21 Gennaio 2005  

L’angolazione storico-politica

Redazione

 

Intervento alla presentazione del libro Guerra e costituzione di Giuseppe de Vergottini

Anch’io sento il bisogno di iniziare facendo dei sinceri complimenti al prof. De Vergottini per questo contributo che ha donato agli studi del nostro Paese.

Il libro ha tanti pregi, ma io vorrei sottolinearne uno in particolare – uno che, probabilmente, è più facilmente individuato dallo sguardo di uno storico – e cioè che si tratta di un libro non ipocrita che, anche per questa sua caratteristica, si inserisce in quel filone di studi realistici che è stato uno dei grandi contributi che il nostro Paese ha dato in generale alla conoscenza. Il saggio, inoltre, ha anche un altro pregio: pur addentrandosi in territori distanti e diversi, non perde mai di vista lo sviluppo storico del concetto di guerra, nonché il rapporto tra guerra e conflittualità politica interna, così come esso si è sviluppato dall’indomani della seconda guerra mondiale, fino alle più recenti modificazioni del concetto stesso di globalizzazione.

Uno dei punti cardinali dell’opera di de Vergottini è la differente lettura dell’articolo 11 della Costituzione rispetto a quella della vulgata, per così dire, pacifista. Permettetemi di dirlo in maniera semplificata, come può dirlo uno storico: de Vergottini ritiene che il ripudio della guerra contenuto nella prima parte dell’articolo della Costituzione non sia la proclamazione di uno stato di neutralità permanente, ma vada interpretato alla luce di ciò che emerge dalla seconda parte dell’articolo, e cioè della precipua volontà del costituente di immettere l’Italia nel circuito della politica attiva internazionale, lasciando così alla politica interna uno spazio per determinare di volta in volta l’interesse contingente del nostro Paese. Egli pone, in tal modo, le premesse per un’interpretazione non dogmatica dell’art.11, che sappia però tener conto del contesto storico e, più in particolare, delle condizioni dinamiche dell’equilibrio internazionale.

Questa intuizione di de Vergottini è innanzitutto confermata dall’analisi dei dibattiti costituenti. Essa è poi ancor più rafforzata dall’analisi di come si sia storicamente evoluta la relazione tra il concetto di guerra esterna e quello di conflitto politico interno. De Vergottini ricorda, in apertura del suo volume, in che modo questa relazione iniziò ad esplicarsi nel secondo dopoguerra. Allora la comunità internazionale non si trovava in una situazione né semplice né scontata. Si era in presenza di una svolta storica. La categoria di antifascismo entrava nell’ordinario svolgimento delle relazioni internazionali, così com’essa era stata revisionata dalla riflessione del presidente americano Roosvelt nel corso del conflitto. Si tende a dimenticarlo, ma la seconda guerra mondiale non fu una guerra che si aprì e si chiuse in nome dell’antifascismo. Sorse su un altro terreno e con altre alleanze, tra le quali vi era anche quella tra la Germania hitleriana e la comunista Unione Sovietica che si concretizzò nell’agosto del 1939 col Patto Molotov-Ribbentrop, che dopo circa un mese si trasformò in patto di amicizia. Tale esito fu determinato, tra l’altro, dal prevalere, nell’ambito del regime sovietico, di una delle due linee di politica estera che si erano confrontate sin dall’indomani dei trattati di Versailles: quella che privilegiava l’interesse nazionale di potenza rispetto a quella che insisteva sull’ ideologia. Si potrebbe rivisitare lo svolgimento delle relazioni tra Germania e Urss tra le due guerre a partire da questi due principi (quello ideologico e quello di potenza), dal loro scontrarsi e dal loro combinarsi. Tale rivisitazione aiuterebbe a comprendere come l’antifascismo del tempo di guerra, in realtà, fu un obbligo, dettato all’Unione Sovietica e a Stalin dall’invasione hitleriana del 1941. E, sulla base di quest’acquisizione, sarebbe più facile intendere come ciò che vi fu di nuovo e di non strumentale nell’evoluzione storica dell’antifascismo fu una inedita vocazione universalista, che avrebbe dovuto riverberarsi nell’organizzazione dell’equilibrio e del diritto internazionali. L’ideazione stessa di una rinnovata organizzazione sopranazionale che potesse governare i conflitti nasce, evidentemente, da questa radice. E da questa stessa radice nasce anche l’idea di una possibile “globalizzazione” dei rapporti di scambio, nell’ambito di un ordine internazionale controllato da quattro potenze “maggiori” (i quattro poliziotti di roosveltiana memoria) ognuna delle quali con il compito di vegliare su di una parte di mondo. All’interno di questa medesima concezione “revisionata” dell’antifascismo si pone anche il principio della resa incondizionata, applicato per la prima volta agli sconfitti e, in particolare, alla Germania e all’Italia.

