21 Gennaio 2008   •  News

Anticlericali di ieri e di oggi. C'e' qualcosa di nuovo sotto il sole

Redazione

Gli avvenimenti di questi ultimi giorni hanno finalmente messo sotto gli occhi di tutti un  fenomeno politico-culturale che i più avvertiti sentivano nell’aria da qualche tempo: la rinascita impetuosa (in diversi settori della cultura italiana, del mondo accademico e dell’informazione, della cosiddetta  “società civile”) di un forte e conclamato atteggiamento anticlericale. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, non si tratta certo di una novità. In effetti, anche senza riandare all’assalto del 1881 contro il funerale notturno di Pio IX,  alle fragorose campagne dell’«Asino» di Podrecca e Galantara o alle agitazioni dei “partiti popolari” dell’età giolittiana, basta concentrarsi sulla storia dell’Italia repubblicana, per individuarvi ritornanti ondate di anticlericalismo diffuso. La “supplenza” svolta dalla Chiesa negli anni della guerra civile (quando fu l’unica istituzione a cui gli italiani di ogni tendenza poterono sicuramente rivolgersi) e quindi la generale riconoscenza che l’opinione pubblica a lungo le serbò, vanificarono le previsioni (e le speranze) di quanti, fra i fuorusciti antifascisti, avevano dato per sicura una diffusa reazione alle sue “compromissioni” col regime appena caduto. Ma tra guerra e dopoguerra non pochi furono i sacerdoti (una recente indagine di Roberto Beretta lo ha ben documentato), che caddero vittime dei risentimenti, delle vendette, dell’odio di classe da parte di alcune frange dei vincitori. Un anticlericalismo prevalentemente satirico si sviluppò dopo le elezioni del 2 giugno 1946: nacque allora il «Don Basilio», che tanto scandalo avrebbe suscitato negli ambienti vaticani e democristiani. Più attrezzata culturalmente fu la campagna anticlericale della seconda metà degli anni Cinquanta, che accompagnò la gestazione  della politica di centro-sinistra: ne furono promotori gli ambienti del neonato Partito radicale, allora fortemente presente in due prestigiosi settimanali come «Il Mondo» di Mario Pannunzio e «L’Espresso» di Arrigo Benedetti. Erano gli ultimi anni del pontificato di Pio XII, dominati – così almeno si diceva – dai potentissimi cardinali reazionari del Pentagono vaticano denunziato da Carlo Falconi. Infine le grandi campagne radicali per il divorzio e l’aborto degli anni Settanta fecero di nuovo risuonare note anticlericali, anche se non direi che esse ne abbiano costituito il motivo di fondo.

