18 Dicembre 2007  

Ma il mondo è ormai globale

Redazione

 

E’ molto orientata a marcare la specificità religiosa del cristianesimo la nuova enciclica che Benedetto XVI ha dedicato al tema della speranza. Continuando nel suo impegno di «catechista del mondo» il Papa teologo richiama anche con questo importante documento i fondamenti della fede cristiana, che è altra cosa rispetto alle molte attese umane e domande di significato presenti in varie culture. In tutte le epoche si possono individuare molti maestri di vita e percorsi spirituali e anche il tempo presente si caratterizza per una grande varietà di proposte di salvezza e di richieste di salvatori. Ma la speranza cristiana è l’unica nel suo genere, in quanto si fonda su un evento di redenzione che ha cambiato il corso della storia.
È su questo discorso, un po’ ostico per la cultura di tutti i tempi, che il Papa ribadisce la distinzione della speranza cristiana. E lo fa con un linguaggio oltremodo moderno, con immagini anche accattivanti. La speranza cristiana è «performante», nel senso che la certezza del futuro cambia anche il presente; la fede è una costante disposizione dell’animo, un atteggiamento che richiama più la dimensione della ricerca e della conquista spirituale che un qualcosa di consolidato o acquisito una volta per tutte; i cristiani non conoscono nei particolari ciò che li attende, ma «sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto». Non manca, ovviamente, il riferimento alla verità religiosa e alla certezza della fede; ma l’affresco di cristianesimo che emerge da questa enciclica sembra disegnare il profilo di un credente più umano, che scommette sulla fede e che trae da essa una speranza che è chiamato a testimoniare nel mondo. Si tratta della scommessa che ha informato la vita dei santi e martiri della Chiesa, come di tanti credenti comuni, che hanno creduto che il «cielo non è vuoto» o che ha un «plusvalore» che orienta sia ad una vita buona e responsabile sia all’impegno per gli altri e nelle realtà terrene.
Nel sottolineare la distinzione cristiana della speranza, il documento del Papa sembra porsi a metà strada tra il riconoscimento di altri percorsi di speranza e la denuncia di situazioni e correnti filosofiche che nel corso della storia si sono opposte alla novità della proposta cristiana. Così la convinzione che «la vera, grande speranza dell’uomo, l’unica che resiste a tutte le delusioni, può essere solo il Dio cristiano», potrà apparire troppo tranchant per un mondo laico occidentale che non considera il cristianesimo come l’unico depositario di germi di speranza. Altri, analogamente, avranno delle perplessità di fronte ai passi del documento che chiamano in causa l’età illuministica, una certa idea del progresso, lo sviluppo della scienza, come fattori del tutto tesi a spegnere i germi della speranza cristiana o a sostituirsi ad essa.
Come in genere accade nei documenti di questo Papa, il richiamo alle vicende dell’Occidente sembra prevalente nella sua visione della realtà e nel modo di trattare del cristianesimo. Anche in questo coraggioso testo sulla speranza cristiana (che richiama i credenti a essere fedeli ad una grande virtù pur in un’epoca fortemente segnata dalla sfiducia) il Papa teologo tende a fare i conti con la cultura prevalente nel vecchio Continente e con la sua storia. L’Occidente è stato certamente la culla del cristianesimo, dopo le sue fasi iniziali, e ha avuto e continua ad avere un indubbio influsso sulle vicende del mondo intero. Resta però da chiederci quale possa essere la ricezione di questo importante documento sulla speranza cristiana in un mondo cattolico che è sempre più globale, che si compone di molte storie e culture diverse da quella occidentale, visto che l’Europa cattolica attualmente pesa non più di un terzo sull’insieme della cattolicità. È anche di questa attenzione ai contesti e alle culture diverse che si alimenta la speranza cristiana.

(da “La Stampa”)