De Vergottini, giustamente, non perde di vista questa situazione: nel 1945 noi non eravamo solo un Paese sconfitto. Eravamo un Paese che si era dovuto arrendere senza alcuna condizione. In questo senso avevamo l’enorme problema di riguadagnare una legittimità internazionale che non avevamo più. Senza considerare questa circostanza, la lettura degli atti costituenti resta in superficie e non affronta la sostanza vera della questione. L’esigenza di riguadagnare la legittimità internazionale perduta spingevava da un lato a dover dichiarare il ripudio assoluto della guerra, e dall’altro a prospettare tale ripudio come uno strumento atto a facilitare il reinserimento del nostro Paese nel circuito della politica internazionale internazionale. Da qui nacque l’articolo 11 nella sua attuale formulazione. Quella disposizione non fu, d’altro canto, l’unica iniziativa che l’Italia assunse per raggiungere questo obiettivo. E non è certo un caso che, su questo terreno, esistano alcuni parallelismi tra Italia e Germania, che giustamente de Vergottini pone in evidenza. E’ possibile rintracciarli non soltanto nel campo della politica internazionale, ma anche in quello della politica tout court. Non c’è dubbio, ad esempio, che la propensione fortemente europeistica dell’Italia e della Germania a fronte delle remore di Gran Bretagna e Francia, debba essere letta e interpretata alla luce di questa comune esigenza di rilegittimazione che nasceva dall’avere subito la resa incondizionata.

L’influenza dell’antifascismo roosveltiano nell’ambito della politica internazionale, quanto meno nelle sue forme originarie, durò lo spazio di un mattino: dal dicembre del 1941 fino ai prodromi della Guerra Fredda, che evidenziano come il campo comunista avesse interpretato in modo solo strumentale quella fase, non essendo in grado di superare nemmeno parzialmente i suoi vincoli ideologici e una concezione del ruolo internazionale che si rifà unicamente ai principi classici della politica di potenza. A partire dal 1947 – e forse anche prima, già nel 1946 quando si comprende che l’universalismo roosveltiano non è accolto dall’altra parte – tra guerra fredda e conflitto politico interno si stabilisce un legame fortissimo. Gli schieramenti interni si disegnano sugli schieramenti internazionali determinati dallo scoppio della guerra fredda. Il ’48 in Italia è un esempio di questa dinamica: i timori propri del conflitto esterno entrano e condizionano la politica interna, in quanto la paura fondamentale è che la guerra fredda possa trasformarsi in guerra calda, sfociando in un nuovo conflitto armato. Su questa dinamica abbiamo pagine di memorialistica che raccontano, ad esempio, il terrore sociale suscitato dall’inizio della guerra di Corea con l’assalto, anche da parte degli italiani, ai supermarket, al fine di creare delle scorte alimentari che consentissero di superare eventuali periodi di guerra e di carestia.

