11 Luglio 2007  

Europa: progetto o memoria?

Redazione

 

Innanzitutto un caloroso grazie al Sindaco Nicola Alemanno per avermi voluto invitare a questo incontro. Un invito davvero assai gradito che mi ha offerto l’occasione di ammirare Norcia nel massimo fulgore delle celebrazioni benedettine. Un grazie anche per avere scelto un titolo alla mia relazione tanto suggestivo e così straordinariamente attuale.
Vorrei sviluppare il mio pensiero su tre punti, provando infine a tirare delle conclusioni.

Breve storia della integrazione europea.

L’idea europeista è relativamente recente e nasce da una esigenza semplice: garantire il mantenimento della pace tra i popoli. Un’idea che già Kant alla fine del ‘700 aveva teorizzato ma che troverà compiutezza nell’800 con la evocativa formula di «Stati Uniti d’Europa» vagheggiata da filosofi e pensatori (penso, per tutti, a Carlo Cattaneo e Victor Hugo). Solo con la fine della seconda guerra mondiale tuttavia prenderà forma concreta la costruzione della Comunità (poi della Unione europea). Nelle intenzioni dei fondatori essa doveva servire a liberare l’Europa dalle guerre che l’avevano dilaniata creando fra gli europei una trama di interessi, di regole e di istituzioni comuni che rendessero di fatto e di diritto impossibile il ricorso alle armi. Il 9 maggio 1950 (giorno simbolicamente scelto quale festa della Unione europea), con una celeberrima dichiarazione, il ministro francese Schuman propose di dare vita alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Nacque così, con il Trattato di Parigi del 18 gennaio 1951, fra i 6 Paesi fondatori, ovvero Italia, Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi e Lussemburgo, la prima Comunità. Le materie prime  della guerra sarebbero passate sotto il controllo di un’autorità comune che avrebbe gestito in modo autonomo la politica (comune) nel settore. Sono poi nate la CEE (Comunità economica europea) e l’EURATOM (Comunità europea per l’energia atomica) entrambe istituite con i Trattati di Roma del 1957. L’obiettivo era quello di arrivare ad una unità politica attraverso una progressiva unificazione di tipo economico ed assicurare ai 6 Paesi europei firmatari del Trattato (ma nella speranza che altri Paesi avrebbero poi aderito) una pace duratura ed una crescita economica. Le libertà che venivano previste nel Trattato di Roma erano tutte finalizzate alla istituzione di un mercato comune: la libertà di circolazione delle persone, dei beni, dei servizi, dei capitali. Gli autori del Trattato di Roma affidarono infatti alla Comunità economica europea il compito «di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e il graduale riavvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita e più strette relazioni tra gli Stati che ad essa partecipano».   
Il progetto era audace (si trattava di infrangere  il principio della sovranità assoluta degli Stati) ed ha avuto successo. Sotto il profilo strutturale l’Unione europea comprende oggi 27 Paesi per circa 500 milioni di cittadini europei: i 6 fondatori, poi Danimarca, Irlanda e Regno Unito dal 1973, la Grecia dal 1981, il Portogallo e la Spagna dal 1986; Austria, Finlandia e Svezia dal 1995; Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia (Paesi ex area socialista), Malta e Cipro (area Mediterraneo) dal 2004; Romania e Bulgaria dal gennaio 2007. Sono in corso le trattative per l’ingresso della Turchia e sono state presentate le domande di adesione, tra l’altro, della Croazia e della Macedonia. L’adesione dei nuovi Stati è stata una operazione molto complessa, sia sotto il profilo politico, poiché molti Stati non avevano ancora raggiunto uno stabile assetto democratico, sia dal punto di vista economico, poiché il livello di sviluppo delle economie dei Paesi dell’Est era assai inferiore rispetto alla media degli Stati membri della UE. Inoltre il processo di allargamento suscitava le preoccupazioni di molti Stati timorosi di dover rinunciare a parte dei finanziamenti europei che sarebbero stati stornati verso nuovi Paesi membri. Ricordo i tre criteri (di Copenaghen) cui hanno dovuto conformarsi i nuovi Paesi prima dell’adesione: (1) criterio politico, ovvero avere raggiunto una stabilità istituzionale tale da garantire la democrazia, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani, nonché il rispetto e la tutela delle minoranze; (2) criterio economico, ovvero esistenza di un’economia di mercato funzionante e capacità di far fronte alle pressioni concorrenziali e alle forze di mercato all’interno dell’Unione; (3) terzo criterio, ovvero la capacità di applicare l’acquis comunitario, assumendo gli obblighi connessi con l’adesione all’UE, tra cui il perseguimento dell’obiettivo dell’unione politica, economica e monetaria.
