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Si torna a parlare di cittadinanza. L’argomento è tornato nel dibattito pubblico dopo il discorso del nuovo Segretario del PD Enrico Letta, con particolare riferimento ai nati in Italia da cittadini stranieri. 

Nell’ambito dei vari progetti di riforma della legge sulla cittadinanza, la n. 91 del 1992, il punto focale è proprio quello dei nativi.

Attualmente, chi nasce in Italia da genitori stranieri non acquista automaticamente la cittadinanza italiana, ma mantiene quella dei genitori. Tuttavia, al compimento del diciottesimo anno di età, lo straniero nato in Italia – e sempre regolarmente residente – può chiedere, entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, di ottenere la cittadinanza italiana. La legge italiana dispone, pertanto, che l’interessato, una volta divenuto maggiorenne, possa divenire cittadino italiano per scelta e non per automatismo.

Il tema è oggetto di ampio dibattito politico, per cui ci limitiamo in questa sede a effettuare alcune osservazioni di carattere tecnico, soprattutto a vantaggio di chi non ha completa dimestichezza con la materia.

Jus sanguinis e jus soli

Preliminarmente, occorre ricordare che i requisiti per la concessione della cittadinanza fanno riferimento, nella maggior parte dei Paesi, a due criteri fondamentali: lo jus sanguinis e lo jus soli.

In base allo jus sanguinis il figlio acquista la medesima cittadinanza dei genitori, indipendentemente dal luogo di nascita. In base allo jus soli, invece, il figlio acquista la cittadinanza del Paese in cui nasce, anche se i genitori sono cittadini di un altro Stato. E’ però da dire che quasi tutte le legislazioni adottano un mix dei due criteri, propendendo, a seconda delle nazioni, più per l’uno o più per l’altro.

La legislazione italiana è basata principalmente sullo jus sanguinis, per cui il figlio nato da padre italiano o da madre italiana è cittadino italiano. L’acquisto della cittadinanza italiana secondo lo jus soli è limitato solo ad alcuni casi specifici. Vi è anche un terzo modo per acquistare la cittadinanza italiana, cioè la juris communicatio, consistente nella trasmissione della cittadinanza all’interno della famiglia in seguito a matrimonio, riconoscimento, dichiarazione giudiziale di filiazione e adozione.

La ratio della normativa italiana, basata su una richiesta di acquisto della cittadinanza anziché sulla acquisizione automatica, risiede, per i sostenitori dello status quo, nella necessità di rendere consapevole lo straniero della scelta che sta compiendo, manifestando esplicitamente la sua volontà di diventare parte integrante di un sistema sociale e di aderire ai suoi valori fondanti. Non è questo un fatto da sottovalutare, se si pensa che dalla famiglia di origine il minore potrebbe avere acquisito valori e concezioni di vita incompatibili con quelli vigenti. Per gli appassionati, si ricorda il punto di vista della Chiesa cattolica, contenuto al n. 386 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa: “Ciò che caratterizza in primo luogo un popolo è la condivisione di vita e valori, che è fonte di comunione a livello spirituale e morale”.

Non è comunque certo che l’attuale legislazione ponga al riparo da possibili rischi, come alcuni casi limite hanno dimostrato: si ricorderà che gli attentati di Londra furono compiuti da immigrati di seconda generazione perfettamente integrati nel tessuto occidentale e che i servizi di Intelligence hanno più volte segnalato la presenza nei campi di addestramento militare afghani di persone naturalizzate in Occidente.

Coloro che sostengono l’opportunità di modificare la normativa vigente ritengono, invece, che il figlio di stranieri che sia nato in Italia, parli italiano, frequenti scuole italiane ed altro, possa (o debba) acquistare la cittadinanza senza dovere attendere la maggiore età. Secondo questi ultimi, l’acquisto della cittadinanza del minore straniero dovrebbe avvenire, secondo i punti di vista, o di diritto oppure su richiesta dei genitori. 

