12 Dicembre 2018   •  I testi / Policy paper

 Un’altra idea di Sud. Reddito di cittadinanza o diritto di sudditanza?

Redazione

Scarica gratuitamente il testo della nuova ricerca condotta dalla fondazione Magna Carta, intitolata “Un’altra idea di Sud. Reddito di cittadinanza o diritto di sudditanza?”.

 

INDICE

 

 

Premessa………………………………………………………4

 

Il sistema macroregionale: ipotesi normative e costituzionali 16

 

Il sistema macroregionale: riassetto delleautonomie locali e degli uffici periferici dello Stato.…………………………….21

 

Le risorse per il Sud: maggiori fondi, migliore

gestione………………………………………………………31

 

L’Auctoritas della Macroregione del Sud …………………..47

 

Bibliografia………………………………………………55

 

 

PREMESSA

 

“Il Sud è una questione nazionale”. Questa affermazione, declinata con argomenti, profondità e toni differenti, l’abbiamo sentita innumerevoli volte, fino a divenire quasi un refrain abusato. È vero però che se non si accompagnerà il Sud verso una svolta, sarà tutta l’Italia a pagarne il prezzo.

Siamo il Paese europeo in cui il divario interno tra reddito procapite, occupazione, produttività è più accentuato che in qualunque altro. L’analisi dei dati degli ultimi anni delinea un quadro allarmante. Quasi un meridionale su due è esposto al rischio povertà, al Nord ciò vale solo per il 18% dei residenti. Al Sud un cittadino su 10 è in povertà assoluta, al Nord poco oltre il 6%. L’occupazione nella fascia di età lavorativa (tra i 25 e i 64 anni)nel Mezzogiorno è di 24 punti percentuali inferiore alla media europea, mentre il Nord risulta in linea con i Paesi comunitari. Dal 2008 ad oggi il Sud ha perso complessivamente 310mila posti di lavoro, mentre al Centro-Nord gli occupati segnano un +242mila unità. Nel 2017 la tendenza é parsa, finalmente, cambiare verso con un aumento degli occupati meridionali di 71mila unità, di cui oltre 60mila però con contratti a termine. Il calo dell’industria manifatturiera dal 2008 al 2016 è stato di quasi il 30% al Sud, del 9% al Nord. Il valore aggiunto per occupato nel medesimo settore é diminuito negli stessi anni di quasi il 30% in più al Sud rispetto che al Nord. Nonostante nel 2017 gli investimenti privati nel Mezzogiorno siano cresciuti del 3,9%, meglio del Centro-Nord che si é attestato al 3,7%, rispetto ai livelli pre-crisi gli investimenti fissi lordi nel Mezzogiorno risultano ancora inferiori del 31,6%, quasi dieci punti percentuali peggio rispetto al dato del Settentrione (20%).

Gli indici demografici al Sud sono a dir poco disastrosi:il tasso di fecondità per donna é sceso a 1,2 rispetto a 2 che è il tasso di equilibrio, mentre al Nord – al netto della componente immigrati -si é intravisto qualche cenno di miglioramento (con un tasso dell’1,4). Nel 2017 la popolazione nazionale é scesa di 106mila unità, più o meno l’equivalente di una cittadina media italiana. Nell’ambito di questo trend generale il peso specifico demografico del Sud é diminuito attestandosi al 34,2%. Negli ultimi sedici anni, infatti, 1 milione e 883mila residenti hanno lasciato il Mezzogiorno, la metà composta da giovani tra i 15 e i 34 anni, un quinto dei quali laureati.

Certo, nel 2015 e 2016 la timida ripresa in termini di Pil territoriale è stata superiore al Sud che al Nord e nel 2017 il Mezzogiorno sembra proseguire la lenta risalita con un +1,4%, ma in un contesto di grande incertezza che rischia di frenarne i risultati. Infatti, le previsioni per il 2018-2019 certificano un nuovo sorpasso del Nord e una diminuzione della crescita del Pil meridionale che si attesterebbe a +1% nel 2018 e a +0,7% nel 2019.

Appare infine rilevante notare come nell’ultimo decennio i confini del “Sud” si siano progressivamente spostati verso l’alto, inglobando il territorio del Centro Italia. Se confrontiamo i dati sul livello di industrializzazione, occupazione e sviluppo demografico nelle diverse macro-aree, vediamo quanto Centro e Sud siano pericolosamente allineati. Per semplificare, potremmo dire che i fenomeni tellurici, che nell’ultimo decennio hanno più volte colpito le Regioni centrali (Abruzzo, Marche, Molise, Lazio), hanno avuto come effetto immediato quello di allargare il territorio del cosiddetto “Mezzogiorno”, spostandone a Nord i confini e aggravando – se possibile – la condizione di squilibrio del nostro Paese.

Ecco perché risulta ormai difficile negare come la crisi meridionale sia un problema anche del Nord e che sia necessario immaginare una cabina di regia a livello nazionale in grado di mettere in campo strategie strutturali e di porsi obiettivi di medio-lungo periodo.

