31 Ottobre 2007  

Le università private? Migliori ma senza fondi

Redazione

 

Privato o pubblico? Feroci detrattori si scagliano contro le università private italiane eppure in termini di qualità e riconoscimenti sono sempre qualche passo avanti a quelle pubbliche. In materie economiche, Bocconi e Luiss sono capofila. La Luiss risulta essere il miglior ateneo per quanto riguarda giurisprudenza e scienze politiche. Al secondo posto, per giurisprudenza, c’è la Cattolica di Milano, che fra le università private è quella forse con la tradizione più lunga, e che si aggiudica altri ottimi piazzamenti: lettere, medicina, lingue. E i dati sono del Censis. Quindi parliamo di una classifica neutra. Le Università private in sostanza in questi ultimi anni hanno saputo fare una buona politica nel reclutamento dei professori. Con metodo e professionalità sono andate allaricerca dei migliori e è difficile che appaia un nuovo talento senza che riceva un’offerta interessante da parte di un’università privata. Inoltre, hanno saputo utilizzare bene una particolare mano d’opera a basso costo (gli studenti laureandi) per utilizzarli come tutor e assistenti per gli allievi. E questo ha garantito facilità di studio (e miglior qualità dello stesso), senza spese eccessive. Infine, sono riuscite a guardare verso il mercato del lavoro. Insomma, mentre le università pubbliche vivono in un mondo chiuso che troppo spesso tende ad autocertificarsi, nelle università private le imprese e il futuro lavoro non sono realtà distanti e sconosciute, ma realtà con cui già da studenti si comincia a prendere confidenza. Rimangono però le difficoltà di relazione con lo Stato e con la complessità delle leggi. All’interno dell’inchiesta di Libero Ateneo abbiamo quindi deciso di dedicare una serie di approfondimenti al mondo delle università private. Iniziando dalla Luspio, la Libera Università di San Pio V. Abbiamo chiesto al rettore Giuseppe Parlato quali sono i vantaggi e quali le difficoltà di un ateneo non pubblico che vanta 1500 studenti.

 

In attesa di una vera riforma del sistema degli atenei, secondo lei, quali sono le priorità?

«Penso a due passaggi diversi nelle tempistiche, ma ovviamente consequenziali. Uno che si prospetta urgente e l’altro che necessiterà di qualche anno. Le università italiane hanno bisogno di una certezza nella legislazione. Non è possibile che ogni due anni arrivi un nuovo decreto che si somma ai precedenti senza abolirli pur essendo in contraddizione. Una volta per tutte bisogna stabilire un parametro per organizzare gli obiettivi e gli investimenti che li supportano. La riforma a lungo termine, poi, è fatta da una serie di passaggi intermedi e credo debba avere come obiettivo finale l’abolizione del valore legale del titolo di studio. In questo modo ci sarà vera mobilità e competitività per i laureati».  

Rispetto alle università pubbliche in cosa siete penalizzati?

«Ogni ateneo svolge un servizio pubblico, anche quello privato. Con una grossa differenza: il pubblico gode di certi fondi ed è soggetto a vincoli. A noi ovviamente mancano tali fondi ma siamo sottoposti agli stessi vincoli. Con questa palla al piede se un investitore straniero volesse intervenire in Italia non potrebbe in alcun modo ottenere le garanzie di ritorno di funzionalità. E nessuno investe senza un ritorno».  

Quindi il ginepraio di leggi paralizza le università statali e lega le mani a quelle private…

«Certo. Non è pensabile che si debba sottostare agli attuali vincoli nel reclutamento dei docenti. Credo sia questo uno dei motivi principali per cui i fondi d’investimento stranieri non si avvicinano all’Italia».  

Pensa comunque che possano aprirsi cooperazioni con università straniere?

«Una premessa. La vera cooperazione deve consentire a) il doppio riconoscimento del titolo di studio e b) la creazione di corsi di studio su misura. Nel caso della Luspio la facoltà di interpretariato e traduzione si è a tal punto specializzata da essere riconosciuta dalle associazione internazionali del settore. Solo così possiamo offrire concretamente stage a Bruxelles e collaborazioni con imprese specializzate. I nostri studenti di arabo possono lavorare con Al Jazzera non solo perché hanno imparato bene la lingua, ma perché il loro corso di studi già dal principio è stato tagliato su misura in base alla richiesta di quel mercato specifico. Questo, su larga scala, intendo quando parlo di cooperazione tra università di Paesi diversi e credo che stia già avvenendo».  

Un altro problema fondamentale per il sistema scolastico superiore è la mancanza di campus. Quale è la sua opinione?

«Dopo aver rivoluzionato i corsi di laurea (ora sto lavorando sulla facoltà di Economia) passeremo ad occuparci dell’aspetto residenziale. Siamo consci che servono campus e ci stiamo attivando in questa direzione. Servono contatti con il mondo dei costruttori. Servono finanziamenti, insomma. Ma sono convinto che in qualche anno riusciremo. A facilitarci, rispetto alle università pubbliche, c’è il ridotto numero di studenti e la specializzazione dei corsi che è in grado di attirare l’interesse di imprese private».