Sotto il profilo funzionale vi sono state tappe assai significative: a mero titolo esemplificativo, nel 1979 l’elezione a suffragio universale diretto del Parlamento europeo e nel febbraio 1992 il Trattato sulla Unione Europea, entrato in vigore nel novembre 1993. Con il Trattato si introducono: 1) la moneta unica. Le monete nazionali avrebbero ceduto il passo alla moneta unica in presenza di determinate condizioni economiche. Il più importante dei «criteri di Maastricht» è la sostenibilità della finanza pubblica (il disavanzo pubblico non deve superare il 3 % del PIL e il debito pubblico non deve essere superiore al 60 % del PIL). Gli altri criteri prevedono la stabilità a lungo termine dei prezzi, dei tassi di interesse e dei cambi fra le valute partecipanti. Il 1° gennaio 1999 nasce l’euro; dal 1o gennaio 2002 entrano in circolazione le banconote e le monete metalliche in euro; 2) cittadinanza della Unione europea.  Si è dato vita alla vera e propria Unione europea attribuendo ad ogni cittadino di uno Stato membro la cittadinanza europea, cioè la cittadinanza dell’Unione. Presupposto di tale cittadinanza europea è la cittadinanza di uno Stato membro. La prima si aggiunge, completa la seconda, ma non la sostituisce. Quali sono le prerogative che si acquisiscono? Innanzitutto il diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri; la possibilità di godere della tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato, laddove lo Stato di nazionalità non sia rappresentato nello Stato terzo; il diritto di petizione al Parlamento europeo e il diritto di rivolgersi al Mediatore europeo. Ma l’aspetto certamente più importante è l’attribuzione al cittadino della Unione del diritto di elettorato attivo e passivo alle elezioni comunali nello Stato membro in cui risiede, nonché alle elezioni del Parlamento europeo nello Stato membro in cui risiede. In entrambi i casi il diritto di elettorato viene riconosciuto al cittadino dell’Unione alle stesse condizioni dei cittadini dello Stato in cui risiede; 3) con il Trattato si istituisce l’Unione europea, una organizzazione peculiare che, da un lato, ingloba le tre Comunità preesistenti e, dall’altro, avvia la cooperazione tra gli Stati membri anche in settori non strettamente economici: ovvero la politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la cooperazione in materia di giustizia e affari interni (CGAI). Vi sono poi stati il Trattato di Amsterdam, firmato nel 1997 (che ha potenziato l’integrazione europea, in particolare consacrando formalmente i principi di libertà, democrazia e rispetto dei diritti dell’uomo) ed il Trattato di Nizza, firmato nel 2001 (che ha permesso di rafforzare la riforma delle istituzioni, resasi necessaria dall’allargamento verso i Paesi dell’Europa dell’Est).
Come ormai acclarato, l’Unione europea è un’entità assolutamente originale e storicamente unica, non potendosi qualificare né come una mera confederazione di Stati, né tantomeno come un vero e proprio Stato federale. Il sistema politico su cui è fondata è in continua evoluzione da oltre cinquant’anni. Ricordo le motivazioni che condussero, nel Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001, alla decisione di istituire una Convenzione europea che avrebbe dovuto proporre agli Stati membri un nuovo modello di gestione adatto ad un’Unione europea allargata. Individuare e definire con chiarezza competenze e responsabilità delle istituzioni europee, semplificare l’Europa, renderla più trasparente e democratica. La Convenzione con i suoi 105 membri rappresentanti i governi degli Stati membri e dei Paesi candidati, i parlamenti nazionali, il Parlamento europeo e la Commissione, sotto la presidenza di Giscard d’Estaing, ha cercato di raggiungere questo obiettivo presentando nel giugno 2003 un progetto di Costituzione da sottoporre alla approvazione della Conferenza intergovernativa. Dopo alterne vicende, l’accordo sul testo è stato trovato ed il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa è stato firmato a Roma, in Campidoglio, il 29 ottobre 2004.