Ma sarebbe un grave errore considerare la guerra fredda come un tempo unico e, di conseguenza, sarebbe sbagliato ritenere che il rapporto tra conflitto esterno e conflitto interno si sia fissato una volta per tutte nel corso del 1947. Con la fine della guerra di Corea, infatti, quel rapporto si modifica. Si assiste al timido inizio di una prima distensione che in seguito, con il trascorrere del tempo, verso la fine degli anni Cinquanta, avrebbe amplificato i suoi effetti psicologici per l’intervento della cosiddetta deterrenza, cioè per la considerazione degli effetti di lungo periodo che il possesso dell’arma nucleare da parte delle due superpotenze avrebbe provocato. Si crea così un diaframma tra guerra esterna e conflitto politico interno: la guerra fredda non smette di influenzare il conflitto politico interno, ma la paura che quel conflitto possa invadere e divenire un elemento condizionante la quotidianità man mano si placa. Diventa sempre più una paura distante, al punto che si assiste a una “trasformazione” dello stesso concetto di pace: essa non è più percepita come una conquista precaria da rinnovare ogni giorno, ma con il tempo ed il trascorrere delle generazioni si trasforma in una sorta di diritto naturale acquisito per nascita, assieme alla cittadinanza. Per questo, quanti agiscono sul terreno esterno (militari, diplomatici, ecc.) è come se ricevessero il mandato a mantenere in uno stato di tranquillità l’ambito politico interno e consentire uno svolgimento del conflitto politico il più possibile “protetto”. Io credo che questa sia una delle ragioni storiche che hanno anche causato, in particolare nel corso della seconda parte della guerra fredda, un certo distacco tra esercito e comunità nazionale. E’ come se quest’ultima delegasse la sua tranquillità a un’organizzazione che agiva su una frontiera “altra”, e della quale voleva conoscere il meno possibile.

Queste sono circostanze che, se ci si pensa bene, hanno fortemente condizionato anche il riflesso sociale che si è prodotto al cospetto di un’altra svolta epocale, sulla quale de Vergottini si sofferma nell’ultima parte della sua trattazione. Ci si è messo più di 10 anni a capirlo, ma già nel 1989 vengono meno le ragioni strutturali che hanno sostenuto l’esistenza del diaframma tra politica interna e conflitto esterno. Ancor prima di Huntington, già nel 1990, studiosi italiani avevano previsto che la fine dell’equilibrio dei blocchi avrebbe riattivato conflittualità di tipo religioso le quali, per le loro caratteristiche strutturali, non avrebbero potute essere tenute in disparte rispetto allo svolgimento del conflitto politico interno. Un piccolo libro da poco uscito di Luciano Pellicani, intitolato “Le radici della Jihad”, contiene un saggio del 1990 in cui lo stesso Pellicani non solo prevedeva l’inevitabilità di uno scontro di civiltà con il radicalismo islamico ma, grazie all’applicazione delle categorie di Toynbee, ipotizzava anche che tale conflitto avrebbe modificato completamente il volto della politica interna dei paesi occidentali. Ciò perché sarebbero state utilizzate tecniche di guerra proprie del terrorismo internazionale, ed anche e soprattutto perché sarebbero sorti paure e timori per la presenza interna di comunità islamiche e di flussi demografici sempre più sfavorevoli per le nazioni occidentali.

Tutto ciò diviene più chiaro dopo l’11 settembre. Si pongono allora con forza le ragioni per una riflessione esplicita sull’evoluzione del concetto di guerra e su come essa abbia interagito con l’evoluzione della cosiddetta “globalizzazione”, categoria con la quale ci si era riempiti la bocca per giustificare l’ottimismo di un decennio, senza scorgere come il fenomeno, oltre che portatore di enormi opportunità, fosse anche foriero di nuovi pericoli e di problemi inediti per la sicurezza collettiva e delle nazioni.

