08 Aprile 2009  

Da Percorsi Costituzionali una riflessione sul tema sicurezza

Redazione

La questione – per usare le parole del titolo di un noto testo sul costituzionalismo – è “antica e moderna” e, nei suoi termini essenziali, è riassumibile nelle seguenti domande: qual è il rapporto tra libertà e autorità, tra diritti dell’individuo e diritti dello Stato, tra garanzie individuali e sicurezza pubblica? Domande su cui la nostra dottrina ha indagato tante volte, sia sotto la vigenza dello Statuto Albertino, sia dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Con terminologie diverse si è parlato di “stato di assedio”, di “stato di necessità”, di “situazioni di crisi”, di “stato di emergenza”, di “situazioni di eccezione” e contestualmente della sospendibilità, ovvero della temporanea cessazione, in tali stati o situazioni, della efficacia dei diritti e delle libertà fondamentali. Ci si imbatte, innanzitutto, in un problema semantico, a fronte di una costellazione di voci utilizzate nel lessico giuridico, non essendosi mai chiarito quale sia il quid proprium di ciascun termine. Per l’ordinamento italiano la situazione è resa vieppiù complicata dal fatto che la nostra Costituzione, a differenza di altre, non contempla disposizioni sugli stati di emergenza. I motivi sono più che noti e non è necessario soffermarsi. Fatto sta che a dir poco volatile è rimasta sempre la questione di fondo, ovvero se per ragioni di sicurezza collettiva, o appunto di necessità, di emergenza, ecc., debba ritenersi possibile, e in che misura, la temporanea quiescenza delle libertà democratiche. Inutile dire che dopo l’11 settembre 2001 la questione ha assunto una straordinaria attualità e pregnanza in ogni dove e nel contempo ha ricevuto tutta una serie di applicazioni pratiche e di verifiche in sede giudiziale. Le legislazioni emergenziali, che sono state approvate in questi ultimi anni in vari Paesi, sono state sottoposte ad un serrato scrutinio da parte delle Corti. In estrema sintesi la risposta è stata quella per cui, a fronte di situazioni conclamate di emergenza, la “rottura” della tutela dei diritti di libertà, se proprio si impone per motivi di sicurezza, deve ammettersi in misura strettamente limitata nel tempo e nello spazio e deve essere altresì congrua, ragionevole, controllabile. Diversamente si determinerebbero pericolosissime derive autoritarie del sistema, se non addirittura la vera e propria fine dello Stato costituzionale. Ciò perché il conferimento di un valore preminente alla sicurezza potrebbe condurre aprivilegiare il ruolo del potere esecutivo, rispetto agli altri organi costituzionali nelle delicate operazioni di bilanciamento fra interessi costituzionali. Con in più il rischio di sacrificare inutilmente le fondamentali libertà civili, essendo del tutto illusoria, in quella che viene definita la società globalizzata del rischio, la ricerca della sicurezza assoluta delle persone. Aspirare alla massima sicurezza significa infatti proporre lo stato di prevenzione. Ma le strategie di prevenzione volte a produrre e garantire questa sicurezza finiscono per distruggere la certezza del diritto che richiede la calcolabilità e la prevedibilità delle norme e con esse degli interventi e delle reazioni dello Stato. Il che è possibile in una situazione di normalità, non in una situazione di emergenza nella quale alla incalcolabilità della emergenza corrisponde la incalcolabilità della difesa offerta dallo Stato. Convince questa risposta?