Per riprendere il titolo della relazione, questo era il “progetto”. Un progetto organico – non potendosi certo fino ad allora parlare a proposito della integrazione europea di un vero e proprio “progetto” – ma a dir poco complesso e farraginoso. Il Trattato si compone infatti di ben 448 articoli, distinto in quattro parti introdotte da un Preambolo. La prima parte è dedicata ai principi, obiettivi e meccanismi istituzionali che disciplinano la nuova Unione europea ed è divisa in nove titoli (comprendenti, tra gli altri, definizioni e obiettivi dell’Unione, diritti fondamentali e cittadinanza dell’Unione, competenze dell’Unione, istituzioni dell’Unione, ecc.). La seconda che ingloba la Carta europea dei diritti fondamentali, composta di sette titoli, anch’essi preceduti da un Preambolo, ovvero dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia, disposizioni generali. La terza (con oltre 350 articoli) attinente alle politiche e al funzionamento dell’Unione nella quale sono definite le politiche interne ed esterne dell’Unione ed infine la quarta che riunisce le disposizioni generali e finali del Trattato costituzionale, e precisamente l’entrata in vigore, la procedura di revisione della Costituzione e l’abrogazione dei precedenti trattati. Allegati al Trattato un certo numero di protocolli (sul ruolo dei parlamenti nazionali nell’Unione europea; sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità; sul Gruppo euro; sul trattato Euratom; sulle disposizioni transitorie relative alle istituzioni e agli organi dell’Unione).
Non saprei dire se questo testo, nonostante la sua lunghezza e complessità, abbia comunque rappresentato – come è stato affermato – «il più avanzato punto di equilibrio concretamente raggiungibile» (E. Letta, L’Europa a venticinque, Bologna, Il Mulino, 2006).
Certo è che non ha fatto entusiasmare gli animi!
Sappiamo invece come sono andate le cose. Le bocciature referendarie di Francia e Olanda ne hanno interdetto l’entrata in vigore e il progetto di Costituzione europea è entrato in una fase di stagnazione durata per circa due anni. Sono convinta che nel fallimento del processo costituente abbia giocato un ruolo determinante, la mancanza di una qualche convergenza sul concetto di identità europea e, in particolare, sulle origini, finalità e valori di riferimento. Il progetto di minitrattato di cui si oggi si sta discutendo per iniziativa della Cancelliera tedesca A. Merkel e del neo Presidente francese N. Sarkozy ripropone, con ancora maggior forza rispetto al passato, la riflessione su quei temi, tutt’altro che logori o superati. Temi, peraltro, che in Convenzione sono stati relegati in secondo piano rispetto ad altri dell’agenda politica, come ad esempio quello sui meccanismi del voto ponderato. Né pregnante è stata la discussione che si è svolta nei Parlamenti nazionali o nell’opinione pubblica europea. Eppure l’argomento era tutt’altro che marginale se l’obiettivo era quello di una Costituzione che conferisse all’Europa una natura identitaria e non si esaurisse in una mera operazione di ingegneria istituzionale o nella asettica, quanto inutile, elencazione di cataloghi di principi e valori.

La discussione sul Preambolo ed il mancato richiamo a Dio ed alle radici cristiane dell’Europa.

Emblematica in proposito la discussione sul Preambolo. Si ricorderà che i Governi di Italia, Germania, Spagna, Grecia, Romania e Polonia sostennero posizioni di favore per l’inserimento nel Trattato di riferimenti a Dio e al cristianesimo. Altri Stati, specialmente la Francia, sostennero invece l’esclusione di detti riferimenti. I primi hanno ritenuto di valorizzare, anche simbolicamente, il debito di civiltà che il patrimonio storico e culturale europeo ha contratto con la tradizione cristiana; gli altri hanno replicato a ciò, con argomentazioni ispirate al principio di laicità o all’agnosticismo della cultura costituzionale europea. L’esito di quel dibattito è noto: nessun richiamo a Dio o alle radici cristiane dell’Europa è stato previsto nel testo finale, che contempla una formula generica che si rifà «(…) alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, e dello Stato di diritto». Ancora più generica è la formula utilizzata nel Preambolo alla parte II del Trattato (quella cioè che ingloba la Carta di Nizza) che rinvia al c.d. «patrimonio spirituale e morale» dell’Unione fondata «sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà». E’ vero che i preamboli non esprimono norme precettive, ossia comandi puntuali e immediatamente eseguibili, esprimono tuttavia principi attivabili in via interpretativa. Si tratta pertanto di una funzione che non è mai solo simbolica ma è anche giuridicamente rilevante sia in quanto orienta l’interprete nella lettura delle varie disposizioni, sia in quanto consente allo stesso interprete di individuare i confini aldilà dei quali eventuali revisioni del testo costituzionale non sono più legittimate dalla Costituzione medesima. Per tali motivi non è irrilevante la decisione se far precedere o meno un testo costituzionale da un preambolo; meno che mai lo era nel caso di specie. Di talché, una volta scelta la strada del preambolo – il che sia chiaro non è mai obbligata – e considerata l’altissima valenza simbolica-identitaria che assumeva, la sua formulazione andava sicuramente maggiormente decantata. Ed infatti l’assenza in esso di un esplicito riferimento a Dio e alle radici cristiane dell’Europa è stata di impatto a dir poco forte.