 

Ma come si é arrivati a questo punto?

L’ultimo intervento dello Stato italiano nel Sud risale agli anni ’80 del secolo passato: la legge n. 64 per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno. Da allora si sono susseguite solo iniziative sporadiche, come i ‘Patti territoriali’ degli anni ’90 costruiti, sotto il profilo finanziario, quasi tutti proprio con i residui dei fondi della legge degli anni ottanta. Tra il 2008 e il 2017 la spesa pubblica nel Mezzogiorno é diminuita del 7,1%, mentre nel resto del Paese é aumentata dello 0,5%. Questo progressivo de-finanziamento e la conseguente marginalizzazione della questione meridionale, spesso celati dietro la volontà di “omogeneizzazione” con altre problematiche di misura nazionale, appare molto chiara leggendo le relazioni annuali dello Svimez per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno. Da questi reportemerge che, anno dopo anno, non solo é stato eliminato l’intervento straordinario per il Sud, ma anche gli interventi ordinari hanno subito progressivi tagli. La spending review é stata spesso motivata dall’intenzione di sostituire le risorse nazionali con fondi europei. Tutto ciò nonostante questa politica fosse palesemente contraria ad uno dei principi cardine dell’ordinamento comunitario, quello di addizionalità, che prevede che il sostegno finanziario europeo debba sommarsi agli interventi ordinari dello Stato e non,invece, essere considerato alterativo ai medesimi.

Alla scomparsa degli interventi ordinari si è accompagnata una progressiva penalizzazione del sistema creditizio di riferimento nel Meridione (le Banche popolari, le Bcc) e la riforma della Banca del Mezzogiorno trasformata in una succursale di Invitalia e svuotata di strumenti e risorse. Preoccupa, infine, che recenti provvedimenti legislativi riguardanti particolari tipi di istituti di credito possano determinare un ulteriore distacco delle attività creditizie dai territori di riferimento.

Infine, l’istituzione del Ministero per la Coesione territoriale e dell’Agenzia ad esso direttamente collegata si é rivelata utile più al mantenimento di un organigramma di funzionari di Stato, che all’impegno sull’utilizzo dei fondi europei da parte delle Regioni che più ne avrebbero necessità.

 

In assenza di una politica adeguata, nel 2019 il livello degli investimenti pubblici al Sud potrebbe raggiungere il punto minimo dal 2010, con un -4,5 miliardi. Seguendo l’ipotesi dello Svimez, se invece nel 2019 il gap tra Nord e Sud venisse colmato favorendo gli investimenti strutturali di cui il Sud ha estremo bisogno, ciò darebbe luogo ad una crescita aggiuntiva di quasi un punto percentuale di Pil e il divario tra Nord e Sud non solo verrebbe azzerato, ma sarebbe il Sud a crescere più velocemente del resto della Penisola.

La storia recente insegna che Centro-Nord e Sud crescono o arretrano insieme. La crescita del Mezzogiorno, al di là della parziale rilevanza di fattori locali, é fortemente influenzata dall’andamento dell’economia nazionale. Allo stesso modo, il Settentrione è dipendente dagli andamenti del Mezzogiorno. Lo dimostra il fatto che nel periodo 2000-2016 le due macro-aree abbiano condiviso la medesima dinamica di stagnazione del Pil procapite (+1,1%).

Da qui la necessità di una svolta: serve uno Stato che torni a sostenere il Sud con interventi ordinari e straordinari, che li sappia ben integrare con i fondi europei e che abbia il potere di concentrarli su progetti strategici di ampio respiro, evitandone la distribuzione a pioggia e scongiurandone la dispersione.

 

Quali le opzioni percorribili?

Davanti a noi ci sono tre strade.La prima, quella tracciata negli ultimi tre anni dai “decreti-Sud” e dalle leggi di bilancio, caratterizzata da misure studiate per tutto il territorio nazionale, di corto respiro e spesso sotto-finanziate.Una seconda, che intende inserire misure correttive a favore del Sud nell’ambito degli strumenti ordinari di bilancio pubblico, che sembra essere quella contenuta nel programma dell’attuale governo Lega-5 Stelle. Infineuna terza, che a nostro parere dovrebbe essere prevalente e alternativa alle precedenti,oltre che ben più radicale, e che dovrebbe prevedere: misure straordinarie, incardinate in una ridefinizione strategica della priorità-Sud, una revisione degli strumenti legislativo-istituzionali dedicati al Mezzogiorno e una forte innovazione dei termini in cui questi nodi vengono proposti sui tavoli di negoziazione europei.

Le misure appartenenti alla prima categoria si sono rivelate nell’ultimo quinquennio quando insufficienti e quando non focalizzate sul territorio cui avrebbero dovuto essere applicate, il Mezzogiorno. Qualche esempio: Impresa 4.0, nonostante il suo impianto fosse condivisibile, ha reso senza dubbio maggiori benefici al Nord che al Sud;le Zone economiche speciali sono state inserite in modo timido e marginale, riservandone l’attivazione solamente alle aree logistiche di porti e retroporti; il fondo “Resto al Sud” per la nuova imprenditorialità é stato finanziato solo con poche decine di milioni. Tutte misure che non sono e non saranno in grado di aggredire nel medio-lungo periodo un gap meridionale della consistenza di quello contingente.

