01 Novembre 2004   •  I testi / Mondo / Punti di vista

L’Onu e il gorgo del silenzio

Redazione

La risoluzione della Corte dell’Aja ci ha riempito di disgusto intellettuale e politico, anche se ce l’aspettavamo. Eppure 15 giudici molti dei quali provenienti da Paesi autoritari e pregiudizialmente antisraeliani, ma altri invece democratici e europei, compresa l’Italia (solo il giudicie americano ha votato contro) hanno condannato in nome della qualità della vita dei Palestinesi il diritto alla vita degli israeliani, e hanno stabilito che il recinto di sicurezza, chiamato sempre nella sentenza “muro” anche se è tale per meno del 4 per cento della lunghezza del recinto, è illegale.

È una decisione moralmente impresentabile, paragonabile alla risoluzione dell’Onu del 1975 “sionismo eguale razzismo” e alla conferenza dell’ONU contro il razzismo, che, tenutasi a Durban nel settembre 2001, si trasformò in una conferenza razzista contro Israele. Lo è per tutto il mondo, anche se il mondo ancora non lo sa, perché nega il diritto a difendersi dal nuovo immenso pericolo del terrorismo, nuova arma fondamentale di una guerra in corso. Lo è per Israele, a cui viene negato lo strumento primario e più innocuo di difesa, quello di una barriera temporanea. E non si venga a dire che si tratta di annessione teritoriale. La prova che è una stupidaggine è proprio nella flessibilità con cui Israele continua a spostare il recinto, e la prontezza con cui ha sempre risposto (poi ricacciata indietro da ondate di terrorismo) alle proposte di trattare, a Oslo, a Camp David, a Taba, poco tempo fa con la Road Map, su cui ha lasciato la sua carica Abu Mazen, che intendeva intraprenderla.

Del resto il 30 per cento di tutte le risoluzioni della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU che condannano stati specifici sono rivolte contro Israele; delle dieci sessioni di emergenza dell’Assemblea Generale sei sono state focalizzate sulle mancanze di Israele dalla campagna del Sinai del 67 fino alla barriera di sicurezza. Il resto del mondo conta quattro risoluzioni aspecifiche; ma Cina Siria, Bahrein, Malesia, Mali, Pakistan, Yemen, Sudan, Zimbawe… sono rimasti ignorati, immuni. Quando nel 2003 la Commissione per i Diritti umani ha chiesto di esaminare il codice penale sudanese che prevede “amputazioni incrociate” (mano destra piede sinistro…) il Pakistan si è violentemente opposto considerando la proposta di condannare queste pratiche un attacco a tutta la comunità musulmana. La Russia non è stata mai condannata per la questione Cecena secondo un meccanismo che proibisce l’interferenza con gli affari interni; la Libia impedisce di condannare le stragi in Zimbabwe perchè “questo stabilisce differenze fra i vari paesi”…

Ma dunque, se già sappiamo che tutto ciò che promana dall’ONU è frutto di un disperante automatismo che mette insieme i paesi cosiddetti del Terzo Mondo contro gli USA e Israele, perché questa risoluzione ci turba tanto? Perché in realtà va al di là delle dichiarazioni ideologiche e condanna tranquillamente gli ebrei a morte, mette definitivamente in discussione la coscienza europea verso gli ebrei e il loro Stato, delegittima il diritto a considerare sacra la loro vita, togliendo dal contesto il recinto, ignorando il terrorismo, parola che non incontriamo per tutte le 65 pagine della sentenza (se non una volta, quando cita però una frase delle autorità israeliane). Ha torto la Corte dell’Aja a preoccuparsi per le condizioni di vita dei palestinesi? No, ha ragione, tant’è vero che i giudici dell’Alta Corte di Giustizia Israeliana, il Bagaz, hanno ordinato lo spostamento di tratti del recinto, specie dove, a Gerusalemme est e lungo l’autostrada numero 6, teatri di molteplici assassini, è stato tirato su un muro, e il governo sta eseguendo gli ordini per consentire liberi movimenti, migliori situazioni di lavoro, scuola, sanità, famiglia. Ma la Corte di Giustizia israeliana stabilisce al contrario della Corte dell’Aja che Israele ha il diritto di innalzare un recinto per difendersi dal terrorismo. E questo dovrebbe essere evidente a qualsiasi mente pensante e qualsiasi giudice, dal momento che il terrorismo è l’evidente causa della costruzione di un muro che è nato solo in risposta a un dato talmente fattuale da avere cambiato la vita di una Stato; e dal momento che il paese ha ridotto col recinto del 90 per cento l’attacco omicida generalizzato che ha fatto più di mille morti e quasi diecimila feriti, e decine di migliaia di orfani, famiglie, calssi scolastiche, amici orbati.