Aldilà di ciò, mi chiedo, esisteva un patrimonio costituzionale comune europeo in punto di dimensione religiosa che avrebbe potuto legittimare l’inserimento nel detto Preambolo di una formula ad hoc? La risposta è sì per due ordini di motivazioni. Innanzitutto, vi è un argomento di natura per così dire storico-sociologico: la doverosità del riferimento al cristianesimo nella Costituzione della Unione Europea, risulta evidente laddove si consideri la storia dell’Europa, il suo patrimonio artistico, la sua cultura incontestabilmente impregnata di ethos cristiano. E’ un dato a dir poco ovvio, di cui però non si tiene sufficientemente conto.
Non c’è bisogno di rammentare i segni concreti, storici, della presenza cristiana in Europa: le grandi chiese cristiane, le abbazie, le cattedrali, le opere d’arte e di pensiero. La vita millenaria della Chiesa ha prodotto dipinti, mosaici, statue, bassorilievi, affreschi, semplici pievi di campagna e grandi basiliche di città. Per la liturgia ha fatto costruire battisteri, adornare altari, cesellare ostensori, ricamare paramenti, realizzare tabernacoli e calici. Le pitture delle catacombe, i mosaici delle basiliche paleocristiane, gli affreschi medioevali e rinascimentali non fanno altro che riproporre i segni tratti dalla “Scrittura” (T. Verdon, Vedere il mistero, Milano, Mondatori, 2003). La presenza cristiana ha segnato il territorio: i tabernacoli o i segni di devozione agli angoli delle strade o nei viottoli di montagna; il suono delle campane che ha costituito per secoli il ritmo della vita delle popolazioni europee; le cerimonie religiose che sono sempre state anche momento di incontro civile e di aggregazione; la celebrazione dei sacramenti, in primis, il matrimonio, che costituisce per antonomasia momento significativo nella vita di tantissime persone.
Non solo. Penso alle Università che da Roma a Parigi, costituite per iniziativa delle autorità ecclesiastiche, hanno rappresentato il luogo per eccellenza di trasmissione della cultura e che hanno trovato le loro radici nelle scuole episcopali e monastiche dove si impartivano lo studio della grammatica, della retorica, della dialettica, della geometria, della musica e di altro ancora. Penso al felice connubio tra religione e musica e all’opera dei grandi Maestri come Bach e Mozart o come Monteverdi e da Palestrina. Penso, infine, alla influenza che la Chiesa ha esercitato sulla attività economica e sul riconoscimento della dignità del lavoro (ad esempio nella cultura benedettina).
Un’Europa, soprattutto, le cui fondamenta devono essere fatte risalire al trionfo del cristianesimo nell’età medioevale (v., ad esempio, F. Cardini, Europa. Le radici cristiane, Rimini, Il Cerchio, 2002). Tutto il pensiero politico medioevale – è stato ampiamente dimostrato – poggia sull’idea di “cristianità” (v. da ultimo, E. Romero Pose, Le radici cristiane d’Europa, Genova-Milano, Marietti, 2007), tantochè parlare di “Europa cristiana” significa rammentare le vicissitudini filosofiche, religiose e sociali della cultura e della civilizzazione che si è sviluppata intorno al Mediterraneo.