2. Una spiegazione consueta descrive questi fenomeni come una reazione all’invadenza ecclesiastica, a una ripresa di iniziativa (avvertita subito come una “minaccia”) da parte della gerarchia o del Vaticano: insomma – come direbbero i sociologi –  come un “fenomeno secondario”. Ma è davvero così? Si ha l’impressione che le cose siano in realtà  più complesse. Fino a una cinquantina d’anni fa era prevalente un anticlericalismo a sfondo (potremmo dire) kantiano: esso era una forma di risentito moralismo contro i residui della Controriforma, la venalità dei preti, le loro inframmettenze nella politica, la morale lassista che veniva considerata tipica del cattolicesimo e corruttrice del carattere italiano. Tale anticlericalismo si diceva portatore di un cristianesimo filosofico-morale ben più genuino di quello ecclesiastico: «Io, modestamente, – scriveva Benedetto Croce nel 1947 –  so di vivere in un continuo colloquio con Dio, così serio e intenso che molti cattolici e molti preti non hanno mai sentito nella loro anima». Da parte sua, Gaetano Salvemini scriveva nel suo testamento del 1957: «Se ammirare e cercare di seguire gli insegnamenti morali di Gesù Cristo, senza curarsi se Gesù sia stato figlio di Dio o no, o abbia designato dei suoi successori, è essere cristiano, intendo morire da cristiano, come cercai di vivere, senza purtroppo esserci riuscito. Ma cessai di essere cattolico quando avevo diciotto anni, e intendo morire fuori della chiesa cattolica, senza equivoci di sorta». Ne esisteva anche uno di matrice cattolica, che denunziava l’autoritarismo e le chiusure della gerarchia e che – in linea con una tradizione che risaliva al giansenismo  sei-settecentesco –  sperava in una politica fortemente laica da parte dello Stato proprio in vista di una purificazione e di una riforma della Chiesa: così molti dei nostri modernisti guardarono con grande simpatia alle leggi francesi di separazione del 1905, di cui invece alcuni laici come Francesco Ruffini sottolineavano gli elementi illiberali. Fra queste due anime furono perciò possibili scambi, amicizie e collaborazioni: insomma percorsi comuni. Ma già allora era presente un altro atteggiamento anticlericale: quello (potremmo dire) “primario”, che resta costantemente “sotto pelle”, anche nei periodi di bonaccia, ma che riemerge vivacemente nelle situazioni di movimento. Esso nasce da un atteggiamento di compatimento, quando non di vero e proprio disprezzo, del dato religioso, che viene considerato una specie di residuato storico: si può tollerarlo quando non pretende di avere rilevanza sociale, ma deve essere ferocemente attaccato allorché sembra rialzare la testa. E siccome quel dato è vissuto come un elemento di resistenza al progresso, che cerca privilegi politici o legislativi per resistere a un fatale tramonto, la mobilitazione che provoca è particolarmente martellante e intensa: tutti gli “illuminati” sentono il dovere di  aderirvi.   Questo tipo di anticlericalismo è spesso diventato (e ridiventa oggi) un rilevante elemento di mobilitazione politica e culturale. Quando? Uomini diversissimi come  Salvemini prima della grande guerra e Togliatti dopo la seconda, rispondevano a questo quesito più o meno allo stesso modo: quando non si trova niente di meglio. Allorché determinati ambienti politici e culturali hanno difficoltà a elaborare strategie di ampio respiro, a tessere orditi complessi e ambiziosi, o sono stati costretti dalle dure repliche della storia a un ridimensionamento drastico dei loro progetti; quando vogliono sottolineare una logica di minoranza, a cui ormai sono rassegnati, si rifugiano nella propaganda anticlericale, che costa poco e, nel breve periodo, paga.  Essa è, insomma,  sintomo di un vuoto politico (Togliatti parlava, anzi, di «disperazione politica»), che si cerca di riempire con escamotages retorici, pose gladiatorie e ardimenti puramente verbali. Scendendo per un istante sul terreno della politica quotidiana, ma non è questo il caso del quotidiano «Il Manifesto», dei laici intemerati (da Boselli a Pecoraro Scanio) che pullulano nelle formazioni a sinistra del Partito democratico? Dello stesso Partito radicale, la cui esperienza di governo è così poco esaltante, che sente il bisogno di mostrare i muscoli nei temi a lui più consueti? 3. Credo, tuttavia,  che negli ultimi decenni siano emersi elementi nuovi, che mutano, almeno in parte,  il quadro ora abbozzato. Innanzitutto la fine di un partito come il PCI, che giudicò sempre politicamente sterile l’anticlericalismo e lo arginò con una serie di scelte di grande significato come, all’Assemblea costituente, il voto favorevole all’art. 7 e, in seguito, l’opposizione a ogni iniziativa che mirasse all’abrogazione o alla modifica unilaterale del Concordato. L’area politico-culturale che occupava è oggi invece sempre più egemonizzata da una mentalità “borghese” (Ortega y Gasset evocherebbe la figura del “signorino soddisfatto”), convinta che la vita consista nello sviluppare ad libitum la propria soggettività e che tutto ciò che ostacola tale sviluppo sia una minaccia “reazionaria” che deve essere bloccata. Come aveva previsto Augusto Del Noce, alla “decomposizione del marxismo” è subentrata una mentalità neo-radicale, non più patrimonio di ristrette élites intellettuali, ma tendenzialmente di massa. Anche qui gli esempi non mancano: basti pensare al destino del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e allo scempio che sta facendo di questa tradizione anti-anticlericale. In secondo luogo, oggi è in via di estinzione quello che ho chiamato l’anticlericalismo “kantiano”, perché potenzialmente in contrasto con la suddetta mentalità radicale. Di fronte ai temi sensibili dell’etica contemporanea, i suoi ultimi rappresentanti hanno avuto difficoltà a conformarvisi: Norberto Bobbio si diceva perplesso sul problema dell’aborto ed è difficile immaginare Sandro Pertini alle prese con i Dico. L’estrema vecchiezza di un cattolico malpensante come Arturo Carlo Jemolo fu amareggiata dalla pubblicazione di Porci con le ali, il libro scritto dal nipote Marco Lombardo Radice, al cui successo il vecchio professore non sapeva rassegnarsi. Il nuovo libertinismo di massa colora, dunque, anche l’anticlericalismo di sfumature nuove. Mentre il laicismo di Bobbio poteva convivere con un cristianesimo filosofico (l’unico vero cristianesimo ormai possibile, si diceva), l’anticlericalismo contemporaneo si coniuga sempre più con un’opzione nettamente antireligiosa e ateistica: i marxisti di una volta avrebbero parlato di un “materialismo volgare”, che di frequente si converte in uno scientismo acritico e aggressivo. Queste posizioni costituiscono un problema non da poco per il “cattolicesimo democratico” , anche per quello più alieno da ogni discorso identitario e più disposto allo “svuotamento”: in esso serpeggiano ostilità diffuse  verso questo Papa e i suoi uomini (ah! i protratti silenzi e le tardive espressioni di solidarietà di Romano Prodi!), ma – a meno che non voglia privarsi di ogni retroterra ecclesiale ed… elettorale – è difficile che possa uniformarsi del tutto ai discorsi dei vari Odifreddi e dei loro mentori mediatici. Questo dualismo – a mio modo di vedere – costituisce forse il problema principale del neonato Partito democratico.

Ma c’è un’ultima osservazione da aggiungere: i nuovi atteggiamenti anticlericali qui sommariamente evocati sono entrati stabilmente in quel “canone” , che costituisce il “perbenismo interessato” (come cantava Guccini) di questi anni. In quello del cantautore della nostra giovinezza, Dio moriva per poi risorgere, nell’attuale sembrerebbe morto per sempre. Come ogni perbenismo, questo “anticlericalismo obbligatorio” in nome della tolleranza – lo hanno spiegato benissimo Ernesto Galli della Loggia sul «Corriere» e Giancarlo Loquenzi su questo giornale – risulta invece sottilmente sopraffattorio: sembra ardito e prometeico, in realtà è conformista.