16 Ottobre 2011  

Chiesa, poliarchia e bene comune

Redazione

Norcia, 16 ottobre 2011

Il tema Chiesa, bene comune e poliarchia nasce, per quel che mi riguarda, dalla responsabilità di vescovo che è chiamato ad esercitare una riflessione teologica in rapporto all’impegno pastorale che richiede un esercizio ecclesiale di discernimento della realtà concreta della storia sia locale che del paese. Insomma è una vera e propria lettura dei “segni dei tempi”, come avrebbe detto Giovanni XXIII.

La fonte teologica dalla quale scaturisce l’impegno del credente per la vita sociale, pubblica, è il mistero dell’Eucaristia, in particolare la sua “mistica” sociale come dice Benedetto XVI nella Deus Caritas Est: “L’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti i cristiani. Diventiamo «un solo corpo», fusi insieme in un’unica esistenza. Amore per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti: il Dio incarnato ci attrae tutti a sé” (n. 14). La mistica sociale dell’Eucaristia si propone dunque come prima fondamentale risorsa per alimentare una visione non individualistica della fede, del ruolo della comunità cristiana nella storia e in definitiva della vita sociale stessa. Di qui scaturisce una prima fondamentale prospettiva sul rapporto tra l’Eucaristia e la Città.

L’Eucaristia è fonte e culmine della vita della Chiesa e dell’esperienza religiosa cristiana. Il dinamismo sociale messo in moto dall’Eucaristia è dunque la fonte della relazione tra la Chiesa e la Città. La Chiesa e la Città non sono estranee l’una all’altra, seppure sono distinte. Anzi, come dice il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium la Chiesa è “il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (n. l). La Chiesa e la Città non sono perfette in se stesse, non sono chiuse l’una all’altra e neppure sono impermeabili tra loro. La tentazione della esclusività della Città è stato il tratto distintivo di tutti i progetti ideologici che si sono trasformati in totalitarismi e che hanno riempito di sangue il secolo scorso. Ma anche la perfezione della Chiesa è tale solo in termini escatologici, essendo essa su questa terra semper reformanda. La Chiesa e la Città sono in intima relazione, quasi “interne” l’una all’altra. Questo tuttavia non vuol dire che sia facile interagire tra loro o che il rapporto sia dato una volta per tutte e sempre nello stesso modo. Ogni generazione cristiana, a seconda della situazione storica, è chiamata a riscoprire la relazione con la Città nella chiarezza della differenza e nella forza del legame. Si tratta di un cammino di discernimento che non si riduce alla semplice applicazione delle verità della fede alla concreta realtà storica, bensì all’umile e paziente ascolto della Parola di Dio – in consonanza con la Tradizione della Chiesa – che si rivela anche attraverso “i segni dei tempi” presenti nella vicenda umana. La Chiesa non si limita unicamente a proclamare principi, accetta piuttosto la sfida della costruzione storica assieme agli uomini di buona volontà perché la Città sia più giusta e più umana.

La Chiesa è chiamata poi – non da sola – a svolgere nella Città quel compito che potremmo chiamare di “relativizzazione” dei poteri, sia politici che economici, scientifici o tecnici, a volte persino religiosi, perché nessuno di essi pretenda di essere assoluto. L’esserci della Chiesa desacralizza, “laicizza” ogni potere, destituendolo da ogni pretesa sintetica e riportandolo a strumento di azioni misurabili, valutabili, imputabili. Questo dice l’insegnamento sociale della Chiesa quando propone il concetto di sussidiarietà. E questo oggi, in Italia e in Europa, significa criticare ogni pretesa di sovranità assoluta, inclusa quella della politica che si fa Stato. L’ambito della “politica” infatti è ben più vasto di quello dei partiti e richiede L’impegno di tutti i cittadini e di tutte le realtà vitali della Città. Per questo va “criticata” ogni chiusura e inamovibilità, ogni irresponsabilità e ogni “investitura” nell’esercizio dei pubblici poteri, politici o di altro ordine, pensati sullo schema ereditario. Del resto la stessa Scrittura, ed in particolare il Nuovo Testamento, ci propongono un’idea di poteri che reciprocamente si controllano e si limitano e lo spazio di questi poteri è per l’appunto la Città. Le lunghe controversie sul brano relativo al tributo da dare a Cesare (Mt 22,15-22) o su quello di Paolo: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite” (Rm 13,1), sostanziano la radice lontana e sempre attuale della riflessione sull’impegno dei cristiani nella vita pubblica. Dice Oscar Cullmann: “il Vangelo deve per principio fissare la propria attitudine nei confronti della polis presente, dello Stato presente, proprio in quanto ha lo sguardo rivolto alla comunità del secolo futuro”. È qui che si fonda la dimensione di relativizzazione cui accennavo poco fa.