«Noi siamo cristiani e non possiamo non esserlo», scriveva B. Croce nel 1942, anche se non seguiamo più le pratiche di culto, perché il cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in modo indelebile e T.S. Eliot nel 1946 (Appunti per una definizione della cultura, in Opere 1939-1962, a cura di R. Sanesi, Milano, 1992, 638) scriveva: «Tutto il (nostro) pensiero europeo acquisisce un significato  grazie agli antecedenti cristiani. (…) Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche (…). Se il cristianesimo sparisse, tutta la nostra cultura sparirebbe con lui». Una riflessione che è ovviamente presente nel pensiero e nel pontificato di Giovanni Paolo II. Mi riferisco, ad esempio, al suo celebre discorso a Santiago di Compostela il 9 novembre 1982: «La storia della formazione delle nazioni europee va di pari passo con l’evangelizzazione; a tal punto che le frontiere europee coincidono con quelle dove il Vangelo si è diffuso. Dopo venti secoli di storia (…) si deve affermare che l’identità europea non è comprensibile senza il cristianesimo, e che precisamente in esso si trovano le radici comuni che hanno portato alla civilizzazione del continente» e agli scritti quasi coevi dell’allora Cardinale J. Ratzinger (dal titolo Europa: un’eredità doverosa per i cristiani, in Chiesa, ecumenismo e politica: nuovi saggi di ecclesiologia, trad. it. a cura di E. Guerriero, Cinisello Balsamo, 1987).
Dunque studiare l’Europa ai suoi albori impone di considerare il modo in cui, fin dalle sue stesse origini durante l’Impero romano, il cristianesimo si è fatto strada e di analizzare il suo rapporto con l’ambiente circostante e con l’eredità culturale della società dei primi secoli cristiani. In altri termini, gli albori dell’Europa sono comprensibili solo alla luce degli sforzi realizzati dalla Chiesa nascente.
Non riconoscere tutto questo è antistorico. Scordarsene o, peggio, vergognarsene addirittura inaccettabile.
Vi è poi un argomento che deve essere sviluppato in una prospettiva giuridica e concerne il fatto che una Costituzione europea non può che riflettere gli assetti costituzionali europei nella loro unità e nella loro diversità. Innanzitutto l’analisi condotta sulle Costituzioni degli Stati membri, volta ad identificare nella loro iconografia la presenza o meno di una simbologia cristiana, mette in luce che i riferimenti a Dio e alla cristianità si trovano nelle tradizioni costituzionali di quei Paesi che insieme rappresentano ben più della metà della popolazione di tutta l’Unione. In altri termini, la simbologia adottata nello spazio pubblico europeo se non può dirsi tutta e solo cristiana, certamente non può neppure dirsi esclusivamente laica, ma, a tutto concedere, eterogenea. Basti leggere in proposito i richiami espliciti, forti, alla divinità e alla cristianità contenuti in alcune Costituzioni europee per rendersi conto di ciò: dalla costituzione tedesca («Consapevole della propria responsabilità davanti a Dio e agli uomini, animato dalla volontà di servire la pace nel mondo quale membro, a parità di diritti, di un’Europa unita, il popolo tedesco si è dato questa Legge fondamentale…»), a quella irlandese («Nel nome della Santissima Trinità, dalla Quale origina ogni autorità e alla Quale si devono ispirare, quale nostro fine ultimo, tutti gli atti sia degli uomini che degli Stati, Noi, il popolo dell’Eire, riconoscendo con umiltà tutti i nostri doveri nei confronti del nostro Divino Signore, Gesù Cristo, Che ha sorretto i nostri Padri nel corso dei secoli…»), da quella polacca («Avendo riguardo per l’esistenza e per il futuro della nostra Patria, che ha recuperato nel 1989 la possibilità di una determinazione sovrana e democratica del proprio destino, Noi, la Nazione polacca, tutti i cittadini della Repubblica, sia quelli che credono in Dio, come fonte di verità, giustizia, bene e bellezza, sia quelli che non condividono questa fede ma rispettano quei valori universali come derivanti da altre fonti, uguali in diritti e obblighi nei confronti del bene comune – la Polonia, grati ai nostri antenati per i loro sforzi, per la loro lotta per l’indipendenza conquistata a prezzo di grande sacrificio, per la nostra cultura radicata nel patrimonio cristiano della Nazione e nei valori umani universali…»), a quella greca (art. 3: «La religione predominante in Grecia è quella della Chiesa orientale ortodossa cristiana. La Chiesa greco-ortodossa, riconoscendo come capo Nostro Signore Gesù Cristo, è indissolubilmente unita, quanto al dogma, alla Grande Chiesa di Costantinopoli e a tutte le altre Chiese cristiane ortodosse, osservando immutabilmente, come le altre Chiese, i santi canoni apostolici e sinodali, come pure le sante tradizioni…»), a quella maltese («1. La Religione di Malta è la Religione cattolica Apostolica Romana. 2. Le Autorità della Chiesa Cattolica Apostolica Romana hanno il dovere e il diritto di insegnare quali principi sono giusti e quali sbagliati. 3. L’insegnamento religioso della fede Cattolica Apostolica Romana è impartito in tutte le scuole statali come parte dell’istruzione obbligatoria»).
