01 Aprile 2010   •  News

Dopo Copenhagen, l’Europa continua a perdere tutte le battaglie sull'ambiente

Redazione

Da pochi giorni si è chiusa la 15a Conferenza delle Parti della CITES, la Convenzione Internazionale per la salvaguardia delle specie faunistiche e botaniche in pericolo di estinzione che si è tenuta a Doha in Qatar. Moltissimi i temi affrontati ma due, in particolare, assumevano un interesse particolare per l’Europa e per l’Italia: il tonno rosso atlantico ed il Corallo mediterraneo.

Nel primo caso, questa risorsa appare da tempo “sotto pressione”  a causa dello sfruttamento intensivo ed industriale che il Giappone applica visto che rappresenta la base dei sushi, elemento fondamentale della tradizione culinaria giapponese. Le flotte oceaniche del Sol Levante  spazzano i mari di mezzo mondo, ed in particolare l’Oceano Atlantico, alla ricerca dei banchi di tonni che vengono imprigionati in enormi gabbie di molti km quadrati, allevati e macellati in funzione delle esigenze del mercato e delle fluttuazioni dei prezzi della loro preziosa carne: vere e proprie “fattorie marine” dove il pesce è trattato alla stregua dei bovini da macello sulla terra ferma.

I dati sulla consistenza di questa risorsa indicavano da tempo una lenta e continua decrescita che suggeriva un controllo stretto della pesca ed un approccio di salvaguardia volto a creare le condizioni per favorire una moratoria che consentisse  un ripopolamento su di un tempo di alcuni anni. Il problema però andava ad impattare contro gli interessi, minori anche in termini di consistenza numerica, delle marinerie francesi ed italiana del settore che sarebbero state appiedate definitivamente e destinate a scomparire.

Gesuiticamente, e come sempre più spesso avviene, i politici europei invece di affrontare il problema alla radice e trovare soluzioni operative adeguate di salvaguardia, si erano rifugiati nella facile soluzione di offrire compensazioni economiche alle categorie colpite con contributi da “prepensionamento anticipato” per i pescatori che avrebbero essenzialmente certificato la morte di un settore storico della pesca europea posticipando di un anno l’entrata in vigore del decreto per indorare la pillola.

Silenziosa ed efficiente come sempre, la diplomazia giapponese, presente in massa a Doha, ha svolto invece un’azione capillare di lobbying a favore del rigetto della proposta che è stata respinta con 77 voti contro, 43 a favore e 14 astenuti. Primi fra tutti a votare contro, i paesi del blocco arabo capeggiati dalla Libia e fortemente supportati dai rivieraschi atlantici e mediterranei del sud.

L’Europa esce con le ossa rotte da questo confronto: come sempre sui temi ambientali, si era presentata paladina di battaglie di avanguardia in nome dell’interesse generale e delle generazioni future soprattutto sotto la spinta dei paesi nordici che avevano costretto i meridionali, più riluttanti perché direttamente coinvolti nelle loro economie, a seguirli su questa linea piuttosto velleitaria e poco percorribile, come già era avvenuto sul tema dei cambiamenti climatici.

I risultati del voto hanno dato la migliore risposta possibile alle velleità europee di egemonia ambientale; le ragioni sono emerse chiare agli occhi di tutti: sovrastima del peso reale che gli europei hanno effettivamente a livello mondiale (i paesi presenti erano 136), sbagli marchiani nella valutazione delle forze in campo e incapacità di negoziazione seria con gli avversari.

A tutto ciò si è aggiunto lo scandalo del voto anglo-olandese. Vediamo di che si tratta.  E’ prassi, a livello internazionale ed in questo tipo di consessi, che i paesi europei votino uniti. A questo scopo si tengono defatiganti riunioni di coordinamento per arrivare a posizioni comuni che vanno poi onorate nella fase di voto. Nel caso specifico dei temi CITES, il lavoro avrebbe dovuto essere facilitato dal fatto che un Consiglio dei Ministri europei, tenutosi due giorni prima della Conferenza, aveva chiaramente definito le posizioni su tutti i temi caldi: le delegazioni avrebbero dovuto, quindi, soltanto attenersi a quanto deciso a livello politico.