La seconda stradaè quella dell’intervento con mezzi ordinari, ma focalizzati solo al Sud. Tradotto: più spesa pubblica, più incentivi al Sud, la riserva del 34% estesa dagli investimenti a tutta la spesa corrente, un ruolo massiccio della Cassa depositi e prestiti, politiche industriali pubbliche di settore per il Sud a forte impronta dirigista, il reddito di cittadinanza.

La terza via, quella che crediamo più appropriata allo stato emergenziale in cui giace quasi metà della nostra Penisola, e a cui proveremo a dare forma e sostanza in questo rapporto, è diversa: parte dalla profonda consapevolezza che sia necessario un cambio radicale. La consapevolezza, cioè, che una tale asimmetria interna non si affronti solo con misure ordinarie, né con strumenti da prima Repubblica; che non servano misure timide, né meri segnali politici. Occorre che alla soluzione della questione meridionale vengano applicate le modalità di gestione riservate ai contesti di emergenza nazionale.

Non è un caso che altri Paesi europei, che nel corso degli ultimi decenni hanno fronteggiato fratture interne simili alla nostra, abbiano seguito con successo proprio questa strada. Il processo di omogeneizzazione tra Ovest ed Est in Germania a seguito della riunificazione, per esempio, conferma che nel contesto tedesco la quantità di risorse investite è stata imponente e che queste provenissero non solo dal Governo centrale, ma soprattutto da investitori pubblici e privati esterni (spesso esteri). Inoltre, il processo di crescita della Germania Est è stato preso in carico dalla classe dirigente della Germania occidentale, non lasciato nelle mani degli amministratori dei Länder locali. Si è trattato di un vero e proprio intervento straordinario guidato dal governo centrale. Questo servirebbe, almeno in una prima fase, al nostro Sud. Più Stato e uno Stato più efficace per creare quelle “condizioni minime” irrinunciabili se si punta a rimettere l’economia meridionale in condizioni concorrenziali e a creare le premesse per l’autonomia. In mancanza di queste basi risulta difficile pensare che qualsivoglia investitore possa prendere in considerazione l’ipotesi di situare un’attività economica in un determinato luogo, nel nostro caso nel Mezzogiorno. Queste “condizioni di Stato minimo” corrispondono, per esempio, alle infrastrutture materiali e immateriali, alla sicurezza e a un livello basso di criminalità, a procedure amministrative praticabili e ad un costo del lavoro competitivo.

Questo documento approfondirà la natura e le possibili modalità di attuazione di un intervento straordinario, immaginando tale percorso come un cammino comune delle sei Regioni meridionali continentali, le quali, mettendo a sistema i propri assets in un quadro di azione macroregionale, possano – sotto la guida di un ente ad hoc di gestione e con una ripartizione efficiente delle risorse (europee e private) – ridare al Sud gli strumenti e le condizioni necessari per poter camminare sulle proprie gambe, risalire la china economica e occupazionale e, in seguito, perseguire anche l’ipotesi di guadagnare potere di trattativa nei confronti del governo centrale e delle istituzioni europee, al fine di negoziare maggiori margini di autonomia gestionale e beneficiare della maggiore flessibilità offerta da forme di regionalismo differenziato, non diverse da quelle che oggi sono in fase di definizione per alcune Regioni del Nord. Tutto questo non può prescindere, pena il fallimento, da un serio piano di revisione delle competenze amministrative territoriali che chiudano la grave parentesi di confusione e immobilismo seguita alla riforma Delrio.

Il documento è composto da due sezioni e quattro capitoli. La prima sezione approfondisce il sistema macroregionale dal punto di vista normativo e istituzionale, ne delinea le coordinate dal punto di vista costituzionale, della rappresentanza democratica e dei nuovi equilibri tra i poteri e pone le basi per il necessario riassetto degli enti locali Sub-regionali (Province e Comuni), oltre che della rappresentanza dello Stato sul territorio attraverso le Prefetture. La seconda, focalizzata esclusivamente sul Sud e sull’ipotesi di applicazione del sistema macroregionale sulla parte meridionale della Penisola, delinea un nuovo coordinamento e potenziamento dell’utilizzo delle risorse economiche, seguendo un modus operandi che faccia prevalere il principio funzionale e l’applicazione strategica rispetto a quello della classica suddivisione per competenze. Nel perseguimento dello scopo di semplificazione e utilizzo virtuoso di tutte le risorse e nella consapevolezza che la trasformazione da singole Regioni a Macroregione necessiti – sopratutto al Sud – di una fase di transizione, l’idea è quella di applicare una sorta di legislazione transitoria di emergenza, con l’istituzione di un Commissario straordinario e di un’Agenzia speciale che possa operativamente affiancare il nuovo soggetto macroregionale nella gestione economica dei fondi e nel rilancio dell’economia Meridionale.

 

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