05 Marzo 2012   •  News

Criminalità organizzata al nord: Modena ed Emilia Romagna ex isole felici

Redazione

Il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, nel corso della recente audizione al Senato della Commissione bicamerale antimafia, ha lanciato un allarme sulla presenza della criminalità organizzata al Nord. Il ministro ha definito poco attuale e fuorviante l’analisi secondo la quale l’infiltrazione al Nord riguarderebbe principalmente il riciclaggio e il reinvestimento di capitali illeciti. Anche al Nord, secondo il ministro, si stanno affermando atteggiamenti omertosi che sembrano replicare comportamenti tipici di altri scenari geografici. In questo senso, preoccupa la “pressochè totale assenza di segnali reattivi”.

Spesso, con grossolana approssimazione, si parla genericamente di mafia, che è invece un fenomeno malavitoso tipico della Sicilia Più corretto appare parlare di criminalità organizzata, ricomprendendo in questa definizione, oltre alla mafia siciliana, anche la camorra campana, la ndrangheta calabrese e la sacra corona unita pugliese.

Fatta questa premessa terminologica, vi è da chiedersi: la criminalità organizzata è presente e attiva anche nella nostra Modena? La risposta è tristemente affermativa. E a confermarlo non ci sono solamente gli arresti compiuti sul nostro territorio di personaggi legati ai vari clan, fra cui quello violentemente rozzo e temibile dei casalesi. Ci sono anche i provvedimenti di tutela disposti dalla prefettura nei confronti del pm Lucia Musti e del giornalista Giovanni Tizian. E ci sono i 107 beni sequestrati alla criminalità in Emilia Romagna, fra cui immobili e imprese.

I Rapporti che vengono redatti annualmente dal dipartimento della pubblica sicurezza del Viminale mettono in evidenza, ormai da molto tempo, che l’Emilia e Modena non possono più considerarsi una terra felice. I casalesi, per esempio, sono presenti da molti anni e sono egemoni in alcuni settori economici. E’ certamente ingiusto identificare un particolare tipo di criminalità con l’origine da un determinato paese. Ingiusto e offensivo nei confronti dei tanti abitanti di Casal di Principe che vivono e lavorano onestamente (peraltro i casalesi sono una organizzazione che si estende dal casertano fino alla zona nord di Napoli). Ma, nondimeno, le indagini hanno fatto emergere situazioni che destano allarme.

Anche esperienze di vita quotidiana ci inducono a considerare presente sul territorio la malavita organizzata. Ricordo, ad esempio, quando già molti anni addietro mio padre, imprenditore edile, asseriva che il clima non era più quello di una volta. Gli esempi da portare sarebbero numerosi: il piccolo industriale che confida come ai vecchi fornitori se ne stiano sostituendo altri; il negoziante che ha ceduto ai benevoli consigli di acquistare certe mozzarelle; il commerciante che cede il negozio di famiglia per lasciar posto al minimarket; l’agente immobiliare che racconta come anche in questo momento di crisi economica alcuni personaggi acquistino senza prestare particolare attenzione al prezzo.

 Molti di noi avrebbero altre storie simili a queste da raccontare. E occorre riconoscere che spesso la percezione dei fenomeni precede la prova dei fatti.

Quando nel 1991 fu emanato il decreto legge 164 che consentiva lo scioglimento dei consigli comunali infiltrati e condizionati dalla criminalità organizzata mi trovai personalmente di fronte a situazioni che avevano addirittura dell’inverosimile. Come quelle del latitante che votava alle elezioni del suo paese o del boss casalese che convocava gli assessori a suo piacimento nella propria abitazione blindata. In pochi anni sciogliemmo decine e decine di consigli comunali campani, calabresi, siciliani e pugliesi.

A volte, al termine del periodo di gestione commissariale (che per legge è piuttosto lungo), venivano nuovamente elette al consiglio comunale le stesse persone che erano state alla base del provvedimento di scioglimento, comportando così la necessità di decretare un ulteriore provvedimento. E’ quanto accadde, ad esempio, a Casal di Principe e in numerosi altri comuni del casertano dove – evidentemente – non erano nel frattempo maturate le condizioni per il ritorno alla legalità.

Fu un’esperienza appassionante ma anche molto dura e che, per quanto mi riguarda personalmente, durò fino a quando il mio superiore, un prefetto di straordinaria saggezza e preveggenza, ritenne che fossi “sovraesposto” e propiziò il mio passaggio alla segreteria tecnica del ministro.

Ricordo questa esperienza per un motivo. In vent’anni di applicazione della normativa fu sciolto un solo comune del Nord: si trattava di Bardonecchia, dove la ndrangheta calabrese era riuscita a mettere le mani sul consiglio comunale. La musica ora è cambiata. In questi ultimi mesi sono stati sciolti gli organi di ben altri due comuni del nord: Bordighera e Ventimiglia. Segno che la criminalità organizzata sta permeando sempre più invasivamente il tessuto sociale e politico.

Occorre dunque assumere piena consapevolezza del fatto che il fenomeno si è esteso dalle originarie regioni del Mezzogiorno all’Italia settentrionale e che oggi nessuno può più illudersi di vivere su di un’isola incontaminata. E non bisogna neppure incorrere nell’errore di percepire la questione solo come un problema criminale al quale dare una risposta solamente repressiva. Come ha spiegato il ministro Cancellieri, il fenomeno “evoca aspetti di tale complessità sul piano sociale, culturale e soprattutto politico, da richiedere un impegno severo e profondo”.