05 Febbraio 2009  

La democrazia in Iraq è anche merito degli sforzi italiani

Redazione

Ha monitorato l’Iraq negli ultimi 15 mesi viaggiando in lungo e in largo per il suo territorio; ha infine preso per mano il Paese accompagnandolo alle elezioni provinciali, tenutesi la settimana scorsa; fa parte del “gruppo di emergenza” delle Nazioni Unite, quel manipolo di diplomatici un po’ speciali pronti a precipitarsi ovunque, nel mondo, ci siano situazioni a rischio. Stiamo parlando di Staffan de Mistura, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu in Iraq, un italiano («Mia madre è svedese, mio padre italiano: io ho il passaporto italiano e ne vado fiero») che sta avendo un ruolo preminente nella rinascita dell’Iraq. E’ notte quando lo raggiungiamo al telefono («Io lavoro di notte») nella sua casa-bunker di Bagdad.

Partiamo dalle elezioni, de Mistura. Soddisfatto dei risultati?

«Ancora non c’è l’annuncio ufficiale su chi ha vinto e chi ha perso, ma qualche dato incoraggiante già lo abbiamo: oltre il 60 per cento della popolazione è andata a votare, stavolta i sunniti hanno partecipato in numero sufficiente. Il giorno delle elezioni sono stato a Ramadi, nel cuore delle zone sunnite. Un anno fa non vi sì poteva metter piede. A Najaf, città sacra per gli sciiti, la situazione era calma e così pure a Bagdad. Hanno votato 8,7 milioni di persone dei 14 milioni potenzialmente iscritti. Le votazioni sono state seguite da 496.000 osservatori esterni e da 413 osservatori internazionali, dell’Onu e della Ue. Le ultime elezioni in Iraq sono state le elezioni più osservate della storia».

Nessun attentato, nessun fatto di sangue?

«Sono stati uccisi cinque candidati. Due il giorno prima delle elezioni. Evento tristissimo, che ho condannato, ma che comunque è ben lungi da quello che era stato minacciato».

Il presidente Usa Obama ha detto che entro l’anno ritirerà i militari dall’Iraq. Quali contraccolpi ha avuto nel Paese la sua dichiarazione?

«Contraccolpi salutari. Il messaggio del presidente Usa è chiaro, lui dice: cari iracheni, è giunto il momento in cui dovete rimboccarvi le maniche. E noi saremo con voi a condizione che vi rimbocchiate le maniche».

De Mistura, che cosa pensano oggi gli iracheni dell’Italia? C’è riconoscenza verso il nostro Paese oppure c’è indifferenza?

«Adesso le parlo da italiano. Quando mi presento, vengo sempre raggiunto da sentimenti di simpatia e gratitudine. Gli iracheni mi ricordano con ammirazione il lavoro fatto dagli italiani, le scoperte archeologiche…».

Gli scavi di Ebla?

«Sì, Ebla e non solo. E poi mi ricordano il sacrificio di Nassiriya, il versamento di sangue italiano per la pacificazione del Paese».

Quanti italiani ci sono oggi in Iraq?

«Un piccolo gruppo di istruttori delle Forze dell’Ordine irachene. In Iraq c’è grande consapevolezza dell’importanza dell’addestramento da parte dei carabinieri. I battaglioni iracheni che hanno dimostrato più coraggio e correttezza sono stati quelli addestrati dai carabinieri. C’è da andarne fieri».

Il profilo di sicurezza dell’Iraq sta pian piano evolvendo positivamente. In Afghanistan, invece, le violenze aumentano. Ce una ricetta di “pacificazione” da applicare all’Afghanistan?

«In Iraq il generale Petraeus ha da un lato aumentato le truppe e dall’altro cercato collegamenti con gli elementi non estremisti. Ciò ha prodotto la tregua con Moqtada al Sadr e il coinvolgimento dei volontari sunniti che, invece di combattere le Forze della coalizione, hanno cominciato a combattere Al Qaeda».

L’esempio potrebbe essere esportabile in Afghanistan?

«Potrebbe».

Che ne pensa del lavoro dei contingenti Onu nel Sud del Libano?

«La professionalità del generale Graziano e dei nostri colleglli è stata dimostrata. Graziano è uno dei pochi generali a cui sia stato rinnovato per tre volte il mandato alla guida dei contingenti Onu. Questo la dice tutta».