04 Marzo 2021   •  I testi / Punti di vista / News / In Evidenza

Cancellierato e sfiducia costruttiva: perché ora il Parlamento può fare le riforme

Redazione

Riproponiamo l’editoriale a firma di Antonio Polito, pubblicato sul Corriere della Sera, sulla proposta di riforma costituzionale in materia di cancellierato e sfiducia costruttiva depositata in Senato dal Sen. Gaetano Quagliariello, Presidente della Fondazione Magna Carta

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Mentre il governo Draghi governa, che farà il Parlamento, oltre a svolgere la sua funzione di controllo? Si può sfruttare questo raro momento di unità nazionale per rimettere mano al nostro sistema istituzionale, per una nuova fase costituente?

Il primo progetto di riforma costituzionale dell’era Draghi è stato presentato dal senatore Quagliariello, del gruppo «Cambiamo». Il fatto che si tratti dello stesso firmatario del primo disegno di legge per il taglio dei parlamentari, che fu poi fatto proprio dalla maggioranza del Conte I e arrivò felicemente in porto, fa ben sperare.

Il tempo per riscrivere in questa legislatura, almeno in parte e senza velleità di Grande Riforma, regole che da tempo non funzionano più, del resto c’è. Si terrebbe così fede alla promessa fatta agli italiani al momento dell’ultimo referendum, quando i partiti del sì giurarono che il taglio dei parlamentari non sarebbe rimasto un fatto isolato, un atto demagogico, ma avrebbe riaperto la stagione delle riforme.

Il meccanismo previsto da Quagliariello è ingegnoso. Cambiando solo tre articoli della Costituzione, il 92, 94 e 95, introduce il sistema del Cancellierato, a lungo e da più parti invocato. La chiave di tutto è la novità del voto di fiducia in seduta comune, a Camere riunite. Ora che i parlamentari sono stati ridotti a 600 si può. Ciò apre le porte al meccanismo della «sfiducia costruttiva», che oggi non sarebbe possibile (perché le due Camere potrebbero esprimere orientamenti diversi). Vuol dire che per far cadere un governo non basterebbe un agguato parlamentare o una crisi extra parlamentare, ma si dovrebbe approvare una mozione di sfiducia motivata, contenente cioè anche l’indicazione di un altro governo e di un altro presidente del Consiglio. In sostanza: un governo viene rimosso solo quando c’è già la maggioranza per il successivo. Niente più crisi al buio. È il modello tedesco del Cancellierato.

Il Presidente del Consiglio sarebbe nominato dal Capo dello Stato, e una volta ottenuta la fiducia avrebbe il potere di nominare i ministri (e quindi anche di revocarli, rimuoverli o sostituirli). Sarebbe insomma il capo del suo governo, e non solo un «primus inter pares».

La proposta di Quagliariello è aperta, dovrebbe comunque trovare in Parlamento la sua definizione (per esempio, che succede quando il governo in carica pone la questione di fiducia?). Ma ha il vantaggio di cercare una nuova stabilità del sistema politico non negli artifici della legge elettorale, come ormai si fa con vorticosa e partigiana frenesia da quindici anni (il Porcellum è del 2005); bensì di spostare il punto di equilibrio nelle istituzioni e nella loro solidità.

Il sistema dei partiti è infatti ormai troppo «liquido» per reggere tutta l’impalcatura. Dal 2018 abbiamo già avuto tre maggioranze completamente diverse l’una dall’altra. E, per quanto questa volta ci sia andata bene con Draghi, non può sfuggire a nessuno che siamo ormai al quarto premier non parlamentare, cioè non selezionato nella competizione elettorale, in dieci anni. Per evitare un Parlamento sempre più trasformista e disossato, qualsiasi nuova legge elettorale dovrebbe dunque essere «appesa» a un sistema robusto, che garantisca al capo del governo di non essere ostaggio di leadership errabonde e personali, esposto al ricatto e alle bizze di ogni componente, o dei suoi stessi ministri.

Sappiamo tutti che le riforme costituzionali non si mangiano, e il Paese è giustamente concentrato su altre urgenze. Né danno la felicità, nel senso che anche la più perfetta trama è esposta alla qualità degli uomini che saranno chiamati a interpretarla. La riforma della politica e dei partiti, per renderli più democratici e più dediti al «bene comune», viene prima di qualsiasi altra cosa. Ma questa richiede un processo storico. Nel frattempo una riforma del bicameralismo e del potere esecutivo, limitata negli obiettivi e chirurgica nei risultati, chiara e comprensibile per i cittadini, aiuterebbe, e molto. Se non quella di Quagliariello, un’altra. Ma è ora che l’ultimo Parlamento composto da 945 membri, e con molto tempo a disposizione, se ne occupi.

Per leggere in anteprima il testo integrale del disegno di legge costituzionale “Modifiche alla Costituzione per l’introduzione del Cancellierato mediante fiducia a Camere riunite, sfiducia costruttiva e revisione della disciplina di nomina e revoca dei Ministri” (AS 2114) CLICCA QUI