Tale convinzione – che trova ragione sia nelle fonti della teoria sociale contemporanea che Nell’insegnamento sociale della Chiesa – mettere in evidenza la pluralità dei poteri sociali, la loro relazione e soprattutto la loro autonomia. C’è qui una convergenza tra le diverse scuole di pensiero che, tra le altre cose, alimentano proposte politiche indifferenti alla tradizionale frattura tra destra e sinistra. Penso al pensiero pluralista dei democratici americani, alle componenti pluraliste del laburismo inglese, al popolarismo di Sturzo, alle teorie degli ordini parziali della società dell’economia sociale di mercato tedesca. A me piace sintetizzare tutto questo nel tema della “poliarchia”, ossia di un modo di essere e di vedere la realtà sociale nella quale a nessuna sfera sociale (economia, politica, religione, etc.) è riservato un primato. La “divisione sociale dei poteri” relativizza infatti ogni potere. Tutti i poteri sociali, ciascuno Secondo il proprio ordine, servono il bene comune. “Avrebbe poca rispondenza con la nostra realtà ravvisare nello stato la res publica dell’ordine sociale, tutto il bene comune o anche solo il vertice gerarchico dell’intera società” (Luhmann). II bene comune non è monopolio di uno tra i poteri. È il frutto della loro continua relazione. L’insegnamento sociale della Chiesa – anche esso legato alla dinamica storica e all’esercizio del discernimento – ha individuato una grande sintonia con questo punto di vista che, del resto, ha radici nella storia del pensiero cristiano. Si pensi a questo proposito al contributo del pensiero di Agostino alla relativizzazione dei poteri sociali. Come dice Hugo Rahner “la Chiesa oppone un rifiuto eterno a qualsiasi stato voglia edificare soltanto su questa terra il regno della felicità definitiva o che, facendo oltremodo pesare le sue pretese, vuol costringere anche la religione nel suo ambito giuridico, che è l’unico ad avere valore”. La chiave di lettura pluralista è dunque quella che meglio consente una visione dinamica dello stesso principio di sussidiarietà elaborato nell’ambito dell’insegnamento sociale della Chiesa. Poliarchia significa dunque, a maggior ragione, piena cittadinanza nello spazio pubblico per tutte le “visioni del mondo”, dunque anche per il fatto religioso e per la comunità cristiana. Non si tratta affatto di un’invasione di campo. Il campo dello spazio pubblico non è riservato a nessuna istituzione in particolare. Al contrario solo un campo affollato di protagonisti capaci di dare spessore alla riflessione pubblica è in grado di far vivere una società che cresce, più giusta, più aperta, che si prende cura del bene comune cioè “dell’insieme delle condizioni sociali, grazie alle quali gli uomini possono perseguire il loro perfezionamento più riccamente o con maggiore facilità, cioè soprattutto della salvaguardia dei diritti della persona umana e dell’adempimento dei rispettivi doveri”, come dice il Concilio (Dignitatis Humanae n. 6).

La buona Città terrena è dunque pluriforme e non uniforme, poliarchica e non monarchica, democratica e non autoritaria: è, diremmo oggi, una Città aperta, mai chiusa e, come amava dire don Sturzo, pervasa da “sano agonismo”. In questa Città nessun ceto e nessuna singola istituzione è addetta o arbitra del bene comune, che deve essere, invece, misura dell’operato di ciascun individuo e di ciascun gruppo. E si badi bene, la Chiesa stessa non può arrogarsi il compito della sintesi. Semmai, possono esserci momenti nei quali, proprio per la sua natura paradossale, la Chiesa può offrire a tutti uno spazio di libertà, come avvenne, ad esempio, durante i momenti più bui dell’esperienza storica del novecento.

È la pratica del discernimento o, se si vuole, della fatica dell’interpretazione, a permettere tutto questo. E nella pratica dell’interpretazione non ci sono prima “i principi” e poi “la realtà” alla quale applicarli. Nel discernimento non c’è quindi prima una “dottrina sociale della Chiesa” e poi “la realtà sociale” alla quale applicarla. Il dinamismo del discernimento ha invece una sua sostanziale circolarità. La fatica di interpretare la situazione è infatti, in un’ottica cristiana, la fatica di comprendere il significato della obbedienza cui siamo chiamati, è accettare che la verità ha una forma più complessa di quanto spesso crediamo. Ha una forma che mette alla prova tanto l’intelletto quanto la volontà. Come scriveva il grande teologo von Balthasar in Abbattere i bastioni, la verità è ellittica, esige di essere guardata da più punti di vista e di assumere dunque la fatica di spostarsi, camminare dall’uno all’altro di questi punti. E la verità è temporalizzata, è una verità nel tempo. Il discernimento produce dunque giudizi, non principi. Giudizi fallibili, storicamente condizionati, aperti al confronto critico. Per questo il cammino di discernimento della Chiesa in Italia è fatto di un paziente dialogo tra la fede e la storia e non di una raccolta deduttiva di valori e di principi.