Ciò nonostante il riferimento costituzionale alle radici cristiane è stato fortemente avversato con la motivazione che se si fosse introdotto si sarebbe messa a rischio la laicità delle istituzioni e che se si fosse citato il cristianesimo, si sarebbero dovuti indicare nel Preambolo molti altri eventi rilevanti nella storia europea, quali la cultura classica, l’umanesimo, l’età della ragione e della rivoluzione scientifica, con il risultato di dar vita ad un trattato di storia, foriero di contrapposizioni e polemiche. Tutte critiche che non colgono nel segno in quanto, da un lato, l’eventuale riferimento costituzionale al cristianesimo in nessun modo avrebbe intaccato il basilare principio della separazione tra Stato e Chiesa o quello della libertà di coscienza e di  autodeterminazione dell’individuo. Anzi – lo ha dimostrato bene J.H.H. Weiler nel suo saggio “Un’Europa cristiana” (Milano, Giuffrè, 2003) – «Un’Europa cristiana non è (…) un’Europa esclusivista o necessariamente confessionale. È un’Europa che rispetta ugualmente in modo pieno e completa tutti i suoi cittadini: credenti e laici, cristiani e non cristiani. È un’Europa che, pur celebrando l’eredità nobile dell’Illuminismo umanistico, abbandona la sua cristofobia, e non ha paura né imbarazzo a riconoscere il Cristianesimo come uno degli elementi centrali nell’evolvere della propria civiltà». Dall’altro, il fatto che molteplici fossero gli eventi rilevanti nella storia europea non poteva essere utilizzata per evitare la menzione del cristianesimo nel Preambolo del Trattato costituzionale, sia perché non sono eventi tra loro paragonabili, sia perché ciò poteva, semmai, condurre  all’ampliamento dei riferimenti in esso contenuti, ma non alla loro omissione.

Alla ricerca della identità europea: il valore della dignità umana.

Ciò premesso, abbiamo davvero bisogno di riaffermare una identità europea? Io ritengo di sì. La riflessione sulla identità della nostra civiltà è oggi ineludibile, specie dopo l’11 settembre 2001. Attenuati il senso di orrore e di indignazione, abbiamo cominciato a porci i problemi del perché ciò fosse potuto succedere, del perché tanto odio nei confronti dell’Occidente, di cosa rappresentasse in ultima analisi l’Occidente (su questi temi, e per le considerazioni che seguono, F. Adornato, Le radici giudaico-cristiane dell’Europa, Napoli 31 maggio 2007, in www.radioradicale.it). Certamente l’Occidente non è solo un luogo geografico. Chabod sosteneva che l’Occidente è un soggetto storico-morale. Ma se è così – e ci piace pensare che lo sia – si deve basare su valori di fondo. Si potrebbe allora dire che l’Occidente è il soggetto storico morale, che si fonda su una idea: la missione degli uomini nella storia, il primato della persona. Se guardiamo alla storia del secolo che se ne è andato ci accorgiamo che non è una affermazione banale. Nel secolo scorso ci sono stati movimenti che hanno chiesto agli uomini di credere nella centralità della classe (comunismo), o della razza (nazismo). L’Occidente fonda invece la sua storia sull’uomo, sulla sua autonomia, sulla sua ragione, sulla sua intelligenza. Non è cosa da poco e non è affatto inconciliabile con il messaggio del Cristianesimo. Al contrario escludere la fede e il sentimento dalla vita degli uomini può essere rischioso. Non è dimostrato un collegamento diretto tra ciò e la nascita di totalitarismi (ad esempio il Terrore nella Francia rivoluzionaria o l’esperienza della dittatura stalinista), ma trovo di un qualche interesse, ad esempio, la constatazione che in Germania le Regioni cattoliche della Baviera e della Renania siano rimaste assai più refrattarie al nazismo fin dentro gli anni della dittatura, rispetto alle Regioni del nord ovest per così dire “decristianizzate” (M. Caciagli, Regioni d’Europa, Bologna, Il Mulino, 2006).
