01 Dicembre 2009  

Immigrazione e integrazione. Le proposte di legge in esame

Redazione

Nelle scorse legislature abbiamo ampiamente discusso di concessione della cittadinanza e vorrei precisare che la proposta di legge Granata-Sarubbi è uno dei tredici testi che è alla nostra attenzione in Commissione, ma non è assolutamente il testo base su cui stiamo lavorando. Il Partito democratico, ad esempio, ha una sua proposta, molto simile al testo Granata-Sarubbi, che è la proposta Bressa.

Ritengo che di tutte le questioni relative all’immigrazione di cui noi dovremmo dibattere, la cittadinanza sia proprio l’ultima. Ci sono altre priorità ed emergenze sull’immigrazione, che in parte questa maggioranza e questo Governo stanno affrontando, come ad esempio il tema della sicurezza.

Sui temi dell’integrazione molto c’è da fare: sul fronte amministrativo, ad esempio, per sburocratizzare tutta una serie di interventi fondamentali per poter migliorare l’integrazione e la convivenza con gli stranieri. Ritengo, per queste ragioni, che la questione legata alla concessione della cittadinanza non sia assolutamente una priorità, ma poiché il Parlamento è stato chiamato ad esprimersi, noi stiamo facendo il nostro lavoro con serietà.

La legge in vigore su cui stiamo lavorando è ancora attuale, perché è una legge relativamente recente, approvata nel 1992, quando si era già capito quale sarebbe stata l’entità del problema immigrazione in Italia, Paese che cominciava a diventare meta di immigrati e non più di emigranti. Ritengo, quindi, che i principi inseriti in quella legge siano dei principi che sarà difficile, e per noi anche non ipotizzabile, scardinare. Mi riferisco ai principi fondamentali che regolano l’acquisizione della cittadinanza italiana: lo ius sanguinis, ad esempio, sul quale è in corso una discussione – ma nessuno, mi sembra nemmeno dal centro-sinistra, ha intenzione di rivedere questo principio in base al quale si diventa cittadini perché si nasce da cittadini italiani -; lo ius matrimoni in base al quale si acquisisce la cittadinanza per matrimonio e quello per naturalizzazione.

Il tema su cui oggi stiamo discutendo maggiormente è quello dello ius soli: concedere la cittadinanza a chi nasce sul nostro territorio, o addirittura – come prevedono le proposte del Partito Democratico e la legge Granata-Sarubbi – di introdurre nell’ordinamento lo ius domicili, che significa concedere la cittadinanza a chi è arrivato in Italia all’età di 3, 4 o 5 anni, e che, avendo compiuto un regolare percorso di studi, viene considerato un individuo pienamente integrato.

Senza, però, considerare la proposta Granata-Sarubbi, che è bipartisan, il centro-destra ed il centro-sinistra hanno due posizioni molto diverse. Il centro-destra ritiene, infatti, che la concessione della cittadinanza debba avvenire alla fine di un percorso di integrazione: cioè lo straniero arriva regolarmente in Italia, lavora, si integra e sceglie di rimanere nel nostro Paese. Egli, quindi, non appartiene a quella schiera di immigrati che in realtà viene in Italia regolarmente, ma poi decide di andare in un altro paese. No sceglie, invece, di far parte di una comunità, e quindi dopo una permanenza legale e una residenza regolare di oltre dieci anni, chiede di entrare a far parte di quella stessa comunità, dimostrando di essersi perfettamente integrato al punto di voler acquisire una nuova identità nazionale.

Il centro-sinistra, invece, basa la sua proposta di legge su un concetto completamente diverso: concedere la cittadinanza allo straniero per favorirne l’integrazione. Una concezione diametralmente opposta a quella del centro-destra e difficilmente conciliabile.

In Commissione abbiamo scelto di lavorare sulle proposte di modifica legislativa comuni alle tredici proposte di legge presentate. Fra queste sicuramente lo ius soli, ma anche il tema della doppia cittadinanza, della revoca della cittadinanza, dell’obbligo di rinuncia alla cittadinanza di origine, di una revisione del diritto di acquisizione della cittadinanza per matrimonio (anche se si tratta di un tema che è già stato affrontato nel testo di legge sulla sicurezza e, quindi, saremmo tutti d’accordo nel non riaprire il tema) e la questione, sulla quale siamo quasi tutti d’accordo, del cosiddetto “test d’integrazione”. Uso questa formula, anche se non mi piace, perché è diventato linguaggio comune. Il test consiste in questo: quando lo straniero chiede la naturalizzazione, cioè di diventare cittadino italiano, deve provare una volontà reale di raggiungere questo obiettivo, dimostrando buona conoscenza della lingua italiana, della cultura, della storia e delle tradizioni del nostro Paese. Qualcuno chiede anche il giuramento sulla Costituzione, l’adempimento dell’obbligo scolastico, e quindi di aver fatto un corso di studi nel nostro Paese, ma ciò potrebbe valere per i giovani e non invece per chi è arrivato in Italia in età adulta.