In questo orizzonte si pone anche il tema dei “principi non negoziabili”. Non posso affrontare con compiutezza questi temi, ma credo sia importante almeno accennare alla questione del riconoscimento di una giusta e relativa autonomia del diritto dalla morale senza voler ridurre il diritto alla legge, ossia al comando del potere politico. È uno dei passaggi più incisivi del recente intervento di Benedetto XVI al Bundestag. Vanno infatti rintracciati punti di convergenza tra diverse tradizioni di pensiero sulla base della ragione. Ecco perché è decisivo cercare di individuare un’area comune tra diversi filoni che convergono nel definire l’anteriorità della persona rispetto agli ordini sociali e agli ordini politici. Abbiamo di fronte un lavoro di dialogo e di comunicazione, ad esempio, tra l’idea dei principi etici non negoziabili, quella dei diritti morali (penso al giurista americano Dworkin) e quella dei diritti fondamentali (penso al giurista spagnolo Peces Barba), lungo un solco nel quale non sempre è facile distinguere tra diritto e morale e il diritto viene ad assumere contenuti morali. Su questo si può leggere con attenzione quanto viene indicato nella Nota dottrinale su alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, particolarmente al numero 3.

L’orizzonte della questione antropologica si popola inoltre di una serie di questioni cruciali che non hanno a che fare solo con l’ambito che normalmente identifichiamo con i problemi della bioetica e del biodiritto. Per fare qualche esempio, non sono sottratte a questo rapporto tra diritto e morale la questione del nuovo pluralismo nel sistema politico internazionale, il proliferare degli ordinamenti giuridici e le nuove fonti di regolamentazione nel campo delle relazioni internazionali, nel campo dell’economia globale, nel campo dei diritti sociali. Potremmo dire che la lista dei principi non negoziabili – come più volte ha ripetuto il cardinale Bagnasco – riguarda un ampio orizzonte sia bioetico che sociale, sebbene si debba tener conto di una interna gerarchia.

I principi etici non negoziabili, cioè in buona sostanza i diritti della persona in cui consiste essenzialmente il bene comune (Dignitatis Humanae n. 6) che è fine di tutta la società e non della sua sola dimensione politica, non sono pertanto protetti e difesi in primo luogo dalla legge, cioè da un particolare modo di esprimersi dell’esperienza giuridica e di quella politica. Come dice il documento preparatorio della Settimana sociale dei cattolici di Reggio Calabria “la nozione di bene comune non è compatibile con una teoria della società ‘al singolare’. La famiglia, le associazioni a scopi economici, politici, religiosi, e così via, hanno un’originalità che non può essere eliminata senza danno per il bene comune” (Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del paese n. 9). Se il bene comune è dunque affidato alla cura di tutte le sfere sociali così anche i principi non negoziabili sono tutelati e sviluppati da un concorso di azioni, dalla vitalità dell’associazionismo, dalla qualità del lavoro organizzato nell’attività di impresa, dal rigore e dall’apertura della scuola e dell’università, dalla capacità dei nostri contesti urbani di contrastare l’esclusione sociale e di produrre integrazione, dallo slancio operoso delle comunità religiose.

La lettura che vi ho proposto alimenta, a mio avviso, un modo fecondo ed efficace di affrontare le principali sfide che abbiamo di fronte a noi. Innanzi tutto la sfida che potremmo definire dell’anteriorità della persona, della sua costituzione intrinsecamente relazionale, in altre parole la sfida all’utilitarismo individualista che costituisce sovente il paradigma dominante nello spazio pubblico e che veste i panni di una presunta neutralità morale.

In secondo luogo la sfida della storicità e insieme necessità delle istituzioni, strumenti imperfetti ma costruzioni indispensabili per la crescita della persona, strumenti imperfetti ma allo stesso tempo costantemente esposti al rischio della sacralizzazione. In altri termini la sfida dei loro limiti e del loro reciproco controllarsi.

In terzo luogo la sfida dell’integrazione cioè della possibilità di coniugare pluralismo e rispetto della persona, abbandonando tutte le forme di multiculturalismo naif senza ricorrere a scontri di civiltà. E infine la sfida educativa che è essenzialmente recupero della dimensione dell’autorità e della asimmetria nel rapporto educativo, dentro un quadro istituzionale flessibile ed aperto ad un continuo cambiamento. È il grande tema della modernità riflessiva che rende impossibile, allo stesso tempo, il riproporsi di un modo statico e gerarchico di interpretare la tradizione e l’organizzazione della società e dunque anche dei suoi processi educativi e, dall’altro lato, l’utopia di un processo educativo senza istituzioni, di un processo educativo senza norme, di un processo educativo senza routine. Per questo la Chiesa italiana negli orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 torna a parlare di educazione. E lo fa volgendo lo sguardo verso se stessa e verso l’intera società italiana. “Ciò comporta la specifica responsabilità di educare al gusto dell’autentica bellezza della vita, sia nell’orizzonte proprio della fede, che matura nel dono pasquale della vita nuova, sia come prospettiva pedagogica e culturale, aperta alle donne e agli uomini di qualsiasi religione e cultura, ai non credenti, agli agnostici e a quanti cercano Dio.” (Educare alla vita buona del Vangelo n. 5).