Partire dalla centralità dell’uomo e dal rispetto della sua dignità è dunque il presupposto per ogni discorso sulla identità europea. In Germania la dignità dell’uomo è stata assunta, addirittura, quale cardine della Legge Fondamentale del 1949 all’art. 1, paragrafo 1: “Die Würde des Menschen ist unantastbar” (La dignità dell’uomo è intangibile). Disposizioni analoghe sono presenti, ad esempio, nelle Costituzioni del Brasile, della Colombia, del Paraguay, del Cile. In Italia la dignità sociale costituisce invece la pietra angolare su cui viene a fondarsi il principio di uguaglianza dell’art. 3 Cost.  In quanto valore supremo, cioè fondamento costituzionale di tutti i diritti strettamente connessi allo sviluppo della persona, esso condiziona l’intero ordinamento e non può essere oggetto di bilanciamento con altri valori. E’ principio che si impone a tutti i poteri dello Stato e non è suscettibile di revisione costituzionale. Valorizzare il concetto di dignità dell’uomo contribuisce dunque a meglio definire il sistema di garanzia costituzionale dei diritti fondamentali della persona, sotto più profili.
In primo luogo – come da tempo va sostenendo la dottrina costituzionalistica – il principio di dignità umana può essere utilizzato quale clausola generale per l’interpretazione degli altri diritti, nel senso che può costituire il fondamento giuridico per sviluppare una interpretazione evolutiva che assicuri una continua sintesi tra disposizioni costituzionali e valori contemporanei. In secondo luogo, il principio della dignità può costituire un criterio per misurare le possibili limitazioni dei diritti fondamentali. In quanto nucleo intangibile, non comprimibile dal legislatore e dai pubblici poteri, vige un divieto assoluto di prevedere o di porre in essere comportamenti degradanti o umilianti l’essere umano. In terzo luogo il principio della dignità umana può assolvere anche ad una funzione di unificazione, nel senso che compatta la molteplicità dei diritti riconosciuti attorno alla nozione di persona, favorendo una ricostruzione omogenea della stessa. E dunque la possibilità di una fondazione universale dei diritti dell’uomo, o comunque lo sviluppo di un nucleo fondamentale di diritti dell’uomo generalmente riconosciuti, non può che partire dalla protezione della dignità umana, innata in ciascun individuo.
Il problema è che il concetto di dignità dell’uomo ha di per sé un altissimo livello di astrattezza tanto che vi è il rischio di farlo diventare una formula vuota. Non lo è però se riteniamo che la dignità umana sia menomata quando l’uomo viene degradato ad oggetto, a mero strumento, ad entità sostituibile, secondo l’etica kantiana (espressa nella “Fondazione della metafisica dei costumi”, 1785). Sulla dignità umana così ricostruita si vengono a basare il diritto di ciascun individuo di essere rispettato dagli altri uomini, i doveri di tutti gli individui di rispettarsi reciprocamente e il dovere di ciascun individuo di rispettare la propria persona.
Si dirà che in questa ricostruzione vi è una forte matrice cristiana. E’ vero. E non può essere diversamente. Ciò perché il concetto di dignità umana, quale idea meta-positiva, ha sempre evocato la sacralità. Carl Schmitt riteneva che i concetti pregnanti delle moderne teorie di dottrina dello Stato derivassero da concetti teologici secolarizzati: la cristianità quale humus culturale dell’Occidente nel quale sono potuti germinare i diritti umani, compresa la dignità umana. Si pensi solo all’idea dell’essere persona fin dal concepimento, al dovere di prestare attenzione e considerazione agli altri e anche a se stessi, alla libertà nella responsabilità, all’uguaglianza della natura dell’essere umano, all’amore per il prossimo (emblematico il messaggio dei Vangeli, come quello di Matteo, 22, 39, dove il Cristo esorta ad amare “il prossimo tuo come te stesso”).