Oggi lo straniero può chiedere, dopo dieci anni di residenza regolare, di diventare cittadino italiano, e non è sottoposto a nessun tipo di esame o di verifica. Qualcuno sostiene che la cittadinanza viene concessa in automatico, ma anche questo non è vero, perché l’iter per la concessione è molto complesso. Infatti un’altra questione su cui ci troviamo tutti d’accordo è quella di sburocratizzare il procedimento. Oggi, trascorsi dieci anni, si può chiedere di acquisire la cittadinanza italiana e lo Stato in molti casi può addirittura non rispondere. Quando risponde, spesso lo fa anche dopo 3, 4, 5 o 6 anni, e questo non è accettabile.

Sarà necessario creare dei parametri tali per cui se si hanno tutti i requisiti, che andremo a stabilire, bisogna che lo Stato risponda, anche se si tratta di un atto concessorio, che può variare da persona a persona. Quindi, su questo tema della sburocratizzazione della risposta e sulla questione del test di integrazione, c’è la volontà di lavorare e di introdurre alcune modifiche alla legge attuale. Credo, invece, che la grande questione che ci continuerà a dividere sarà quella dell’introduzione dello ius soli nel nostro ordinamento – cioè il riconoscimento della cittadinanza a chi nasce nel nostro Paese -modifica per la quale ho già riscontrato una maggioranza parlamentare contraria. Questa proposta è portata avanti con determinazione dal Partito Democratico e dalla proposta Granata-Sarubbi, che però non ha avuto sostegno in Commissione.

Altre forze di opposizione, mi riferisco all’Italia dei Valori e all’Udc, hanno un’idea diversa di ius soi, infatti si parla anche di ius soli “temperato”. L’Italia dei Valori non vuole concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia ma solo a chi è arrivato in giovane età e ha studiato in Italia; l’UdC addirittura prevede la possibilità di concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia, lasciando però al soggetto la possibilità, al compimento della maggiore età, di rifiutarla. Quest’ultima proposta mi sembra una grande forzatura, perché rappresenta una vera e propria imposizione fatta ad un soggetto minorenne.

Ritengo che non si possa ignorare la questione delle seconde e terze generazioni di immigrati, che in altri Paesi europei ha già creato diverse problematiche. Lo dimostrano gli attentati terroristici compiuti da persone nate in Inghilterra o in Spagna e mai tornate nel loro Paese d’origine, che però evidentemente non erano integrate.

Ci dobbiamo porre il problema di chi nasce in Italia da genitori stranieri o di chi arriva in tenera età nel nostro Paese. Dobbiamo fare in modo che questi giovani, dopo un normale percorso di studio, a diciotto anni abbiano un permesso di soggiorno autonomo, svincolato da quello dei genitori, che consenta loro di cercare un lavoro o di proseguire gli studi. Si può, quindi, prevedere, un percorso di tipo amministrativo, che non è necessariamente la concessione della cittadinanza, anche perché non dobbiamo far sentire questi ragazzi obbligati a diventare cittadini italiani.

In conclusione dobbiamo stare attenti che la cittadinanza non diventi una sorta di “via di comodo” per ottenere quei permessi che oggi, per via amministrativa, non si riescono ad avere. Per non svilire il concetto di cittadinanza si può creare uno strumento – e su questo la maggioranza sta già discutendo – di tipo amministrativo, consentendo a questi ragazzi, compiuti i diciotto anni d’età, di dimostrare che studiano o lavorano, di essere cioè individui realmente integrati nel Paese, con dei regolari permessi di soggiorno autonomi, indipendentemente dalle loro famiglie.

Oggi, purtroppo, si parla della cittadinanza come di uno strumento di tipo amministrativo: si chiede la cittadinanza per poter esercitare il diritto di voto e poter soggiornare liberamente sul territorio nazionale. In questo modo si rischia di far perdere al concetto di cittadinanza il grande valore che per tutti noi ancora dovrebbe avere.