L’ipotesi di acquisto ope legis, invero, potrebbe sembrare anche autoritaria: poniamo il caso dei nostri immigrati in Germania, Belgio, o Australia e chiediamoci se sarebbero contenti del fatto che i loro figli, per essere nati in quei Paesi, ne diventino anche automaticamente cittadini. L’ipotesi di subordinare l’acquisto della cittadinanza ad una manifestazione di volontà sembra, invero, più rispettosa del principio di libertà.

Esperienze estere

Ma come si comportano gli altri Paesi? Gli Stati Uniti costituiscono una eccezione, in quanto applicano tout court lo jus soli. E’ cioè sufficiente nascere in uno degli Stati dell’Unione per essere americano. La particolarità degli Stati Uniti deriva dal fatto che essi sono un coacervo di etnie e culture, una nazione di nazioni. Non esistendo una identità nazionale di riferimento il criterio culturale non poteva costituire il collante per sentirsi popolo.

In Francia il bambino nato sul suolo francese da genitori stranieri acquisisce automaticamente la cittadinanza al momento della maggiore età se, a quella data, ha la propria residenza in Francia o vi ha avuto la propria residenza abituale per un periodo, continuo o discontinuo, di almeno cinque anni dall’età di undici anni in poi. E’ inoltre francese per nascita il figlio, naturale o legittimo, nato in Francia quando almeno uno dei due genitori vi sia nato, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta.

In Germania la cittadinanza si ottiene per nascita purché almeno uno dei due genitori risieda abitualmente e legalmente nel Paese da almeno otto anni e goda del diritto di soggiorno a tempo indeterminato. I bambini che divengono cittadini tedeschi in base allo jus soli acquisiscono contemporaneamente anche la cittadinanza dei genitori stranieri, ma entro cinque anni dal compimento della maggiore età devono dichiarare quale delle due cittadinanze intendono mantenere. Nel caso non effettuino alcuna dichiarazione ufficiale entro tale termine essi perdono la cittadinanza tedesca.

Nel Regno Unito il bambino nato sul suolo nazionale diventa cittadino se uno dei genitori è già cittadino britannico al momento della nascita, oppure uno dei genitori, non cittadino britannico, si sia stabilito nel Regno Unito e vi risieda a tempo indeterminato e senza soggiacere ai limiti temporali previsti dalla legislazione in tema di immigrazione. Qualora, al momento della nascita, nessuno dei due genitori sia cittadino britannico, la persona nata sul territorio nazionale ha la possibilità di chiedere la cittadinanza se abbia vissuto nel Regno Unito per i dieci anni successivi alla nascita.

In Olanda la cittadinanza per diritto di nascita è riconosciuta solo alla seconda generazione di immigrati. La prima generazione nata da genitori stranieri conserva invece la cittadinanza dei genitori, ma per coloro che hanno trascorso la maggior parte della vita in Olanda è possibile acquistare la cittadinanza al compimento del diciottesimo anno.

In Belgio la cittadinanza si ottiene automaticamente per essere nati sul suolo nazionale, ma al compimento del diciottesimo anno di età, oppure al dodicesimo se i genitori sono residenti da almeno dieci anni.

In Spagna il figlio di stranieri ottiene la cittadinanza se almeno uno dei genitori (seppur di cittadinanza diversa) sia nato in Spagna.

In Portogallo il figlio ottiene la cittadinanza se i genitori sono residenti da almeno dieci anni, mentre sono previsti termini più brevi per chi proviene da paesi di lingua portoghese.

Conclusioni

Senza entrare nel merito del dibattito politico si osserva che – come anche le esperienze estere dimostrano – le soluzioni adottabili possono consistere in un mix dei due criteri che sovrintendono alla concessione della cittadinanza.

Una soluzione equilibrata dovrebbe probabilmente dover tener conto anche delle nascite “di passaggio”, cioè dei figli di genitori che non intendono stabilire in Italia la propria residenza in via permanente.

Qualora dovesse passare il principio che è sufficiente nascere sul territorio nazionale per acquisire la cittadinanza italiana è ragionevole ipotizzare che aumenterebbe il numero delle nascite in Italia allo scopo di ottenere la cittadinanza.

Per questo è importante condurre una analisi molto documentata del problema anche dal punto di vista tecnico, oltre che politico.