L’ethos della dignità umana di matrice cristiana e l’ethos della dignità umana di matrice secolare non sono dunque antitetici, ma sono invece compatibili, anzi complementari. Lo Stato costituzionale “si nutre” della eredità cristiana e seppur è obbligato ad una neutralità religiosa non si può comportare in modo neutrale rispetto a questa eredità. E’ perciò importante che questa eredità resti salva e venga protetta, se non altro come patrimonio culturale (come peraltro deciso nella decisione del Consiglio di Stato del 13 febbraio 2006, n. 556 avente ad oggetto la questione della apposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche primarie e secondarie).
Una “sana laicità” (per utilizzare il titolo di un recente lavoro a cura di G. Quagliariello, Alla ricerca di una sana laicità, Siena, Cantagalli, 2007) non può mai significare neutralità, distacco, indifferenza dello Stato rispetto ai valori e ai principi fondamentali dell’uomo. Ragionare diversamente significherebbe commettere l’errore di relativizzare valori e culture. La vita, la dignità dell’uomo, l’eguaglianza, la tolleranza, sono principi a carattere universale e, soprattutto, a disposizione di tutti, che devono essere difesi e sui quali non si può transigere. Riferimenti di questo tipo non mettono in discussione il carattere secolare dello Stato, né significano teorizzazione della religione di Stato, ma contribuiscono a formare la consapevolezza che il concetto costituzionale di dignità ha presupposti non-secolari. La vita e la dignità dell’uomo sono principi a carattere universale e a disposizione di tutti, credenti e non credenti, cristiani e non cristiani, che devono essere difesi e sui quali non si può transigere. Sono principi la valorizzazione dei quali non è mai possibile deflettere, che si conquistano e riconquistano giorno dopo giorno.
Non solo. La difesa della persona umana e il valore della dignità dell’uomo possono costituire il punto d’incontro tra diritto e religione, cioè tra una visione costituzionale laica ed il pensiero cristiano e rappresentano oggi il presupposto, essenziale ed ineliminabile, per ogni dialogo multiculturale, multirazziale, e soprattutto multireligioso (su questi temi è d’obbligo il richiamo al messaggio di Benedetto XVI. Si veda in merito M. Pera, Libertà e laicità, a cura di, Siena, Cantagalli, 2006). Certo è che il futuro della interculturalità – e, soprattutto, il dialogo con l’Islam – dipenderà principalmente dalla nostra stessa volontà, ossia dal fatto che tanto l’Europa, quanto il cristianesimo sappiano d’ora in avanti approfittare dell’occasione presente per riattualizzare le proprie origini e porre così le condizioni per quel dialogo fra civiltà, tanto difficile quanto necessario (ho apprezzato in proposito il confronto tra M. Pera e l’allora Cardinale J. Ratzinger raccolto nel celebre, bellissimo, volume dal titolo, più che esplicativo,  “Senza radici”, Mondatori, 2004).
Concludo.
Europa: progetto o memoria?
Certamente entrambe le cose: progetto e memoria, poiché non può esistere l’uno senza l’altra. Sono pienamente in sintonia con chi ha sostenuto che l’Europa, dopo la bocciatura referendaria, andava «ripensata partendo dalla sua anima, per poi giungere alle sue istituzioni» (G. Quagliariello, Un esame di coscienza per un’Europa diversa, in Id. La Francia da Chirac a Sarkozy, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007). Ho dei dubbi però che ciò stia avvenendo adesso. L’asse franco-tedesco che in queste settimane sta dando vita ad un progetto di minitrattato – non si parla neppure più di Costituzione! – non sembra muoversi nel senso di un recupero o di una affermazione della identità (anche cristiana) dell’Europa. E’ un approccio pragmatico e realista volto al rilancio del progetto europeo. Approccio che – è evidente – rifugge dai preamboli o dal richiamo a valori o tradizioni. E’ una strada formalmente corretta e politicamente inattaccabile. Anzi è forse l’unico modo per rilanciare una qualche idea di Europa. Tuttavia – almeno per adesso – ha un vizio di partenza: quella di non avere un’anima, un cuore, una radice, una memoria.  Tutte cose, in mancanza delle quali, non potrà esistere, né adesso, né in futuro, alcun progetto di Europa autenticamente condiviso.

Grazie.