Così avrebbe dovuto essere se il diavolo non ci avesse messo la coda: le votazioni avrebbero dovuto essere segrete e l’onestà avrebbe dovuto trionfare. Però, per qualche motivo, così non è stato: per un errore del Presidente di seduta le votazioni  non sono state coperte dal segreto e, quindi, come prassi, le posizioni dei singoli paesi sarebbero apparse sul sito della Conferenza il giorno successivo alla votazione. Di fronte a questa evidenza, nella riunione di coordinamento europeo tenutasi a valle della sconfitta, i delegati britannici ed olandesi hanno pudicamente confessato di essere stati contattati nella notte precedente al voto dai rispettivi Ministri i quali avevano dato indicazione di votare differentemente da quanto concordato a livello europeo  “per salvaguardare gli interessi economici nazionali”. Tutto, alla faccia della coerenza e dello spirito di corpo dell’Europa unita.

L’Italia, autolesionista per definizione e come sempre più realista del re, ha invece mantenuto la sua posizione appiattita sulle decisioni comuni sul tema del Corallo rosso mediterraneo il cui sfruttamento sostenibile voleva essere bloccato da ulteriori velleità ambientaliste dei paesi nordici e degli USA immotivate e sconfessate anche da recenti studi presentati in una conferenza nel settembre scorso a Napoli. Anche in questo caso a livello europeo si prospettavano compensazioni economiche per le circa 15,000 persone che a Torre del Greco sarebbero restate senza lavoro strozzando questo filone che ci vede primi al mondo per qualità e quantità di produzione.

Per fortuna, anche in questo caso, ci hanno pensato i giapponesi a trarci d’impaccio; i secondi produttori mondiali di corallo non potevano permettersi il lusso di un blocco di questa lucrosa attività commerciale e, come già per il tonno rosso, si sono attivati, in maniera silenziosa ed efficiente, sconfiggendo il fronte avverso: noi abbiamo tirato un respiro di sollievo. Avremmo potuto avere un comportamento più attento agli interessi nazionali e meno a quelli velleitari europei? Personalmente ritengo di sì visto che altri lo hanno fatto pur restando, a parole, paladini dell’Europa forte ed unita, ma cosi’ non si è voluto a livello politico.

Il bilancio complessivo è estremamente deludente per l’Europa: nonostante i suoi rappresentanti abbiano mostrato da anni una spocchia considerevole pretendendo di essere dei leaders e di voler contare sui temi ambientali non ne hanno mostrato però la capacità. I lavori sono stati preparati male a monte  della Conferenza e le posizioni politiche che sono state assunte, prima e durante le sedute, non hanno tenuto conto né delle forze in gioco né la diplomazia ha dimostrato una reale flessibilità per rispondere in tempo reale all’evoluzione degli eventi che si andavano producendo.

Il vecchio Continente, almeno su questo tema, ha fatto emergere un deciso declino; né ci può consolare la sonora sconfitta degli americani, sbarcati in massa a Doha con il supporto di un nugolo di agguerrite Organizzazioni non Governative di duro stampo ambientalista. Pur organizzati e operanti un capillare tentativo di lobby su svariati temi, non sono riusciti ad ottenere  il successo su nemmeno una delle richieste elaborate in patria sotto la spinta politica pesante degli ambientalisti democrat.

In questo come sui temi dei cambiamenti climatici c’è molto da fare nel prossimo futuro: riusciremo in Italia, per una volta, a ritagliarci un ruolo ragionevole ed a difenderlo sino in fondo? Io ho i miei dubbi.

L’Occidentale