“Rappresentanza senza populismi”

1.2017

Questo fascicolo di Percorsi, nella sua parte monografica, esamina e discute un aspetto riscontrabile in numerose democrazie contemporanee, che è la crisi della rappresentanza politica. Certo, è entrato in crisi quel modo tradizionale di essere della rappresentanza politica: ovvero il mandato a rappresentare la nazione, la responsabilit affidata a chi rappresenta, i partiti politici quali associazioni che rappresentano l’elettorato, l’esercizio della funzione legislativa quale compito primario delle assemblee rappresentative, e così pure la funzione di controllo.

Ancora: la crisi della rappresentanza è altresì determinata dalla difficoltà di trovare un equilibrio, meglio una sintesi tra il rappresentare e il governare. E quindi quale formula elettorale e di governo adottare per non comprimere la rappresentanza ma nel contempo valorizzare la governabilità. Rappresentare e governare, infatti, è il difficile crinale su cui si muovono le forme di governo delle democrazie odierne. Pertanto, i sistemi elettorali – che sono strumentali alla definizione della forma di governo – dovrebbero essere pensati e realizzati allo scopo di favorire la ricerca di un equilibrio fra le esigenze della rappresentanza e quelle della governabilità: una sorta di “leale collaborazione”, per così dire, fra il pluralismo politico e l’unità dell’indirizzo politico governativo. Certo, nulla di statico e solido; pur sempre affidato alle dinamiche e alle dialettiche della politica, ma in una cornice normativa che incentiva la “leale collaborazione”, di cui si è detto.

La crisi della rappresentanza è anche crisi del rappresentato, che ha smarrito i suoi riferimenti politici e istituzionali. Vuoi per la liquefazione dei partiti, sempre meno “ponte” fra la società politica e la società civile, come un tempo si diceva; vuoi per la perdita di centralità del Parlamento, quale organo non più decidente; vuoi, ancora, per la scomparsa del rapporto fra rappresentante e territorio, e quindi la presenza dell’eletto quale espressione di un collegio elettorale. La rappresentanza politica ha poi abdicato ad altre forme rappresentative: quelle degli interessi, per il tramite delle lobbies; quelle territoriali, in virtù di un’accentuazione del decentramento politico e amministrativo; quelle di genere, che spingono verso una rappresentanza paritaria forzata attraverso leggi e norme costituzionali.

La rappresentanza politica si è quindi parcellizzata, anche per effetto di un’accentuazione del pluralismo sociale che appare non più comprimibile nel solo perimetro parlamentare. Né tantomeno nella cornice sindacale, che mostra anch’essa significativi fenomeni di crisi rappresentativa. È in crisi la delega a decidere: non rivendicabile sulla base di una rinnovata valorizzazione del principio costituzionale della sovranità popolare, ma piuttosto su una (ancora) confusa forma di interventismo diretto, che vorrebbe trovare nel web la sua capacità di esternazione e di decisione. Ed è così, invece, che si viene a manifestare, in maniera esplicita, la crisi del rappresentato, di colui che cerca altrove forma e sostanza per esprimere il suo pensiero, e vederlo risolto in azione, scartando l’opzione tradizionale della rappresentanza politica per il tramite del voto, che assume effettività con il principio maggioritario.

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31 luglio 2017   •