Questa rinnovata riflessione, tra l’altro, ha riportato in voga i diritti della sovranità statuale, che con troppa superficialità erano stati considerati superati dallo sviluppo storico e dalla fine delle forme tradizionali dello Stato-nazione. In ciò che è accaduto nel mondo dopo l’11 settembre, invece, non sarebbe difficile segnalare più di un caso nel quale la difesa del territorio interno da parte dello Stato è stata ritenuta prioritaria rispetto a qualsivoglia forma di sovranazionalità. De Vergottini, d’altro canto, prende in considerazione con grande lucidità questi sviluppi, chiamando le cose con il loro nome. Che cos’è la guerra asimmetrica? Non è soltanto la guerra che vede contrapposti da un lato un potere statuale e dall’altro una entità priva di sovranità (ma che, d’altra parte, per reggere il confronto ha bisogno d’essere rifornita di soldi e di mezzi da Stati veri e propri). Essa implica anche altro. Comporta la mancanza di confini netti tra pace e guerra, situazione che è propria dell’utilizzo terroristico di armi di distruzione, e in particolare del terrorismo suicida. Comporta anche la mancanza di un limite chiaro tra uno stato di prevenzione e uno stato di guerra. Tutto ciò può essere abbellito e nobilitato attraverso delle denominazioni fantastiche, ma nella realtà delle cose si è trattato di un cambiamento epocale d’enorme portata. Da esso è derivata, tra l’altro, la riabilitazione della cosiddetta “guerra giusta”, che poi, a seconda dei casi, delle circostanze e delle sensibilità, è stata chiamata guerra umanitaria oppure, in maniera meno soft, guerra preventiva (sugli stretti rapporti che vi sono tra queste due categorie vi sarebbe, sul terreno storico, molto da dire).

Ovviamente, le ragioni e le circostanze che determinano questa nuova realtà delle cose devono essere analizzate alla luce di una realistica considerazione dei rapporti di forza esistenti in ambito internazionale. De Vergottini, anche in questa circostanza, non può essere accusato di ipocrisia. Egli, nel suo libro, dice con chiarezza che la sovranità statuale presenta una forza di esplicazione che non è uguale per tutti gli Stati-nazione. È condizionata da ragioni storiche, geopolitiche, di potenza. E, aggiungiamo noi, in ciò che è accaduto nel mondo dopo l’11 settembre si è assistito, tra l’altro, all’esplicazione della forza sovrana di uno Stato che ha cercato di condizionare quella di Stati meno potenti. Fuor di metafora, non vi è dubbio che il diritto all’autodifesa proclamato dagli Stati Uniti dopo l’attentato delle Torri Gemelle abbia fortemente condizionato la sovranità dei propri alleati. Ma, allora, il problema va posto in termini politici e non in termini morali: s’intende o meno accettare questa influenza? La si ritiene indebita o, di contro, giustificata da comuni interessi di civiltà? Ci si deve chiedere, in altri termini, se si ritiene giusto o meno confermare nella mutata temperie quella che è stata la nostra alleanza storica dal 1945 ad oggi. È questo il quesito che si è cercato di circumnavigare nel dibattito politico, per non affrontarlo nella sua essenza. Non vi è dubbio, infatti, che in occasione del conflitto iracheno, le scelte statunitensi hanno condizionato anche i nostri comportamenti. Non saremo certo noi a cedere all’ipocrisia. Questa realtà di fatto poteva essere accettata o rifiutata. Ma la questione si sarebbe dovuta affrontare in quanto tale, non nascondendosi dietro interpretazioni di tipo formalistico che, in fondo, implicavano un aprioristico giudizio negativo sugli Stati Uniti e sulle liceità della nostra alleanza con loro. Evidenziando come anche una lettura costituzionale non consenta questa mistificazione, de Vergottini aiuta la classe politica del Paese a porsi a cospetto delle prorie responsabilità, senza più alibi. Per questo, credo che il libro in oggetto sia un contributo importante e segni una svolta, nel dibattito costituzionale ma anche nel più generale dibattito politico.