Eppure vi è di qualcosa di davvero stupefacente per tutti, non solo per lo Stato Ebraico, nella sentenza dell’Aja che con tanto sussiego il giudice giapponese leggeva di fronte alle telecamere; la storia la ricorderà fra i sintomi più gravi di antisemitismo ma anche di rifiuto di affrontare la guerra al terrorismo del 2000. Per esempio: l’articolo 51 della Carta dell’ONU dice che niente “deve paralizzare il diritto inerente dell’individuo e o del collettivo all’autodifesa in presenza di un attacco armato contro uno dei membri dell’ONU”. Bene la Corte sostiene che nel caso di Israele l’articolo non vale perchè, se ne esce la Corte, si deve trattare di un attacco di uno stato contro un altro stato. Di consenguenza, dobbiamo dedurre, gli USA non hanno nessun diritto alle azioni per controbattere l’11 di settembre, e nessuno in generale ha diritto a difendersi da attacchi terroristici massivi con misure che siano in grado di fermarli visto che non provengono da Stati. Eppure questo non è mai stato sostenuto se non a proposito di Israele. Ma Israele non ha diritto a difendersi, neppure con misure passive come un recinto. In secondo luogo, non si capisce con quale concetto legale la Corte stabilisce che il recinto è costruito su terra palestinese: si tratta, ed è bene tornare alla giusta considerazione della legalità internazionale, non a quella orwelliana dei palestinesi, di terre contestate, come dice la risoluzione 242 del 1967, che giungeranno a essere equamente suddivise quando, usciti dal tunnel oscuro in cui Arafat ha piazzato la questione palestinese, ebrei e palestinesi tratteranno un’equa partizione. Per ora, Israele ha disegnato col recinto un percorso criticabile, certo, ma amovibile come già dimostrano le cose, che non segna nessun confine, su terra conquistata in una guerra, nel 1967, dalla Giordania: la Giordania, che siedeva sull’West Bank, nonostante le pressanti richieste di Israele di tenersi fuori, decise di attaccare, spinta specialmente dalla pressione nasseriana; le sue divisioni ben armate e addestrate nello stile hashemita, erano forti e temibili, in una situazione tragica come lo sono le guerre, ma chiara e decente; perse la guerra, e con essa il West Bank. Esso è per la gran parte la sede prossima ventura di un futuro Stato palestinese, che non è ancora definito territorialmente e probabilmente dovrà tenere contro di cambiamenti avvenuti sul campo, magari chiedendo altre zone in cambio di parti del West Bank che hanno avuto un diverso destino, come offriva Ehud Barak.

I palestinesi hanno ottenuto una condanna internazionale da tutto il mondo nell’Assemblea dell’ONU, e ora la vorrebbero dal consiglio di Sicurezza. Israele si batte con gli USA per cercare di evitare che i paesi democratici accettino questo orrore. Comunque, l’Onu si dimostra ancora una volta invece che la sede internazionale più affidabile, un’istituzione divenuta un gorgo di silenzio sul terrorismo, l’antisemitismo, le stragi orribili come quella in corso in Sudan, e un tribunale politico internazionale contro i nemici del terrorismo e le sue vittime.