02 Marzo 2007  

Autodafè

Redazione

 

da Lindau

Quando si parla di antisemitismo, il pensiero corre alle persecuzioni degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, sfociate nell’Olocausto. E il confronto con l’oggi porta a concludere che quel problema è stato sostanzialmente superato, o riemerge in forme episodiche e molto circoscritte, che a qualcuno possono sembrare perfino folkloristiche. Ma l’antisemitismo a sfondo razziale, così intimamente associato al nazismo, rappresentò un’aberrazione rispetto all’odio antiebraico che lo aveva preceduto.

Tutte le più vecchie forme di pregiudizio antiebraico – dalle dottrine cristiane al disprezzo marxista per gli ebrei, all’ostilità antiebraica di liberali e illuministi – avevano in realtà un altro elemento in comune: per gli antisemiti, gli ebrei avevano «un problema» (di natura religiosa o sociale, o socio-economica, o storica), che era parte della loro identità e che costituiva un ostacolo alla loro piena integrazione nella società. Essi avrebbero potuto «salvarsi» convertendosi, assimilandosi, o unendosi alle forze della rivoluzione. E, in effetti, in tutti quei casi in cui gli ebrei cedettero al doppio ricatto di minacce e lusinghe, ottennero non solo uguaglianza e integrazione, ma spesso alte cariche e importanti onorificenze.

L’antisemitismo attuale è una variante di questo vecchio pregiudizio: trova come scusa non un supposto tratto biologico malvagio, bensì un’opinione e un comportamento degli ebrei nei confronti d’Israele che sono espressione, prima di tutto, della loro identità. Nel clima attuale, si assiste insomma all’emarginazione di ebrei filo-israeliani o a una crescente pressione su di loro perché abbandonino le loro posizioni su Israele e Medio Oriente e si conformino al paradigma dominante. Le loro opinioni trovano sempre meno spazio sui giornali europei ed è possibile che la narrativa storiografica revisionista che forma il nucleo accademico di delegittimazione d’Israele, vinca la battaglia dei libri di testo negli atenei e trionfi sugli scaffali delle librerie (rendendo sempre più precaria tra le élite la posizione di Israele e degli ebrei che lo sostengono).

Naturalmente, una dissociazione chiara (e, se possibile, frequentemente ribadita) da Israele e dalla sua politica può rendere gli ebrei che la pronunciano socialmente più accettabili.

EMANUELE OTTOLENGHI è nato a Bologna. Ha conseguito la laurea in Scienze Politiche all’Università di Bologna e un Ph.D. all’Università Ebraica di Gerusalemme. Dal 1998 al 2006 ha insegnato Storia d’Israele all’Università di Oxford, dov’era Leone Ginzburg Senior Fellow in Israel Studies presso l’Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies e il Middle East Centre del St. Antony’s College. Da settembre 2006 dirige il Transatlantic Institute di Bruxelles.