mani del solo Parlamento nazionale, e alle “collettività territoriali” (essenzialmente Comuni, Dipartimenti e Regioni) vengono in sostanza concessi poteri amministrativi limitati. Ma quel che colpisce è la razionalità e l’ordine del processo di decentramento. La Costituzione stabiliva già il principio secondo cui le collettività territoriali si amministrano liberamente attraverso assemblee elettive. La revisione del 2003 ha in più precisato che esse dispongono di un potere regolamentare per l’esercizio delle proprie competenze, ha rafforzato gli istituti di democrazia diretta locale, e soprattutto ha fissato principi finalizzati a consentire, in materia finanziaria e fiscale, l’esercizio reale della libera amministrazione. Compaiono così, tra l’altro, il principio della libera disposizione delle risorse locali (nei limiti fissati dalla legge), il principio per cui la legge può autorizzare le collettività territoriali a percepire in tutto o in parte il prelievo fiscale locale, potendone fissare anche le relative aliquote, e quello per cui ogni trasferimento di competenze dallo Stato alle collettività deve accompagnarsi con l’assegnazione delle risorse necessarie.

Si dirà: niente di più e, anzi, forse qualcosa di meno rispetto a ciò che prevede la nostra Costituzione in tema di autonomia finanziaria e fiscale di Regioni, Province e Comuni.

Vero, ma c’è un piccolo particolare: in Francia, come dicevamo, non si limitano alle enunciazioni costituzionali di principio, ma sono così seri ed efficienti (rispetto agli standard cui siamo abituati noi) da mettersi ordinatamente ad attuare, attraverso leggi organiche e ordinarie, quei principi costituzionali. Così, la scorsa settimana è stata approvata la legge organica sull’autonomia finanziaria delle collettività territoriali, e in questi giorni il quadro dovrebbe essere completato da una legge che attribuisce alle stesse collettività una serie di competenze amministrative.

E in Italia? Da noi il grande trasferimento di competenze legislative e amministrative a favore di Regioni ed enti locali, voluto nella scorsa legislatura, si scontra con la perdurante inattuazione dei principi sulla loro autonomia finanziaria e fiscale. E la Corte costituzionale è stata chiarissima nel dire che fino a quando manchi la legislazione statale di coordinamento del sistema tributario, è preclusa alle Regioni (se non entro limiti ristrettissimi) ogni potestà legislativa in materia tributaria. E che, per converso, spetta tuttora al solo legislatore statale la disciplina sui tributi anche locali esistenti.

Così, in un quadro in cui quasi non esistono tributi che possano davvero definirsi “propri” delle Regioni o degli enti locali, e nell’ambito di una finanza regionale e locale ancora in gran parte “derivata”, cioè dipendente dal bilancio statale, il nostro “federalismo”, monco di un aspetto fondamentale, appare capace solo di produrre contraddizioni e grovigli normativi.

Oltre a mettere seriamente in gioco la responsabilità delle classi politiche locali, un ordinato e rigoroso sistema di fiscalità locale consentirebbe invece a tutti (cittadini e imprese in particolare) di capire finalmente se il federalismo e la sussidiarietà costruiscano un sistema più o meno efficiente del centralismo.

È chiedere troppo che si prenda come esempio la razionalità e la serietà della décentralisation alla francese?

Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2004